lunedì 16 giugno 2014

Ramsgate, Broadstairs, Kingsgate Bay: the first walk in England along the promenade

My second day in Britain starts with a shining sun in the sky: such a valuable welcoming for this land! Once I've found my host-house, I let my baggage there and go out for a walk along the seaside. I follow the high Ramsgate promenade until an elegant stair, that goes down to the beach, under the chalk cliffs: the first part of the walk is on a concrete road, that soon ends on the seashore.


Il mio secondo giorno qui in Inghilterra comincia con un sole luminoso nel cielo: un benvenuto davvero prezioso visti gli standard da queste parti! Una volta trovata la casa che mi ospiterà, lascio lì i miei bagagli e parto senza esitare per una bella camminata seguendo il lungomare. Dal centro di Ramsgate procedo fino ad un'elegante scala, che scende sul bordo della spiaggia sotto le rupi di gesso: la prima parte della passeggiata si sviluppa su un lungomare cementificato, che comunque termina presto sulla battigia.



Lots of people are walking barefoot on the sand, the shoes in their hands; men of all ages and weights show their chest and belly to the sun and the other people. Someone with the dog, someone with bike, British are enjoyng this sunny sunday. The seashore is very large, with mossy stones and sort of pahts between them, sometimes covered by puddles of warm water.


Ci sono tantissime persone che camminano a piedi nudi sulla sabbia con le scarpe in mano; uomini di tutte le età e taglie mostrano petti e pance al cielo e alle altre persone. Qualcuno col cane, qualcuno con la bici, gli inglesi si godono questa domenica di sole. La battigia è larghissima, con pietre ricoperte di muschio che nascondono pseudo-sentieri, qualche volta coperti da sottili pozzanghere di acqua tiepida.



On the left, no more concrete separates the sand from the cliffs, and every person who likes climbing would be tempted to discover a possible way, searching for the more solid rocks... but the chalk is very fragile, and often fall in; so that every activity performed near, also bouldering, could be really dangerous: it's really sad, but theese miles and miles of cliffs can only be the magnificent background of bays, or a battlefield for extreme climbers with axes and crampons!


Alla mia sinistra, il cemento non separa più la spiaggia dalle rupi, e qualsiasi persona appassionata di arrampicata sarebbe tentata di scoprire possibili vie, cercando le parti con la roccia più robusta... ma le scogliere di gesso sono fragilissime, e franano molto spesso: quindi ogni attività svolta ai loro piedi, compreso il bouldering, può rivelarsi davvero pericolosa. E' davvero triste, ma questi km e km di pareti possono soltanto fare da sontuoso sfondo alle spiagge, o da campo da battaglia per arrampicatori estremi muniti di piccozza e ramponi!


After Dumpton Bay, the landscape loses the little wilderness of before; more and more people tread the sand and in the (cold!) water, until the noisy crowd in Viking Bay, the heart of Broadstair. Here, between the umbrela, you could believe to be in Rimini or another italian sea resort; the only difference being the flock of seagulls, always ready to search for food into the unattended sunbathers' stuff.


Superata Dumpton Bay, il paesaggio perde quel poco di wilderness guadagnato prima; sempre più persone calpestano la sabbia e il sottile filo d'acqua (piuttosto fredda!), fino alla folla rumorosa riunita a Viking Bay, cuore della cittadina di Broadstair: qui, camminando fra gli ombrelloni, potresti credere di essere a Rimini o in qualche altra località balneare italiana; l'unica differenza sono gli squadroni di gabbiani, sempre pronti a curiosare in cerca di cibo tra le cose lasciate incustodite dai gitanti.


I keep following the promenade, no more along the seashore but on the footpath on the cliff's edge. A big lighthouse marks the start of the beginning of the descent through Joss Bay; on my left I see the sinuous fields of the North Foreland Golf Club. After a hill, I have to walk for a few minute at the side of the road, where the cars are passing very fast: is this the only stretch of the itinerary off of safe foot ore bike paths.


Continuo a seguire fedelmente il lungomare, non più sulla battigia, ma lungo sentieri sopra il bordo delle rupi di gesso. Un grande faro bianco segna l'inizio della discesa verso Joss Bay; sulla mia sinistra i campi sinuosi dei club di golf. Dopo una salita, devo camminare per giusto un minuto sul ciglio della strada, dove le auto passano molto forte e non hanno neanche scorreggiati i pedoni (questo lo scrivo in italiano dai): a onor del vero, è questo l'unico tratto dell'itinerario al di fuori di sicuri sentieri e e piste ciclabili. 


I pass beside the sumptuous Kingsgate Castle, and after the hill I can see a new bay, probably the more beautiful of the day: a great hole in the cliff appears between the golden sand and the green fields, showing a new strip of sea behind; tens of wind farms closes the horizon, similar to white giants walking on the water's surface.


Passo vicino al nobilissimo castello di Kingsgate, e dopo la salita mi si para dinnanzi una nuova baia, forse la più bella delle tante viste oggi: un grande foro nella scogliera appare fra la sabbia e i campi verdi, mostrando dietro un nuovo braccio di mare; decine e decine di pale eoliche si innalzano all'orizzonte simili a bianchi giganti che camminano sulla superficie del mare.


Walking around a restaurant, I reach the corner of the land, with an ancient blockhouse surrounded by golf courses; near there, a steep path (Alleluyah!) hollowed between the cliffs brings me down to the seashore, really wild here. I pass into the hole in the chalk, I see againg Kingsgate Bay dominated by the castle; now I can come back, following more or less the route of going.


Camminando attorno a un ristorante, raggiungo il vero e proprio angolo della terraferma, con un antico fortino circondato dai soliti campi da golf; poco lontano, un ripido sentiero (Evviva - noterete la finezza) scavato fra le rupi mi permette di scendere sulla battigia, in questo punto davvero selvaggia. Passo attraverso il foro nel gesso, vedo di nuovo la baia di Kingsgate dominata dal castello... ora posso tornare indietro, seguendo grosso modo il percorso dell'andata.


giovedì 12 giugno 2014

Sorvolando le Alpi verso mare e pianura

Clack, la cintura è allacciata, quasi non mi ricordavo come funzionava dopo l'ultima volta che ho preso un aereo, quattro anni fa... anche allora diretto al mare, ma per un viaggio di una settimana, non di nove mesi. Dopo i soliti interminabili minuti di attesa, partiamo: la chiesa di san Luca sembra salutarmi personalmente dalla collina, poi l'aereo si gira e in fondo alla pista compare per un attimo la grigia skyline di palazzi bolognesi.

Via, accelerazione, i sedili davanti si impennano, stiamo volando. L'aereo compie una svolta, i riquadri regolari dei campi, visti di scorcio, si fanno mano a mano più piccoli: strade dritte e lunghissime vi corrono in mezzo, unendo paesi dalle forme regolari, mentre i fiumi tracciano linee sinuose e impreviste: ecco il Panaro che esonda spesso e volentieri, ecco Modena con il centro tutto rosso e squadrato come una cittadella, sorvegliato nel mezzo dal pastore bianco della Ghirlandina; ecco il Secchia che si porta a valle l'ultima neve rimasta sulle montagne tanto battute quest'anno in invernale.

Mi sembra di riconoscere Reggio, poi l'aereo compie una leggera svolta e mi rende impossibile salutare la mia città natale... Ma ecco che si compie un piccolo miracolo: continuiamo a salire e salire, l'atmosfera pesante di questa giornata afosa d'estate diventa sempre più limpida, finché finalmente al posto delle nuvole lontane compaiono nuvole solide di neve: le Alpi!

Il mio finestrino guarda a est rispetto al percorso del volo: riconosco subito l'Adamello, con la sua lunga cresta e il grande ghiacciaio; sotto di scorcio c'è il Lago di Garda con la lunga linea di Sirmione, visitata dopo una grandinata primaverile con tanto di cresta (metaforica) al barista; una sfilza di cime rocciose potrebbe essere il Brenta, lontano verso est lo sguardo si disperde verso valli e montagne innevate lontane, certamente le Dolomiti.

Mi sorprendo di essere l'unico a godersi questo spettacolo: tutti stanno attaccati al cellulare, che dopo la partenza hanno potuto riaccendere in modalità aereo: chi gioca, chi ascolta la musica... io ho lasciato la fotocamera nel bagaglio (stupidamente), e dal mio piccolo Nokia non posso certo pretendere foto aeree - o addirittura la modalità aereo! Vedo così di riempirmi gli occhi il più possibile.

Non ho nemmeno il posto vicino al finestrino, di fianco ho una signora grassa che dorme, e meno male, mi chino letteralmente su di lei per vedere meglio: tra un po' me le caccio la lingua in bocca mentre sbavo sopra un miracolo di creste che domina il Lago Maggiore: è il monte Legnone! Dietro si scava il solco lunghissimo della Valtellina: ecco le cattedrali di granito del Bernina e della val Masino, che avrei tanto voluto vedere da vicino quest'estate... dov'è la nord del Pizzo Badile?? rischierei di mettere incinta la signora se volessi cercarla: niente, ormai è passata.

I Laghi dell'Engadina, nuove montagne innevate, nuove valli che non conosco più... oltre però già si intuisce che stanno per finire, già si vede il blu dei grandi laghi svizzeri. Quand'ecco che... nella corsia di fianco alla mia, quella che guarda ad est, c'è un po' di subbuglio: - Guarda papi, si vedono le montagne! - Eh già, alla faccia delle montagne: quello è il Cervino! Mi affaccio leggermente di là, mantenendomi a debita distanza dalle bambine che almeno non dormono...

 - Guarda papi, si vedono le piste da sci! - Altro che piste da sci, lì è sbucato l'Aletsch in persona, il più grande ghiacciaio d'Europa! La più vasta superficie di bianco vista nella mia vita, tutto in un attimo: il Concordia, la Jungfrau, l'Eiger di cui si intuisce il baratro... ormai è finita, so bene che dopo ci sono solo briciole. Torno al mio posto, ma con la coda dell'occhio scorgo un elemento che continua a fissarmi, restando sempre là, altissimo, nonostante si allontani: la forma ma soprattutto la prominenza mi fanno intuire che si tratta proprio del primo della classe, del monte Bianco, il quale dà il suo meglio visto dalla parte dei cugini francesi.

Quanta monotonia, cari cugini francesi! Tutte le vostre collinette, boschetti, fiumi per minuti e minuti, poi arrivano le nubi alte... e restano lì imperterrite, inducendomi a scambiare un po' di chiacchiere col mio vicino romagnolo, che scopro essere stato 20 anni fa sulla Pania della Croce. Ogni tanto butto un occhio al finestrino, per vedere se qualcosa cambia... e finalmente al posto del grigio c'è il blu: il Canale della Manica, attraversato dagli alleati in senso opposto al mio esattamente 70 anni e un giorno fa.

Ci vuole poco a vedere le scogliere bianche di gesso, la punta di terra che si protende sul mare del nord verso la quale sono diretto. L'aereo comincia a rallentare, collinette più boscose e ridenti di quelle francesi (ma forse è solo una suggestione!) si avvicinano, sovrastate da tante piccole nuvolette vicine, bruchi grassi di zucchero filato dentro cui ci ficchiamo per scendere. Riallacciamo le cinture, spegniamo i cellulari; l'asfalto si avvicina, si riconoscono auto che viaggiano a sinistra, parcheggi, terminal... tocchiamo la pista, e comincia una nuova storia.

domenica 8 giugno 2014

Pizzo d'Uccello dalla Cresta di Capradossa e cresta Forbice Grondilice - passo delle Pecore

Se devi organizzare un giro sapendo che per lungo tempo sarà l'ultimo, ci metti tutto il tuo meglio. La destinazione è quasi ovvia: le Alpi Apuane, scoperte in questo 2014. Qui ho svolto le due camminate più lunghe e gratificanti della primavera: a marzo eravamo stati sul versante della Versilia, a maggio la traversata; oggi che è il primo di giugno ci concentriamo sull'alta Garfagnana, con un meraviglioso anello attorno alla val Serenaia.

Val Serenaia
Lasciamo l'auto al parcheggio vicino al campeggio, e ci incamminiamo belli gasati verso il rifugio Donegani. Ma cominciamo male: un masso verniciato con l'indicazione del rifugio a sinistra, ci fa salire vicino a una cava con diversi rifiuti lasciati a se stessi: per fortuna ci accorgiamo (dalla cartina) di essere sul sentiero 180 diretto a Orto di Donna, e torniamo indietro prima che sia troppo tardi. Un cartello con il bivio o il numero del sentiero su un albero avrebbero sicuramente aiutato!

Deviazioni spiacevoli (sullo sfondo il Pizzo)

Superato il Donegani, ecco il secondo passo falso: presso il primo tornante della strada asfaltata, si stacca a destra un non meglio identificato "Sentiero dell'oro ritrovato"; la direzione mi convince che sia quello giusto, le indicazioni non ci sono, ma d'altronde non c'erano neanche prima... Il sentiero compie qualche su e giù, attrezzato con vecchie corde, e dopo circa 20 minuti termina nei pressi di una vecchia miniera. La situazione è alquanto ridicola, per la seconda volta (mea culpa) dobbiamo tornare indietro!

Te lo sei meritato

Per fortuna gli altri la buttano sul ridere, hanno ancora voglia di camminare, anche se di fatto abbiamo perso quasi un'ora! Tornati sulla strada asfaltata, la risaliamo per pochi minuti e incontriamo il bivio giusto con il 187, con le indicazioni - stavolta presenti - per Foce Siggioli e la ferrata Tordini Gallingani. Cominciamo a salire nella faggeta, ripidi strappi si alternano a tratti in traverso.

Fioriture apuane

Gli alberi si fanno più radi avvicinandosi al valico, il sentiero si confonde fra filoni di marmo ruvido e tagliente, grandi fiori viola fanno capolino fra le rocce. Ecco sullo sfondo le cime dell'Appennino con le ultime chiazze di neve fare da cornice all'alta Garfagnana, con il lago di Gramolazzo in primissimo piano sotto i fianchi poderosi del Monte Pisanino.

Pisanino

L'arrivo a Foce Siggioli è emozionante: subito siamo attratti da un eloquente cartello pieno sentieri rossi; e non ci accorgiamo che in silenzio ci sta fissando lei, con i suoi 800 metri di grigio verticale, solcato da canali e camini dove è stata scritta la storia dell'alpinismo lontano dalle Alpi: la grandiosa parete nord del Pizzo d'Uccello.

Foce Siggioli

Bisogna venire qui per godersi il suo scorcio migliore: lunghissime creste sbucano dai boschi nella valle del Lucido, la muraglia si impenna nel naso del Bardaino e poi nella cima principale, quasi il becco di un uccello cosmico imprigionato nelle viscere della Terra che ha tentato di uscirne per tornare a volteggiare nello spazio come un asteroide. Cari geologi, non perseguitatemi come fanno gli enduristi per queste metafore.

Presso l'arrivo della ferrata Tordini Galligani

Pausa banana + ottimo mango essiccato per ripartire carichi: non dimentico di immortalare l'arrivo della ferrata Tordini Galligani, obiettivo saltato di un'uscita Cai dell'anno scorso: l'adesivo Attaccati al Naso appiccicato sui molti nostri caschi è nato dagli abissi mentali ricolmi di soluzioni marketing di una compagna di escursioni, ispirandosi proprio al "passaggio chiave" di questa ferrata. Ufficialmente chiusa per massi pericolanti dopo il terremoto della scorsa estate, incontriamo e intravvediamo comunque vari escursionisti che la stanno percorrendo.

Attaccati al naso!

Passiamo ora sul sentiero 181, diretto al Giovetto. Ci troviamo sulla lunga cresta di Capradossa, di fatto il confine geografico fra Garfagnana e Lunigiana. Dietro a Foce Siggioli la cresta è spoglia e aerea, mentre in questo tratto ci sono vari alberi sul versante della val Serenaia, dove procede il nostro sentiero. Presto però le piante lasciano spazio alla nuda roccia, in un ambiente d'alta quota.

Cresta di Capradossa

Attratti dalla cresta, seguiamo alcuni segni rossi, senza nemmeno accorgerci che il sentiero nel frattempo è sceso più a valle... di fatto ci troviamo ora su una via alpinistica, con passaggi decisamente esposti su roccia friabile. Intuiamo comunque che il percorso non è lungo né estremo, la nostra meta è la vetta del Pizzo, quindi decidiamo di proseguire con la dovuta attenzione.

Il primo tratto di cresta fuori dal sentiero 181

In un paio di tratti è possibile affacciarsi sul baratro della parete nord, anche attraverso la bocca di una grotta dove però scende solo Marco... le difficoltà terminano presso un enorme distesa quasi pianeggiante di marmo, interrotta dal solito precipizio immane alla nostra destra. Attraversiamo un ravaneto piuttosto instabile, ormai abbiamo aggirato il Pizzo d'Uccello e possiamo apprezzare la sua faccia più accessibile, dove sale la via normale.

Vicino al baratro


La incrociamo proprio in vista del nuovo versante, la valle di Vinca piena di castagni. Segni bianco-rossi ci accompagnano verso la cima, con numerosi passaggi di facile arrampicata (I grado o poco più), comunque mai esposti come la cresta di prima; si tratta comunque di una via normale, non breve, che richiede cautela ed esperienza. Ci sorprende incontrare molti escursionisti di ritorno dalla vetta, a quanto pare le Apuane hanno il loro appeal!

Passaggi non proprio da Marmagna

Ultimi sforzi, il panorama attorno si fa sempre più ampio, finché non si spalanca a 360 gradi: siamo in cima! Sono le 14,30, stappiamo una bottiglia di prosecco e affettiamo il salame sui soliti comodissimi blocchi di marmo: c'è chi non ci avrebbe scommesso guardando il Pizzo da Foce Siggioli due ore e mezza fa, o ancora peggio dalla valle del Lucido salendo in auto.

Gastronomia parmense sul Pizzo d'Uccello

Questa vetta meravigliosa, insieme una compagnia meravigliosa, sono state la degna chiusura in quota di un anno di montagna meraviglioso... ma le meraviglie non finiscono qui.

La nord del Pizzo vista dalla Cresta di Capradossa

La cresta di Capradossa vista dalla cima del Pizzo


Torniamo indietro sulla via normale, più difficile in discesa a pancia piena che in salita con lo stomaco in smania; incrociamo il sentiero 181 "perso" dopo Foce Siggioli e in breve siamo al Giovetto, felicissimi di calpestare un po' d'erba dopo tanta roccia. A questo punto Francesco e Sarah scendono con il 37 al rifugio Donegani, mentre Marco si offre di appoggiare fino in fondo la mia fame di Apuane.

Pizzo d'Uccello visto dal Giovetto

Proseguiamo sul crinale aggirando un alto gendarme roccioso, e siamo ai bei prati di Foce a Giovo, dove un mesetto fa mi ero svaccato alquanto poco dignitosamente; ora c'è una fanciulla che lo fa al mio posto con più contegno, addirittura con un libro... noi proseguiamo, non vogliamo fare aspettare troppo i nostri compagni giù a valle.
Foce a Giovo: il quadretto idilliaco...

...e il modo migliore per rovinarlo!

Eccoci sul ben noto 176, che passa ai piedi della lunga cresta di Garnerone; in un'oretta siamo sopra al rifugio Orto di Donna. Svoltiamo ora a destra lungo il 186, puntando al crinale principale delle Apuane che sembrava vicino ma tarda ad arrivare. Marco con il walkie tolkie avverte giù a valle che, chissà perché, stiamo ancora salendo... ma ne varrà la pena!

Zucchi di Cardeto

Ecco che finalmente il bosco termina, e un breve tratto sui sassi ci conduce a cavallo di una nuova cresta, stavolta affacciata direttamente sul mare. Ai nostri piedi il vallone dei Pradacetti, un'autentico oceano di roccia mista paleo, sprofonda per centinaia di metri verso la valle di Forno; dietro di noi la Forbice e il Grondilice, davanti la piramide del Contrario, le Gobbe del Cavallo, un intrico di creste cave boschi valli ombrose che si disperdono verso la pianura, con la linea della costa lontana verso Livorno.

Contrario e Cavallo dalla cresta fra Finestra del Grondilice e Passo delle Pecore


Vallone dei Predacetti, percorso da un difficile sentiero segnato a bolli rossi
usato come rientro dopo la via Ferrata del Monte Contrario

Il walkie talkie intercetta ora le comunicazioni dei bagnini, 1600 metri sotto i nostri piedi: difficile proseguire concentrati! La cresta però non fa sconti: se la prima parte è facile, presto ci troviamo a dover superare nuovi tratti scabrosi, dove occorre misurare i passi con attenzione.

Passaggi semplicemente spettacolari

A dire il vero si potrebbe scendere un poco sul versante boscoso di Orto di Donna, ma la voglia di seguire la cresta fino al passo delle Pecore prevale.

Roccia non troppo affidabile

Proprio quando comincia a vedersi la prima parte del vallone degli Alberghi, forse il più solenne delle Apuane, arriva il passaggio più delicato, naturalmente in discesa... un saltino di pochi metri ma ripido e sfasciumato, reso temibile dallo scivolo immenso di roccia liscia che guarda il mare: giù di lì non ci si ferma. Proviamo un paio di soluzioni, Marco trova la migliore e siamo fuori: ormai il grosso è fatto!

Oplà!|

La cresta continua, ma ora stiamo più tranquilli mantenendoci su tracce dalla parte della val Serenaia; ed ecco la sorpresa finale! Proprio sopra al passo delle Pecore, come per ripicca, un bel gregge di capre ci osserva sorpreso e un po' spaventato: decidono di andare avanti e indietro lungo cresta, senza sapere bene dove fuggire e non risparmiandoci qualche sassolino... capre capre capre capre capre capre capre.


Eccoci al passo dedicato alle più mansuete pecore. Poco lontano sbuca la ferrata del monte Contrario, che in realtà non tocca questa cima che si impenna di fronte a noi, all'apparenza intoccabile; e dietro ancora, nascosta, si intuisce la formidabile cresta del Cavallo... inizia un altro capitolo che leggeremo sicuramente fra un anno. Ora sono le quasi le 18 e i nostri compagni come minimo stanno finendo le riserve di birra del rifugio, sarebbe anche il caso di raggiungerli!

Le capre sopra il Passo delle Pecore, con dietro la parete sud del Contrario

Su tracce scendiamo a Orto di Donna e imbocchiamo il ripido 180, quasi tutto nel bosco: un bonario tranello che tenta di nascondere lo scempio delle cave vicinissime (ben visibili invece dal Pizzo!), che sventrano come una coltellata nel bosco questa valle verdeggiante e incantevole. Alle 19 ci riuniamo con gli altri al Donegani.

Luci pomeridiane sul Pisanino

Il giro è finito, non il weekend: ci aspetta una serata piacevolissima all'Agriturismo le Chianine dei Tognoli, dove ci raggiunge Fabio rimproveratamente senza banane; poi una nuova giornata di arrampicata alla falesia del Muzzerone dove ci raggiunge anche Mario in treno; e pescis in fundo, la Sagra del raviolo di mare a Marola, un appuntamento da non perdere per il prossimo anno. Ora è finito anche il racconto, non montagnatore. Tranquilli non mi butterò da una montagna come vorrebbe qualcuno, vado solo nove mesi al mare. Abbiamo bisogno tutti di un po' di vacanze no?

Grazie a tutti!

martedì 3 giugno 2014

Monte Ragola, Lago Bino e Prato Grande: anello dal Passo delle Pianazze

Leggenda vuole che nel lontano giugno 2011 il sottoscritto venne a fare un giro quasi uguale a questo, partendo però da Cassimoreno in val Nure; e durante il rientro, colto dalla pioggia, sbagliasse sentiero ritrovandosi nella valle sbagliata: quella del Ceno. Chiamato il taxi di Bardi per farsi riportare alla moto, dovette sborsare una discreta cifra, subire un colpo all'orgoglio e ripensare al suo senso dell'orientamento solitamente acuto. Meglio sedersi e riflettere.



Domenica scorsa, non più da solo ma in buona compagnia di Giampa e Gianca, sono tornato sui miei vecchi passi. Durante la salita in auto ci fermiamo per visitare velocemente il monastero di Costa Gemignana, fondato nel lontano 1500 dalla beata Margherita Antoniazzi, e luogo di origine di un'altra venerabile, Margherita Carlotti, che vi fondò un pio ritiro di Vergini. Fa specie pensare alla relativa importanza che ebbero 500 anni fa questi luoghi ora così lontani dalla civiltà (per approfondire).


Dal passo delle Pianazze (987) ci incamminiamo lungo il sentiero Cai 35, la carraia che percorre il crinale fra Val Nure e val Ceno. Raggiunto un incrocio, scendiamo a destra verso Cassimoreno con il 51, pieno di fango e solchi di mezzi motorizzati che qui possono devastare tutto liberamente. Dopo la breve discesa raggiungiamo la bella torbiera del Lagazzo (921), prima di una lunga serie.


Diverse persone passeggiano lungo questa comoda carraia, partite sicuramente dal vicino paese di Cassimoreno (819); lo raggiungiamo presso il Punto di Ristoro La Tomba, sistemato proprio di fronte al cimitero... sarcasmo o pura stupidità da parte degli autori della segnaletica? Ci riforniamo d'acqua presso una fontanella di fianco alla chiesa e ripartiamo alla volta della frazione Roffi, seguendo un bel sentiero (il 33) avvolto dalla vegetazione.


Dopo l'ultima maestà del paesino, salutiamo per un bel po' gli edifici e ci inoltriamo nella montagna: di fronte a noi severi groppi ofiolitici sembrano impedire il passo... è là la cascata Lardana, indicata dai cartelli. Attraverso una bella faggeta piena di ruscelli, raggiungiamo il salto d'acqua, decisamente meno potente rispetto al novembre 2012 quando venni qui dopo la prima nevicata della stagione.

Riesco pure a concedermi un po' di free solo per raggiungere la base del salto più alto, facendo molta attenzione alla roccia nera e viscida... un luogo di bellezza insolita e selvaggia, se d'inverno ghiacciasse ci sarebbe da farci subito un pensierino con piccozze e ramponi! Ma ci vorrebbero temperature davvero rigide.

Proseguiamo sul sentiero che ora sale ripido di fianco alla cascata, con l'aiuto di gradini di legno altissimi e cavetti di ferro; tornati nel bosco costeggiamo il torrente passando vicino a enormi massi, finché superato un valico raggiungiamo il Lago Bino (1300). Purtroppo non ci sono le ninfee come speravo, soltanto pescatori avvolti in sacchi di plastica trasparente.


Ci sediamo a un tavolo enorme a mangiare i panini, comprati a Bardi con il pane del giorno prima perché tutti i forni (e non solo loro!) erano chiusi; mi auguro che la nuova giovane sindaco si impegni perché anche la domenica chi arriva a Bardi per visitare il bellissimo castello non si trovi a dover attraversare un mortorio come questo Punto di Ristoro.


Ma torniamo sui monti che da lontano guardano il castello: dopo il pranzo veloce ci rimettiamo in cammino, salendo l'ampia carraia (segnavia 21) diretta a Prato Grande. Costeggiamo una prima grande torbiera chiamata Pramollo, e dopo una curva e un cancello raggiungiamo la grande distesa d'erba di Prato Grande (1425), forse il più grande lago interrato dell'Appennino settentrionale.

Prato Grande e Monte Ragola
Una seggiola lasciata in balia degli elementi, la baita chiusa, il cielo coperto di nubi contribuiscono a creare un'atmosfera opprimente, desolata... ma ancora non è finita! Ormai possiamo vedere la nostra meta, il monte Ragola che sorveglia dall'alto la sconfinata torbiera. A un importante incrocio a est rispetto alla baita, prendiamo il 37 diretto alla vetta, che sale dolcemente costeggiando un torrentello quasi secco, nella valletta fra i monti Ragola, Ragolino e Camulara.


Dopo non molto il bosco termina per lasciare spazio a un nuovo grande spiazzo erboso in leggero falsopiano, il Prato Bure. Una staccionata con il filo spinato interminabile sale in direzione del crinale, che ancora non si riesce ad individuare; il sentiero la costeggia a lungo per poi puntare decisamente a destra, attraversando il prato in salita diretto alle ultime propaggini della faggeta.


Il Lago Bino era 1300 metri, ma chissà come sembra di essere arrivati fin qui senza fare salita... ora invece, dopo la brevissima pausa di bosco, ecco il terreno ofiolitico scabro delle cime liguri/piacentine, di cui il Ragola e l'Aiona sono forse gli esempi più lampanti: ora la salita si fa sentire, ma per fortuna è breve e allietata dai tanti fiori che crescono vicino a queste rocce rossastre.


Dalla vetta (1712) possiamo finalmente rivedere la Valle del Ceno e i boschi dell'alta val Nure, punteggiata di paesini. C'è un po' di foschia, ma riconosciamo le Alpi Apuane e le cime parzialmente innevate dell'Appennino parmense; dall'altra parte le valli verdeggianti lasciano spazio mano a mano ai riquadri più chiari delle coltivazioni in collina e infine nella pianura.


In un angolino esposto a nord trovo l'ultima piccola chiazza di neve rimasta sulla montagna: la raggiungo e ne stacco un pezzo, portandolo in cima a una guglia per fargli un piccolo set fotografico. Dopo questa sorta di rituale tragicomico di addio all'inverno, facciamo retrofront sul 37, riattraversiamo il desolato Prato Bure, costeggiamo il lungo filo spinato per superarlo poco sopra al bivio sopra Prato Grande.


Qui compiamo un taglione attraverso a un pascolo vuoto, e ci ritroviamo sul 39 diretto al monte Camulara. Ricomincia la salita, non molto gradita in verità, ma sotto i nostri scarponi si distende un vero e proprio tappeto di fiori: gialli, rossi, viola, azzurri... sarebbe bello poterli riconoscere uno ad uno! Grazie al microclima caldo legato alle ofioliti, tutte queste montagne presentano fioriture ricchissime e insolite.


Il monte Camulara somiglia più a un grande altopiano coperto da boschi alternati a qualche torbiera: il sentiero, molto poco battuto, lo segue con un percorso tutt'altro che intuitivo; ma per fortuna i segnali bianco rossi sono abbondanti. Sembra che la montagna non finisca mai, si continua a salire in falsopiano con la vista chiusa dagli alberi... Poi finalmente il crinale si stringe e arriva il momento della discesa!

La memoria cerca ora di tornare a quel pomeriggio di quasi tre anni fa, quando proprio da queste parti cominciò il maltempo e sbagliai sentiero, accorgendomi troppo tardi, ormai in fondo alla discesa, di essere arrivato a Granere (Bardi) invece che a Cassimoreno (Ferriere), dove avevo la moto. A un certo punto incontriamo una carraia l'indicazione a destra Granere, che imbocchiamo verso sinistra: probabilmente è stato qui che avevo voltato a destra (il cartello non c'era), anche se qualcosa non mi torna: proseguendo sul nostro sentiero - quello giusto - mi sembra come di averlo già fatto, chissà...


Proseguiamo a lungo sulla carraia nel bosco: a destra e sinistra, inchiodati agli alberi, i cartelli delle circoscrizioni di caccia di colore diverso ci dimostrano che siamo lungo il confine fra Parma e Piacenza. Raggiungiamo un nuovo incrocio, con finalmente il cartello per il Passo delle Pianazze lungo il 35; siamo tornati nel regno delle moto, come dimostrano i sentieri infangati e pieni di solchi.

Nei tratti in discesa il sentiero è semplicemente devastato: lungo i solchi si è probabilmente incanalata la pioggia, che ha creato vere e proprie voragini profonde più di un metro e mezzo. Certo anche la carraia stessa non dev'essere stata tracciata in un posto molto strategico, se appena viene un po' di pioggia si trasforma in un fiumiciattolo... comunque i sentieri fino a mezz'ora prima, dove non passavano le moto, erano pulitissimi, come si spiegherà la brusca differenza?


Al bivio con il 51 per Cassimoreno, concludiamo il nostro anello, e dopo l'ultimo noioso tratto di carraia siamo di nuovo al Passo delle Pianazze, dove eravamo 8 ore e mezzo fa. Inevitabile birra fresca alla trattoria poco sotto il passo, poi ci rifacciamo una bella scorpacciata di curve fino alla Patria. Giro completo e lunghissimo, forse quello con più tratti pianeggianti mai fatto finora... mi abituo in anticipo a ciò che mi aspetta nei prossimi nove mesi!



Punto di partenza: Passo delle Pianazze (987)
Punto più elevato: Monte Ragola (1710)
Dislivello in salita: 900
Tempo totale di percorrenza: 8 ore
Grado di difficoltà: E
Segnaletica: Ottima
Punti d'appoggio: Bar e fontana a Cassimoreno
Mappa: Vedi Sentieri Emilia Romagna