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giovedì 22 dicembre 2016

Una cavalcata sulle Apuane fra mare e nuvole: Cresta del monte Cavallo

Sulla cartina delle Alpi Apuane ci sono molte cime non toccate dalle linee rosse dei sentieri; e spesso si tratta delle più alte e conosciute: Pisanino, Pizzo d'Uccello, Grondilice, Contrario, e tutta la lunga cresta del monte Cavallo. Qui non ci sono cartelli, segnavia, ometti... solo tracce pestate da rari escursionisti e capre, vere regine di queste montagne.

La cresta del monte Cavallo

Sulla cresta l'esposizione è notevole, ma di fatto non ci sono tratti di vera e propria arrampicata. Il panorama verso il mare e la pianura toscana, gli scorci sulle montagne vicine, la forma particolarissima delle gobbe che una dopo l'altra si scavalcano, garantiscono un'esperienza di montagna vera e selvaggia, rovinata soltanto dalla presenza delle cave di marmo.


Giochi di luce e nebbia in cresta
Data uscita: 26 novembre 2016
Punto di partenza: Val Serenaia (1066)
Punto più elevato: Monte Cavallo (1888)
Dislivello in salita: 1000 circa
Tempo totale di percorrenza: 5 ore
Grado di difficoltà: EE, passaggi di I sulla cresta.
Punti d'appoggio: Rifugi Donegani, Val Serenaia Orto di Donna (aperti tutti solo d'estate), Bivacco K2, Bivacco Aronte
Periodo consigliato: Tutto l'anno, evitare le giornate troppo calde. D'inverno la cresta è valutata AD+, difficile trovarla in condizioni ottimali.
Note segnaletica: CAI sui sentieri, assente in cresta
Accesso stradale: Salendo dalla Lunigiana, si raggiunge Minucciano, dunque superata l'unica galleria svoltare a destra per la val Serenaia. La strada è asfaltata ma piuttosto esposta alla caduta massi.


Il punto di partenza migliore per la traversata del Cavallo è l'ombrosa val Serenaia, raggiungibile da Minucciano. Conviene parcheggiare nei pressi del campeggio (1066), a ridosso del primo e unico tornante dopo il rifugio Serenaia. Qui si sale per un poco lungo la strada verso il Donegani, per poi imboccare a sinistra il sentiero 180 (indicazioni rifugio Orto di Donna).

Veduta della valle di Orto di Donna col Pizzo d'Uccello

Si guadagna quota nella faggeta, che ci risparmia fin dove può lo scempio delle cave alla nostra destra. Dopo un tratto pianeggiante in un prato, il sentiero inizia a salire più deciso verso destra, superando una zona scoscesa (prestare attenzione con terreno bagnato); dopo circa un'ora dalla partenza, fa capolino dietro le piante il grande edificio del rifugio Orto di Donna (1496).

La cresta ovest del Cavallo
Lo lasciamo alla nostra destra, imboccando il sentiero 179 verso Foce di Cardeto. Rientrati nel bosco, incontriamo anche il giallo bivacco K2 e superiamo comodamente il versante nord del monte Contrario finché le piante lasciano il posto ai prati. A questo punto guardando verso il crinale individuiamo una stretta forcella, la Foce di monte Cavallo (1703), che si raggiunge faticosamente cercando la via migliore sul ripido pendio erboso.

Un ultimo strappo ci permette di affacciarci sul versante toscano: se è autunno o inverno probabilmente vedremo qui il primo sole della giornata! Sulla sinistra svetta il monte Contrario, preceduto da un imponente gendarme; a destra inizia invece la cresta ovest del Cavallo, di cui già si vede la cima principale con le caratteristiche squame di roccia oblique.


Imbocchiamo dunque il filo di cresta, all'inizio facile poi via via più sottile. Una prima lama di roccia si può aggirare dal versante nord, oppure affrontare direttamente (I grado, roccia marcia!); poco dopo se ne incontra un'altra, più affilata ed esposta, che conviene invece superare su debole traccia dalla parte del mare (presente vecchio cordino attorno a una pietra).

La seconda lama di roccia: la si aggira per i pendii a sinistra nella foto

A questo punto siamo ai piedi della cima settentrionale, che a prima vista appariva inaccessibile. Prestando attenzione al terreno sfasciumoso, si traversa leggermente a destra in salita, per poi riguadagnare la cresta, a poco a poco meno ripida. Dalla vetta, dirimpetto al Pisanino, scende la cresta nord: solitamente percorsa d'inverno come accesso alla traversata, partendo da Foce di Cardeto, presenta un paio di passaggi di II grado. Senza la neve è meglio salire come qui descritto dalla Foce di Cavallo.

Monte Contrario

Dalla cima settentrionale si scende facilmente all'intaglio da cui sbuca il canale Cambron, altra classica salita invernale, e si affronta il tratto più esposto della traversata. La cuspide rocciosa della cima principale va affrontata stando inizialmente sulla destra, dove un piccolo cavo d'acciaio aiuta a superare una placca un po' liscia. Poco dopo conviene portarsi di nuovo sul filo di cresta, molto esposto ma più semplice. Superata l'ultima fascia di roccette si è in vetta (1888, un'ora da Orto di Donna).

Vista dalla cima principale sul proseguo della cresta

Lo spazio è ridotto, il terreno roccioso, la cresta prosegue aerea verso sud est. Sempre in marcata esposizione ma su traccia più battuta si superano una dopo l'altra le spettacolari gobbe centrali del Cavallo. Qualche passaggio di I grado consente di guadagnare la quota 1872, da cui si scende ad un'ampia sella erbosa. A questo punto è consigliabile proseguire fino alla cima meridionale, che strapiomba letteralmente sul Passo della Focolaccia (circa 10 minuti), ma occorre poi ritornare alla suddetta sella.

A sinistra la cima settentrionale, al centro quella principale

E' da qui infatti che si scende dalla cresta, cercando la linea più comoda sui ripidi prati che digradano verso il mare. Conviene seguire a grandi linee un canale, lasciandosi a sinistra una fascia di rocce, e puntando a una roccia con un caratteristico foro che ricorda vagamente una chitarra (una Gibson Les Paul per la precisione!). Qui passa il sentiero 167 che unisce la valle degli Alberghi con il Passo della Focolaccia.

Verso il sentiero 167: notare il foro-chitarra!

Stando attenti, prima di intercettare il 167 si incontra un'altra traccia, un po' vaga, che traversa un poco più in quota. Imboccarla a sinistra e seguirla con qualche breve saliscendi fino alla Forcella di Porta (1747), evidente intaglio lungo la cresta sud-ovest (detta anche coda) del Cavallo. Sulla sinistra dentro la parete si apre una grotta, mentre da destra sale appunto il sentiero 167, che ora seguiamo in discesa raggiungendo brevemente il Bivacco Aronte (1650, un'ora e mezzo dalla cima).

Interno del Bivacco Aronte

Ci tocca ora attraversare la grande cava sul Passo della Focolaccia, che spacca in due la montagna costringendo a compiere un giro illogico (e molto poco intuitivo con scarsa visibilità!). Seguiamo per un breve tratto la sterrata che sale da Gorfigliano abbandonandola per il sentiero 178, che traversa il versante nord del Cavallo (qualche facile tratto su roccette) conducendoci alla Foce di Cardeto (1642, 30 minuti dal Bivacco Aronte), uno dei passi più caratteristici delle Apuane.

Incisioni cavestri al passo della Focolaccia

Da qui si imbocca a destra il sentiero 179 (indicazioni val Serenaia), che passa sotto caratteristici massi di roccia scistosa caduti dalle vicine pareti degli Zucchi di Cardeto. Si procede con attenzione, apprezzando i meravigliosi scorci sul Pisanino, e dopo un ultimo tratto di discesa ripido su roccette (presente cavo) si entra una volta per tutte nel bosco, raggiungendo comodamente il parcheggio (un'ora dalla Foce di Cardeto).

Ciò che resta dentro la Buca della neve del Cavallo presso Foce di Cardeto

lunedì 5 dicembre 2016

Pizzo Arera, cresta est. Anello invernale su una bella cima orobica

Il Pizzo Arera spicca tra le valli Brembana e Seriana, nel cuore delle Alpi Orobie. Vicino alla pianura, dalla quale è ben riconoscibile nelle giornate serene, è una cima isolata e panoramica, molto frequentata dai bergamaschi: complice il rifugio Capanna 2000, accogliente e quasi sempre aperto, e una strada asfaltata che sale oltre i 1500 metri: vero lusso per le Orobie, e infatti lo si paga!

La nord del Pizzo Arera e le Orobie
 
L'itinerario suggerito è una breve ma completa traversata che permette di affacciarsi sul versante nord dell'Arera, decisamente più aggressivo rispetto a quello sud, da cui si sale; è consigliabile percorrere la cresta quando è totalmente innevata, per godersi lo spettacolo delle grandi cornici sporgenti. La discesa dalla normale richiede un po' d'attenzione nel superamento di un canalino attrezzato, per il resto è abbastanza facile. Con pericolo valanghe alto meglio andare altrove (tutto il versante sud è piuttosto a rischio).

Croce di vetta ghiacciata!

Data uscita:  4 Dicembre 2016
Punto di partenza: Parcheggio Plassa di Zambla, sopra il rifugio Saba (1600)
Punto più elevato: Pizzo Arera (2512)
Dislivello in salita: 1000 m scarsi
Tempo totale di percorrenza: 4/5 ore a seconda delle condizioni
Grado di difficoltà: F
Punti d'appoggio: Rifugio Capanna 2000 (quasi sempre aperto)
Periodo consigliato: Da inverno a primavera inoltrata
Note segnaletica: Sentieri di avvicinamento stranamente poco battuti e con segnavia molto vecchi. Qualche bollo e ometto sulla cresta; la discesa invece è segnalatissima.
Accesso stradale: Raggiungere Zambla Alta (meglio salire dalla val Seriana, meno trafficata della val Brembana), dunque seguire le indicazioni per il monte Arera. Presso alcuni orribili caseggiati, prendere la strada in ripida salita (via Monte Arera); se si vuole lasciare l'auto al parcheggio a 1600 metri, occorre pagare in anticipo alla sbarra (4 euro giornaliero) e lasciare il biglietto esposto in auto - attenzione, su non c'è un'altra macchinetta e lungo tutta la strada vige il divieto di sosta! In alternativa sono circa 30 minuti a piedi su asfalto.

Vista del Pizzo Arera da Zambla Alta con schizzo dell'itinerario

Itinerario:
Dal parcheggio seguire la sterrata che passa vicino ai ruderi dei dismessi impianti di risalita; dopo un paio di tornanti, sulla destra si stacca il sentiero 222/237, che compie un lungo traverso sul versante sud dell'Arera. A un primo bivio si prosegue verso Cima Grem (sentiero 237) fino a raggiungere il fondo di una valletta (45 minuti dall'auto).

Pizzo Arera da sud est

Qui a seconda dell'innevamento conviene tagliare a sinistra in salita e raggiungere per tracce (segnavia 244, sentiero quasi inesistente) la Forcola di Valmora (1996); in alternativa si prosegue sul sentiero principale, che poco oltre sbuca nel piccolo altopiano di Baita Camplano (1826). Da qui si imbocca a sinistra la valletta che sale da Baita Valmora, e per tracce più o meno marcate si raggiunge da destra l'omonima forcella, da cui inizia la cresta est.

Sopra Baita Camplano

La prima parte è semplice, ma offre già scorci vertiginosi sulla parete nord. Appena la cresta si restringe, si incontra un primo salto di rocce, che io ho trovato ancora sgombro dalla neve: affrontato direttamente oppone passaggi di I grado, ma si può aggirare da sinistra. Forse è il passaggio più esposto della salita.

Primo tratto di roccette

La cresta diventa poi un largo e comodo costone sui 30°, che consente di guadagnare velocemente quota: io ho iniziato a trovare neve continua da qui in poi. Dopo un centinaio di metri la cresta si restringe di nuovo e un tratto un po' più ripido porta in vetta alla quota 2420. Finalmente compare la vetta dell'Arera, e inizia il tratto di cresta più spettacolare.


Cornici in cresta

Si scende seguendo il filo senza esporsi troppo sulle cornici, per poi risalire su pendenza via via maggiore (uscita sui 40°) fino all'antecima, caratterizzata da una brutta antenna. Un ultimo facile tratto accompagna alla croce di vetta, con vista grandiosa sui canali che sprofondano a nord e tutta la catena orobica... anche molto più lontano se siete fortunati e la giornata è tersa!

Vista della quota 2420 dall'anticima
 
Per scendere si segue la via normale, solitamente battuta, che all'inizio costeggia la cresta in direzione opposta, poi poco dopo scende decisamente a sinistra (30°), puntando a un canalino; una strozzatura ripida si supera con l'ausilio del cavo e qualche piolo di ferro. Poco dopo si risale dalla parte opposta (continuando a scendere si entrerebbe nel canalino sud, salita invernale, PD-) uscendo sul lungo, facile crestone sud-ovest, che con pendenza costante sotto i 30° scende dritto al rifugio Capanna 2000.

Il passaggio attrezzato della via normale alla fine del canalino sud
 
Consigliata la sosta al rifugio, piatti buoni e cameriera graziosa! Seguendo la strada sterrata oppure il sentiero che la taglia per i prati, in 30 minuti si torna al parcheggio. Gita tranquilla, in ambiente un po' antropizzato ma che diventa via via più severo salendo; adatta a inizio stagione e perfetta quando c'è neve soltanto dai 2000 metri in su. Si può tranquillamente affrontare in mezza giornata.


Rifugio Capanna 2000 e Monte Alben

lunedì 19 settembre 2016

Mont Velan, via normale italiana. Un viaggio alle radici dell'alpinismo

31 agosto 1779: l'abate Murith dell'Ospizio del Gran San Bernardo sale il Mont Velan, 3731 metri. Prima di allora erano state raggiunte le vette di montagne anche impegnative, come il Corno Grande o il Rocciamelone: si tratta di imprese avvolte in un alone quasi leggendario, ma sporadiche. Fatta eccezione per i cacciatori più temerari, l'uomo si teneva più al largo possibile dalle montagne: luoghi eletti a dimora di dei o di demoni, o più semplicemente da banditi; ambienti da attraversare il più in fretta possibile, per i valici più bassi e sicuri.

Partenza notturna dal Bivacco Savoie

La salita al Velan rappresenta un cambio di rotta importante: spinto insieme da curiosità scientifica e slancio devozionale, l'uomo inizia ad avventurarsi sulle grandi distese glaciali. Certo, per l'abate Murith, residente a più di 2500 metri, salire la montagna che vedeva tutte le mattine dovette risultare meno faticoso rispetto a un qualsiasi scienziato torinese o ginevrino; ma è il cambio di mentalità che conta. Soltanto otto anni dopo l'impresa dello svizzero, nel 1786, fu la volta del monte Bianco; e nel giro di un secolo, tutte le più importanti vette delle Alpi sarebbero state "conquistate".

Il mont Velan

La salita al Velan è quindi prima di tutto un salto nel passato, agli albori dell'alpinismo. A dire il vero la via normale italiana, da noi seguita, sale sul versante opposto a quello seguito dal Murith: si tratta di un itinerario completo e di ampio respiro, con più di 2000 metri di dislivello attivo. Soltanto l'ultima parte di salita è su ghiacciaio, mentre per gran parte del tempo ci si destreggia su erba e roccia - piuttosto marcia!


La cresta est

Punto di partenza è il grazioso paesino di Glacier (1549), l'ultimo della valle di Ollomont, laterale della Valpelline. Ci troviamo ai piedi della Conca di By, ampio alpeggio circondato da montagne imponenti, fra le quali spicca il Gran Combin. Presso il parcheggio (fontana e bar con spaccio formaggi) inizia la sterrata diretta al bivacco Savoie, che sale dolcemente in direzione di una bella cascata.

Alberto e la cascata sopra Glacier

 Fare attenzione dopo un paio di tornanti a un bivio: il sentiero si stacca a sinistra, proprio sotto la cascata, e comincia a guadagnare quota velocemente. Saliamo bersagliati dal primo pomeriggio, senza un alito di vento, con zaini dal peso imbarazzante! Raggiungiamo un primo alpeggio dove ci abbeveriamo, dunque la salita prosegue sui prati spogli, ma fortunatamente meno ripida di prima.

Breathing!

Eccoci a una grande piana al centro della valle, tagliata da diverse stradine bianche. Seguiamo il sentiero indicato dalle frecce gialle, che sale nuovamente senza tanti complimenti e senza tanta ombra fino al bivacco Savoie (possibili varianti). Dopo 1100 metri di dislivello sotto il solleone siamo piuttosto provati, ma il bivacco è quanto di più accogliente ci si possa aspettare!

Ultime fatiche prima del bivacco
Panorama sulla val d'Aosta

Una bella fontana all'ingresso, tavoli di legno con tanto di vasi di fiori finti all'interno, materassi comodi e coperte a volontà, morbidi prati fioriti attorno alla costruzione sui quali spiaggiarsi godendoci l'ultimo sole. Ci sono pure fornello e stoviglie, che ingenuamente (ma nel dubbio...) abbiamo portato pure noi fino su. Un foglio con riportato l'IBAN della Società Guide Alpine della Valpelline indica di lasciare una mancia di 5 euro a testa per l'utilizzo del gas e del bivacco.

Bi(S)vacco

Ceniamo abbastanza presto per sfruttare la luce e apprezzare il bellissimo tramonto su Gran Paradiso e Grivola. Ormai è agosto inoltrato e le giornate si sono fatte più brevi.

Tramonto dal bivacco Savoie

Tempo per qualche foto con lunga esposizione sulle stelle - riguardandole mi sono sorpreso di quante luci ci fossero sparse fra le montagne - e andiamo a testare i materassi.




La mattina ovviamente tutto al buio, compresa la partenza a piedi. Conviene al proposito dare un'occhiata alla traccia la sera prima, come ha fatto il saggio Alberto mentre noi eravamo arenati al sole! Dal bivacco si scende un poco lungo il sentiero dell'andata fino a una sorgente; lo si abbandona poco dopo per traversare verso sinistra fino all'immensa pietraia che scende dal Col du Valsorey (3107).

La coda del Ghiacciaio di Valsorey
Non la si risale subito, ma si continua a traversare su terreno "pianeggiante" fino a un costone erboso: questo è la traccia di salita più logica e meno faticosa nella parte iniziale. Presto però l'erba lascia inesorabilmente il posto alle pietre, e i 500 metri di dislivello fino al colle si svolgono tutti su questo terreno ripido e infame. Per fortuna ora ci sono diversi ometti a segnare la traccia, più battuta di quanto ci aspettassimo.



Alba verso il Gran Combin
Appena sotto al piccolo nevaio agonizzante che scende sotto il colle, occorre mantenersi a sinistra e affrontare un traverso un po' delicato, specialmente nell'ultima parte. Le difficoltà non superano il primo grado ma la roccia è veramente marcia! Si può anche valutare di salire direttamente il nevaio coi ramponi.

Dal passo la vista si apre sul versante svizzero, con la lingua finale (nera!) del Glacier du Valsorey. Il Velan è ancora nascosto... La traccia sale a sinistra, guadagnando velocemente quota su un fondo sempre piuttosto instabile, e con tratti esposti. La prima vetta che si raggiunge è quella del mont Cordine (3323), e qui finalmente possiamo ammirare la grande calotta di ghiaccio del Velan, arrossata dal primo sole.

Mont Velan

Questione di secondi e la luce del giorno si posa anche su di noi... è un momento magico!

 
Cresta affacciata sulla val d'Aosta

Ora la progressione è più divertente, lungo una bellissima cresta affilata e panoramica: da una parte il ghiacciaio di Valsorey, dall'altra il baratro sulla val d'Aosta, ancora coperta dalla nebbia: il sole radente del primo mattino illumina le montagne tutto attorno, ma la sfilata dei Quattromila deve ancora iniziare.

Roccia bella e fragile!

Scendiamo su terreno ripido alla nostra destra fino a una corda fissa, che ci permette di raggiungere lo stretto intaglio del col du Chamois: qui si può scendere sul ghiacciaio intersecando la via normale svizzera, ma visto il gran numero di crepacci aperti oggi non è il caso di farlo. Proseguiamo quindi sulla cresta, ora più sottile, subito sfruttando una seconda corda fissa - meglio non fidarsene ciecamente! - e poi su facile sentiero fino ai piedi del Mont Capucin (3395).

Passaggi un po' esposti

Questo si supera mantenendosi sul filo di cresta (passaggi di II) oppure seguendo una bella cengia sul lato ghiacciaio (attenzione in questo caso al traverso finale   da fare tassativamente coi ramponi). Superato il Capucin ci troviamo finalmente sul ghiacciaio. La prima parte si affronta stando vicini alla cresta e cercando la traccia migliore fra i tanti massi affioranti. Un breve pendio di massimo 40 gradi ci dà un po' da pensare per il ghiaccio vivo... a ritorno lo faremo assicurandoci.

Alla fine del tratto ripido. Dietro svetta il Gran Combin

Dopo questo tratto delicato ci resta soltanto da attraversare la parte finale del ghiacciaio, in direzione della cupola sommitale del Velan. Qui alcuni piccoli crepacci suggeriscono di procedere in cordata. La quota e gli ormai 1000 metri comodi di salita sulle gambe si iniziano a fare sentire, ma sappiamo che la vetta è vicina. Un traverso a destra in salita (35 gradi circa) con la neve ormai marcia ci permette di raggiungere la enorme, piatta calotta che è la cima del Velan (3735).


Foto di vetta, monte Bianco sullo sfondo

Per me è la quota più alta raggiunta finora, e pensare di essere partito ieri da 1500 mi dà una certa soddisfazione! Il fatto di doverci invece tornare tra non molto e poi proseguire in auto fino a Parma è un po' rattristante, ma ora non ci si pensa: ora ci godiamo il meraviglioso scorcio su tutta la catena del monte Bianco, così vicino dietro al Gran San Bernardo, al Rosa più lontano tutto bianco, con davanti la schiera di mastodonti di Zermatt e Zinal, "pezzetti" di Mishabel, e l'enorme Gran Combin in primissimo piano.


In ultimo piano da sinistra: Weisshorn, Dent Blanche, Dom, Alphubel, Dent d'Herens, Cervino, Monte Rosa.
In primo piano il ghiacciaio di Otemma

Guardando verso la Francia sbucano ghiacciai lontani, probabilmente Vanoise ed Écrins, verso la Svizzera si intravvede il blu del Lago di Ginevra. Un alpinista solitario ha raggiunto la vetta poco prima di noi, salendo una cresta sul versante Valsorey; altri due, guida e cliente, arriveranno poco dopo. Facciamo una lunga pausa godendoci la giornata perfetta, ma non possiamo tergiversare troppo, sono quasi le 11, bisogna girare i tacchi...

Discesa sulla cupola sommitale

La discesa si dimostrerà lunga e faticosa, dal Capucin facciamo anche una micro-calata per superare il tratto più ostico. Arriviamo al bivacco quasi alle 15, mangiamo qualcosa, diamo una sistemata e ci ributtiamo sul lungo sentiero di rientro. Stavolta per fortuna il sole decide di rimanere nascosto tutto il tempo dietro una nuvoletta, risparmiandoci il caldo dell'andata.

Cowboys on snow

Al baretto di Glacier ci meritiamo una freschissima radler prima di ributtarci sul caldo dell'autostrada. Peccato non potere comprare i formaggi degli alpeggi locali siccome al banco non si è presentato nessuno per mezzora... forse sono così buoni che preferiscono tenerseli! Oppure semplicemente hanno meno voglia di vendere le loro montagne, come nella non lontana Valtournanche.


DATI ESCURSIONE
Data uscita: 25 - 26 agosto 2016
Punto di partenza: Glacier (1550)
Punto più elevato: Mont Velan (3727)
Dislivello in salita: 1100 il primo giorno, 1250 il secondo (e 2350 di discesa)
Tempo totale di percorrenza: 3 ore il primo giorno, 10/12 il secondo
Grado di difficoltà: PD
Punti d'appoggio: Bivacco Rosazza / Savoie (2651). Acqua lungo il sentiero per il bivacco
Periodo consigliato: Da luglio a ottobre
Note segnaletica: Frecce gialle e segnali CAI fino al bivacco, poi ometti e traccia su ghiacciaio
Accesso stradale: Uscire dall'A5 ad Aosta e seguire per il Gran San Bernardo. Dopo le gallerie svoltare per Valpelline, superare il paese capoluogo dunque girare a sinistra per Ollomont. Proseguire fino al paesino di Glacier, l'ultimo della valle. Parcheggio con fontana.

venerdì 8 aprile 2016

Gendarme della Nuda e cresta del Forame: anello invernale dal Cerreto

Data uscita: 19 marzo 2016

Punto di partenza: Ex Albergo Belvedere, lungo la strada per Cerreto Laghi (1300)

Durata: 5/6 ore

Dislivello in salita: 700 circa

Grado di difficoltà: PD+

Chiodatura: Nella salita alla vetta del Gendarme cavo d'acciaio non in ottime condizioni; presenti alcuni spit

Punti d'appoggio: Bivacco Rosario (1650); poco lontano dalla vetta della Nuda, sugli impianti di Cerreto Laghi, bar/ristoro

Esposizione della via: est la salita al Gendarme, nord/ovest il Vallone dell'Inferno, ovest la cresta del Forame

Periodo consigliato: Il vallone dell'Inferno rimane innevato fino a stagione avanzata, ma per apprezzare appieno il fascino delle creste innevate conviene compiere l'escursione in pieno inverno o con molta neve.

Gendarme della Nuda da SE

Vallone dell'inferno: è difficile trovare nomi altrettanto evocativi in giro per l'Appennino; ed è difficile trovarne uno che calzi meglio alla selvaggia conca glaciale da cui nasce il torrente Rosario, tributario del Magra. Le temperature raggiunte in questo girone infernale riescono a fondere la vastità degli scenari dell'Appennino reggiano con i profili rocciosi e slanciati di tante cime dell'alta val Parma.

Vallone dell'Inferno visto dal Forame

Chi giunge nei pressi del bivacco Rosario, trovandosi a destra la cresta dentellata dello Scalocchio e il sorprendente Gendarme; a sinistra le quinte rocciose e i canali della Nuda e del Forame, potrebbe tranquillamente credere di trovarsi sulle Alpi: specialmente in una giornata giusta d'inverno, quando l'ambiente incrostato di neve appare ancora più grandioso e severo.

Monte Scalocchio

Oggi troviamo una di quelle giornate, e il nostro progetto iniziale è percorrere la cresta dello Scalocchio per poi traversare sotto la parete nord del Gendarme: un'ascensione impegnativa, già percorsa tre anni fa da Alberto e Federico. Il problema è che siamo a marzo inoltrato, le temperature e il sole sono alti e la neve non è abbastanza portante per affrontare passaggi ripidi in sicurezza. O almeno così valutiamo!

Nel vallone dell'Inferno

Fino al bivacco siamo stati molto fortunati, avendo trovato la traccia battuta di recente con più di un metro di neve nel bosco... ma non è il caso di affidarsi troppo alla fortuna. Decidiamo comunque di provare la salita al Gendarme dalla via normale: la mattinata è ancora giovane e abbiamo tutto il tempo per le necessarie manovre di corda.

Via normale al Gendarme della Nuda
 
Dopo avere attraversato il fondo pianeggiante del vallone, abbandoniamo la traccia (battuta) del sentiero 00 per salire direttamente a destra in direzione della cresta che porta al Gendarme; sul pendio, che non supera i 40 gradi, ci tocca comunque procedere a quattro zampe per non spaccare la crosta piuttosto fragile e discontinua.

Salita sul versante N del vallone

Eccoci finalmente sull'ampia cresta, di nuovo abbacinati dal sole, con il versante toscano quasi pulito e imponenti cornici sporgenti sul vallone. Abbandoniamo provvisioriamente ciaspole e bastoncini in una buca scavata nella neve, e procediamo verso il vicino Gendarme lungo la cresta che si fa via via più sottile.

Sula cresta fra Nuda e Gendarme

Ai piedi della paretina si trova la cosiddetta Gengiva del Gendarme, una stretta forcella ai cui lati giungono due canali tanto suggestivi quanto pericolosi in caso di caduta dal primo tratto della via normale. Si tratta di circa 10 metri ben appigliati di secondo grado, facilitati da un cavo metallico (piuttosto sottile e malmesso), che comunque diventano più impegnativi coi ramponi ai piedi... ragion per cui decidiamo di alleggerirci lo zaino dalla corda!

Inizio della ferratina
 
Sfruttiamo un paio di spit per rinviare e in breve siamo sull'anticima del Gendarme; per raggiungere la vetta vera e propria occorre ancora superare un colletto seguito da qualche passo di facile misto (presente cordone e spit a destra, forse per l'uscita della via Dalli Gully). Una madonnina simile a quella posta sulla vicina Alpe di Succiso e una croce piegata dal vento ci accolgono sulla cima, più comoda e spaziosa di quanto ci si aspetterebbe ma lo stesso aerea.

Mario sull'anticima del Gendarme

La posizione defilata rispetto al crinale - siamo totalmente nel versante toscano - rende possibile un colpo d'occhio particolare sulle vette parmensi e reggiane, cui fa da contraltare la sfilata pomposa delle Alpi Apuane. Da una parte il quadrato della Pietra di Bismantova, ambrato e solare; dall'altra il triangolo della parete nord del Pizzo d'Uccello, ombrosa e incrostata di (poco) ghiaccio. Nino Oppio dovette passare anche di qui nelle sue esplorazioni verticali lontane dall'arco alpino!

In vetta

Figure rese piccole dalla distanza si muovono nel vallone dell'Inferno, altre fanno capolino dagli spalti della Nuda, raggiungibili facilmente con gli impianti; civiltà e solitudine, versanti addomesticati e versanti selvaggi sono a strettissimo contatto. Con tutti i rischi che ne conseguono: noi siamo saliti dal vallone con il sole ancora basso, non fidandoci della neve; qualcun altro, arrivato in quota verosimilmente con gli impianti, si affaccia dopo mezzogiorno e decide, così su due sci, che è il caso di scendere.

Il Gruppo Gendarme Scalocchio visto dalla Nuda

Anche per noi ormai è ora di tornare giù, ma non avendo fretta decidiamo di farlo in sicurezza, procedendo a tiri alternati in discesa. Arrivati poco sotto l'anticima, con una brevissima calata superiamo il tratto più verticale e siamo nuovamente al colletto della Gengiva, ormai fuori dalle difficoltà.

Calata con mezzo barcaiolo... idee brunellesche

Torniamo sui nostri passi, recuperiamo ciaspole e bastoncini e proseguiamo verso la vetta della Nuda (1895). Gli sciatori brulicano sul versante nord da cui scendono le piste, pochi metri più in basso di noi; che invece proseguiamo sul comodo crinale, mantenendoci a debita distanza dalle poderose cornici affacciate sul vallone dell'Inferno: il Gendarme svetta sullo sfondo, elegantissimo.

Sulla cresta del Forame
 
La cresta del Forame è un itinerario semplice e molto panoramico, adatto anche agli sciatori; i tratti ripidi sono facilmente aggirabili sul versante nord. Le pareti, anche le più verticali, si presentano totalmente incrostate di neve, come giganteschi canditi. E' una copertura chiaramente effimera, ma oggi non deve avere fatto poi tanto caldo se ancora non si è staccata!

Forame innevatissimo: in alto a sinistra la vetta della Nuda

Arrivati a una suggestiva conca dominata da due monoliti, togliamo i ramponi e io finalmente sgancio dallo zaino le ciaspole portate per niente fino a qui. Mario preferisce non bagnarle... La discesa nella faggeta è pura goduria (per me!); la neve è in parte fresca e consente di lasciare scivolare le ciaspole guadagnando un po' di velocità. Seguiamo una direzione istintiva, senza stare né troppo a destra né troppo a sinistra; costeggiamo un ruscello, incontriamo un sentiero Cai.

Pendii dolci

Un ponticello di legno è il chiaro segno che ormai siamo rientrati nella civiltà: qui Mario ha la sua rivincita, osservandomi mettere una ciaspola troppo esternamente sulla neve che copre il ponte, con conseguente pocciata della detta ciaspola e di parte del mio fondoschiena nel ruscello sottostante... Funziona anche così in montagna: si salgono e scendono creste e gendarmi per poi rischiare di farsi male da coglioni a un minuto dalla strada!

Il ponticello del misfatto