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mercoledì 20 aprile 2016

Il Verme e Lumaca di Vetro: fuori di zucca per lo Zucco dell'Angelone

Il mio 2016 su roccia (buona!) si riapre proprio dove si era concluso il 2015: allo Zucco dell'Angelone. Lo scorso dicembre giungemmo ai piedi di questo montarozzo affacciato sulla Valsassina, e restammo letteralmente smarriti di fronte alla quantità di vie: ogni angolo di parete sembrava mitragliato di fittoni! Non trovammo l'attacco della via che puntavamo a fare (Condorpass) e dovemmo ripiegare su qualcosa di più breve, testando comunque la bontà di questo calcare ruvidissimo.
Sul Pilastro del Vampiro, 12 dicembre 2015

Stavolta torno all'Angelone armato di guida, e con le idee decisamente più chiare. Lasciata l'auto nel comodo parcheggio (a pagamento) della funivia, ci dirigiamo spediti al Primo Sperone: una grande placca appoggiata, dove alcuni ragazzi stanno già arrampicando e ci indicano dove trovare l'attacco della via Il Verme, la quarta o quinta linea di fittoni sulla struttura partendo da sinistra.

Fessure sul Verme

Il primo tiro è appoggiato, perfetto per far prendere ai piedi confidenza con le rugosità della roccia. I fittoni sono a distanza generosa, ma la fiducia nell'aderenza è fondamentale per procedere anche se siamo su un 4a (gradi lecchesi!). Alla catena proseguo su una cengia che sale a destra (II grado), e faccio sosta su due anelli presso una biforcazione.


Alla fine della cengia

La via originale sale a sinistra, superando una bella lama seguita da uno spigolo (4b). Anche il terzo tiro si presenta simile, con uno spostamento iniziale a sinistra ben appigliato e subito dopo uno strapiombino (4c, più difficile al centro); poi si procede su placca appoggiata, lasciandosi a sinistra un alberello e traversando a destra su concrezioni fino alla sosta.

Terzo tiro

La via proseguirebbe in cresta con altri due tiri facili su roccia mediocre, e noi decidiamo di calarci subito. Grazie alle due mezze ci bastano due calate per raggiungere la base dello Sperone, dove nel frattempo si è radunato un bel mucchietto di persone. Mangiamo qualcosa al volo, ormai ci siamo scaldati e possiamo puntare al vero obiettivo della giornata.

Ci si cala sulla folla colorita

Appena a sinistra del Primo Sperone (faccia a monte) risaliamo su sentiero segnato un ripido canale che ci porta alla base del Secondo, chiamato anche Pilastro dell'Essenza. Qui sale la via Lumaca di Vetro, creazione di fine anni 70 di Ivan Guerini e soci; i pionieri della val di Mello consideravano forse il calcare granitico dell'Angelone un ottimo terreno di allenamento, oltre che di scoperta.

Vista della seconda parte di Lumaca di Vetro

Oggi Lumaca di Vetro si presenta ben protetta a resinati, ma resta una via di grande fascino, con arrampicata varia ed estetica. Il primo tiro parte con diagonale a sinistra su placca appoggiata, con un delicato passo di aderenza (5b); raggiunto un terrazzino (possibile sosta intermedia) saliamo la linea di fittoni centrale delle tre presenti, superando un muretto verticale con l'aiuto di buchi e concrezioni (5c).

Primo tiro

Il secondo tiro ci riporta leggermente a destra, per poi affrontare sulla sinistra un pilastro (ottima lama, 5a) e proseguire su entusiasmanti canne leggermente appoggiate (5b, fittoni un po' più distanti). Al terzo tiro facciamo un po' di confusione: scartata la linea di fittoni subito sopra la sosta - a occhio troppo difficile - Pietro traversa a destra su una cengetta erbosa, senza raggiungere l'albero dove si trova la sosta di un'altra via lunga parallela.

Secondo tiro

Al centro delle due linee non si vedono fittoni, quindi bisogna arrangiarsi con le protezioni veloci. La parete è appoggiata e lavorata, le difficoltà non superano il IV grado: salire così ha qualcosa di esplorativo, avventuroso, e con un po' di fantasia sembra quasi di tornare nei panni di chi salì queste pareti quando ancora non c'erano altro che roccia e piante.

Terzo tiro: c'è chi scende e c'è chi sale!

Ora ci sono anche i fittoni resinati, e anche se uno se lo dimentica per strada, Pietro rinvia gli ultimi due, piazzati con criterio in prossimità di passaggi più impegnativi. Eccoci alla penultima sosta, ai piedi del pilastro finale: la linea di Lumaca di Vetro si sposta a sinistra per poi salire lungo uno splendido ed esposto diedro, dalla roccia biancastra.

Quarto tiro

Salgo io da primo, integrando con un nut più psicologico che altro - i fittoni sono tutto sommato vicini! - e con un traverso a destra, poco prima del termine strapiombante del diedro, raggiungo la sosta finale, in posizione particolarmente aerea. Pietro mi raggiunge velocemente e ci gustiamo un poco il panorama prima di attrezzare una nuova corda doppia.

Ultima sosta
 
Alla nostra sinistra sale il Terzo Sperone, dove corrono alcune fra le vie più lunghe dell'Angelone (Foto di gruppo con signorine, sulla quale vediamo impegnate un paio di cordate); sotto di noi la breve pianura della Valsassina, dominata dalle due Grigne ancora in parte innevate. E' ora di calarci in quella direzione!

Prima calata lungo Lumaca di Vetro

La prima doppia ovviamente è espostissima, e ci porta sulla cengia alla destra della seconda sosta; qui dubitiamo di raggiungere la base con un'unica calata, ma il terreno poco inclinato e la presenza di un canale ci incoraggiano a scendere finché abbiamo corda... Ci ritroviamo così una decina scarsa di metri sopra la base, e dobbiamo scendere scomodamente un po' per la placca non proprio facile, un po' per il canale sporco di terra. Una pericolosa faticaccia.

Taleggio!

Tornati agli zaini addentiamo i panini stracolmi di taleggio che ci siamo fatti preparare a valle; la giornata è ancora lunga e decidiamo di andare a visitare il settore Bastionata. Torniamo indietro fino quasi al primo sperone, poi cominciamo a traversare a destra su sentiero con qualche tratto attrezzato; superiamo le basi del Terzo e del Quarto, e ci ritroviamo sotto una placca enorme con alla base un ghiaione.

Fessure da sbavo

Linee di fittoni salgono ovunque, ma i disegni della guida non sono troppo chiari; e anche il fatto che non ci sia scritto nulla da nessuna parte contribuisce a instillarci il dubbio di non essere nel posto giusto. Proseguiamo la discesa con una scaletta fino a un nuovo settore, probabilmente lo Sperone dell'Astinenza... attacchiamo una bella fessura con fittoni vicini, e raggiunta la sosta su un boschetto proseguiamo con un altro tiro (strapiombino e canne); come difficoltà saremo attorno al 5a; la via dovrebbe chiamarsi Frisco Liberaci... comunque dalla seconda sosta ci caliamo fino alla base.

Secondo tiro (Frisco Liberaci?)

Giusto il tempo di un monotiro sulle affascinanti e difficili canne e il sole si nasconde dietro il Grignone: i piedi cuociono, le mani prudono dopo tutto il ruvido accarezzato... possiamo ritenerci soddisfatti appieno di questa seconda visita all'Angelone! Radler al rifugio della seggiovia, tiriamo le 19 e in un paio d'ore siamo a casa, senza trovare traffico né a Lecco né a Milano.

Ultima luce sulle canne

venerdì 6 novembre 2015

Cascate e Lago Acqua Fraggia, anello da Borgonuovo per Savogno

Acqua Fraggia sta per acqua fracta, cioè spezzata. Una parete alta più di 150 metri spezza infatti il corso naturale del torrente omonimo, poco prima del fondovalle, dando vita ad una delle cascate più grandiose e celebrate delle Alpi. E non è che la prima fra le tante che incontreremo in questa escursione, decisamente varia per gli ambienti attraversati.
Cascate dell'Acqua Fraggia

Più breve e meno isolata rispetto alla vicina val Codera, la valle dell'Acqua Fraggia rappresenta comunque un'occasione per allontanarsi dal traffico delle strade, che rimangono fitte giù nel fondovalle di Chiavenna. I 3000 gradini scolpiti nel granito che salgono a Savogno, paese salvato negli ultimi anni dall'abbandono, conducono faticosamente indietro nel tempo.

Savogno di notte

Ci sorprenderemo di notare la civiltà sia arrivata con coraggio non solo qui, ma ben oltre, negli alpeggi ai piedi delle pareti, fino a fianco del grande surreale Lago dell'Acqua Fraggia, dove pochi anni fa era in una malga si vendeva ancora il formaggio. A quattro ore di cammino dalla strada più vicina!
Lago dell'Acqua Fraggia e Pizzo Galleggione

Data uscita: 24-25 ottobre 2015
Punto di partenza: Borgonuovo di Piuro (450)
Punto più elevato: Lago dell'Acqua Fraggia (2043)
Dislivello in salita: 1700
Tempo totale di percorrenza: 8/9 ore
Grado di difficoltà: EE
Punti d'appoggio: Rifugio Savogno (932)
Periodo consigliato: Inizio estate e autunno
Note segnaletica: Buona / ottima su tutto il percorso
Accesso stradale: Raggiunto il paese di Borgonuovo, svoltare a sinistra appena prima del ponte, verso Sant'Abbondio. Poco dopo, ormai ai piedi della cascata, svoltare a destra, superare il fiume e parcheggiare in uno dei posteggi non a pagamento.
Note: Consigliabile alleggerire l'escursione dormendo al rifugio Savogno (si mangia molto bene, camere comode). Gli arrampicatori possono approfittare della posizione per dare un'occhiata alla comodissima falesia della Mezzera, con vie mediamente difficili su granito immerse in uno splendido castagneto.

Falesia della Mezzera

Lasciamo alla nostra sinistra la cascata dell'Acqua Fraggia, seguendo un sentiero Cai fino alle ultime case di Borgonuovo, dove termina la strada asfaltata con un piccolo parcheggio. Qui incontriamo un bivio, e teniamo la sinistra (sentiero Panoramico, indicazioni per Dasile). Con ripide scalinate, più in cemento e ferro che non intagliate nel sasso, guadagniamo quota rapidamente; una breve deviazione a sinistra raggiunge un notevole belvedere a circa metà della cascata.


Si riprende a salire vicino a pareti poderose, fino a ritrovare il fiume appena sopra al salto. La salita si fa ora meno ripida, all'interno del castagneto. Si ignorano due sentieri sulla sinistra che attraversano il fiume, e in una mezzoretta ci si interseca con il sentiero principale che sale Borgonovo, la famosa scalinata (segnavia B25).


In breve raggiungiamo Savogno: la chiesa con il campanile in sasso asimmetrico e la piazzetta erbosa affacciata sulla valle di Chiavenna; le balconate in legno che sembrano sfidare la gravità; i borghetti paralleli uniti trasversalmente da vicoli con archi e scalinate; l'immancabile teleferica. Così ci si presenta questo borgo dove qualcuno continua ad abitare anche dopo l'estate.

Savogno, balconi caratteristici


Siamo accolti al rifugio Savogno, ricavato nell'edificio dell'ex scuola elementare durata molto poco. Già alle 17 i rifugisti sono accanto ai fornelli, e a cena apprezzeremo la cura del loro lavoro! Dopo un immancabile giretto notturno per i viottoli silenziosi, ci ritroviamo con una manciata dei pochi abitanti nella Cooperativa Enal (ente soppresso nel 1978: ma qui non devono essersene accorti): bancone ben fornito di alcolici, posacenere pieni zeppi, TV sintonizzata sulle demenzialità del sabato sera su Canale 5, tante ottime riviste di montagna sparse sui tavoli... passiamo così il tempo fino all'ora della nanna, su comodissimi letti con lenzuola pulite.


La mattina lasciamo il paese e superiamo per la prima volta il torrente, diretti a Dasile (1032). Un paesino ancora più ameno, posto sopra un grande prato simile a una dolina. Lo attraversiamo percorrendo il sentiero B28, direzione Corbia. Superate le ultime case, ci addentriamo in uno splendido castagneto, pieno di muri a secco e vecchi essiccatoi.


Riprendiamo a salire più ripidamente nel bosco, dove compaiono i primi larici ormai vicini al giallo, ed eccoci in quel piccolo paradiso chiamato Alpe Corbia (1373): capre sospettose ci sorvegliano dai tetti delle baite, decine di pecore pascolano su questi prati rigogliosi esposti a mezzogiorno. Sul lato opposto della val Bregaglia si impongono alla vista i giganti di granito, con le loro pareti incrostate di neve: il Pizzo Badile, il Cengalo, l'Ago di Sciora.

Capre sorveglianti a Corbia

Riprendiamo la salita, sperando di non venire aggrediti dal caprone, per fortuna piuttosto defilato dal sentiero... il sentiero passa dalle baite più alte e si porta verso sinistra, presentandosi ora più ripido e meno segnato; per fortuna è stato ripulito recentemente, come poi ci diranno in paese, da alcuni cacciatori.
Alpe Corbia: sullo sfondo i Pizzi Cengalo e Badile


A un certo punto si incontra una brusca deviazione a destra, mentre verrebbe naturale tirare diritto verso una bella baita in sasso presso un canale: qui si trova una fontana. Raggiungiamo faticosamente il crinale boscoso dal quale ci riaffacciamo sulla valle dell'Acqua Fraggia, a circa 1800 metri. Inizia ora un lungo tratto in traverso, con alcuni passaggi che richiedono un po' di attenzione.

Sentiero B28, panorami a picco sulla valle

Di là dai larici sempre più radi e spogli, compare l'elegante mole del Pizzo Galleggione (3107), la cima più alta della valle dove l'inverno è già arrivato. Dopo alcune pietraie e un facile tratto attrezzato dopo un fiume, gli alberi lasciano spazio una volta per tutte ai pascoli; superiamo le baite in rovina di Serigno, e presso quelle di Ponciaga (1816) ci ricongiungiamo con il sentiero B25 che sale da Savogno.

Ai piedi del Pizzo Galleggione

Lo seguiamo, toccando altri edifici abbandonati (fontana), e con un ultimo sforzo puntiamo alla croce posta sullo sbarramento morenico, chiaro confine con l'ambiente di alta quota, oltre il quale si nasconde il Lago dell'Acqua Fraggia. Pure qui ci sono capre al pascolo e qualche camoscio lontano. Anche se fa vento e freddo e l'erba è bagnata, ci sistemiamo qui per affettare formaggio e salame come da buona consolidata abitudine. E chissenefrega del cancro.
Fa caldo!

Per scendere torniamo sui nostri passi fino a Ponciaga, dove proseguiamo con il B25, la strada più diretta per Savogno. Nuovi alpeggi, cascate, alberi nel pieno del foliage autunnale, deliziano la discesa comunque lunga. Notevole in particolare la località di Alpigia, dove sono stati ammucchiati sassi in quantità immane per ripulire i pascoli.

Alpigia

A Savogno recuperiamo le poche cose lasciate al rifugio, e notiamo con piacere che ci sono molti escursionisti e commensali in giro. Ci aspettano ora i quasi 3000 gradini per Borgonuovo, affrontati forse con un po' troppa baldanza... si faranno spiacevolmente sentire sui polpacci nei giorni seguenti!

Sant'Antonio col suo maialino

mercoledì 10 giugno 2015

Avventura alle Gorges du Verdon: sequenza non voluta di Dalles Grises e Chlorochose

Cosa posso raccontarti delle Gorges du Verdon? Delle lande marroncine, distese indefinitamente verso le Alpi e il mare, che di colpo si interrompono nel baratro... e laggiù, l'oasi sinuosa di verde e di blu dove le acque del fiume Verdon sembrano scorrere da un verso e dall'altro insieme... e nel mezzo roccia, e altra roccia, in tutte le sue facce: bizzarri minareti di un rossastro ruvido e rotto; archi ciechi in rilievo; facciate solenni e luminose, decorate da fessure e cenge geometriche, luccicanti di spit... e ancora corde, cordes, cuerdas, ropes, seile che cadono da tutte le parti o salgono piano piano, trasportate da magliette di alpinisti di tutti i colori e di tutti i paesi. Ce sont les Gorges du Verdon! Se in montagna cerchi l'ascesa, la contemplazione silenziosa e solitaria, queste non saranno le tue pareti preferite; eppure è un'esperienza speciale calarti dentro questa Babele di calcare, Mecca delle vie sportive di più tiri, nel bene o nel male uno dei maggiori poli d'attrazione d'Europa per chi ama arrampicare.

Carlo, the beginning...

Data uscita: 1 e 2 maggio 2015

Punto di partenza: Belvedere de la Carelle

Dislivello in salita: 150

Durata totale: 3-4 ore comprese le calate

Grado di difficoltà: D. Passi fino al V+

Numero di tiri: 5

Chiodatura: A spit, abbastanza vicini; soste attrezzate con catene e anelli per la calata a pochi metri dalle soste della via.

Punti d'appoggio: Vari bar e una boulangerie (panetteria con anche panini preparati) nel paese di La Palud

Periodo consigliato:  Autunno e primavera

Accesso stradale: Da La Palud sul Verdon proseguire verso Castellane fino all'Hotel des Cretes, dove si imbocca la Route des Cretes. Salire per 5 km, dopo 5 tornanti si raggiunge il Belvedere de la Carelle, affacciato sul canyon.

Note: Le Dalles Grises e Chlorochose sono fra poche vie facili del Verdon, e risalgono il settore più grande e frequentato, l'Escales. Già questo è indice di traffico; si aggiunga che le due vie, specialmente Dalles Grises, sono sfruttate come vie preferenziali per le calate in doppia di chi è diretto ad altri itinerari di salita sulla stessa parete. Considerare tutto questo quando si pianificano i tempi di salita, che possono dilatarsi notevolmente!

...Carlo, the unhappy ending

Cornetto Perticara, Basilicata, 30 aprile 2015: mani in tasca, occhiali da cantiere sporchi di polvere, figure di pareti sterminate prendono forma nella testa del nostro Carlo, e idee folli per raggiungerle. Auto fino a Napoli, treno notturno per Parma, e alle 5 di mattina eccolo sonnecchiare su una panchina della stazione, con lo zaino pieno di attrezzatura e le due mezze corde. Mario, vecchio compagno di cordata, lo accoglie poco dopo a casa con una bella colazione, mentre io sono già davanti al PC a scervellarmi in cerca di una possibile destinazione per questo weekend dal meteo poco incoraggiante.

Il panda con la Panda

C'è da andare verso ovest per cercare di cogliere una finestra di bel tempo: Finale Ligure? Troppo vicino per starci due giorni; le falesie di Nizza e dintorni? Carlo non si è fatto 10 ore di viaggio per fare dei monotiri; più in là cosa c'è? Il Verdon! Cosa vuoi che siano altre 5 o 6 ore in auto se si tratta di andare in un posto simile?
Gente su vie più dure!

Sono le 11: con una telefonata schiodo i due dal letto per proporre loro l'idea, e in men che non si dica abbiamo prenotato l'hotel, pianificato i rifornimenti metano, setacciato fra le centinaia di vie del Verdon le poche che saremmo in grado di salire. Dopo pranzo siamo già in marcia, guida Mario: nella radio un CD di De Andrè con la Canzone del Maggio, dedicata proprio al primo maggio francese... ci rendiamo così conto che anche lì oggi è festa, e con ogni probabilità lo sarà anche domani, e tanti la passeranno sulle pareti del Verdon!

Ora però la preoccupazione maggiore è il meteo: entrati in Francia ci accoglie una fitta nebbia, con tanto di incidente poco prima di Nizza e una buona mezzora di coda annessa. Usciamo ad Antibes puntando all'unico distributore di metano della Costa Azzurra: una piccola pompa self service, con tanto di istruzioni stampate in italiano, dato che solo italiani in vacanza verosimilmente vengono a fare metano qui. Peccato che l'attacco sia quello per le auto tedesche, e la Panda di Mario non è compatibile, quindi dobbiamo proseguire a benzina... simpatici cugini francesi!


Superiamo Grasse, città dei profumi, risaliamo la Rue du Napoleon ancora sotto la nebbia, e quando ormai è buio sbuchiamo sopra la coltre in un ambiente brullo. Il cielo però non appare sereno, e poco dopo comincia a piovere, sempre più forte. Castellane ci accoglie così sotto l'acqua scrosciante, e nel buio più totale ci infiliamo fra le strette gole del Verdon; curva dopo curva siamo finalmente all'hotel, dove molto gentilmente ci portano qualcosa per cena nonostante siano le quasi le 22.

Il meteo sembra averci traditi, e ci infiliamo a letto rassegnati all'idea di un domani di trekking sotto le pareti bagnate! Fuori spira la bufera, fa tremare gli scuri,  i letti a castello scricchiolano per l'ansia, finché il suono della sveglia non pone fine all'attesa. Apro la finestra e il cielo è sereno, le ultime bave di nebbia pronte a diradarsi.




Con Alain Robert
A colazione si presenta un personaggio piuttosto appariscente: stivali leopardati, pantaloni di pelle, giacca blu, capello biondo lungo. Carlo è l'unico a riconoscerlo: si tratta di Alain Robert, soprannominato Spiderman, scalatore dei più alti grattacieli del mondo, più volte arrestato e disabile - relativamente - al 60% a causa di due incidenti gravi. Eccolo qui a mangiare la brioche in un alberghetto da 40 euro a notte!

Non vogliamo disturbare la sua colazione, ma una volta giunti al Belvedere de la Carelle sentiamo rintronare nella valle il rombo di motore... è lui, con la sua Audi TT che sale i tornanti a tutto gas. Si ferma a sua volta al parcheggio, e qui ci sembrano meno fuori luogo due chiacchiere e un paio di foto insieme. Oggi non scalerà grattacieli, ma la roccia grezza di casa sua, seguito dall'immancabile drone che sentiremo ronzare per quasi tutta la mattinata.

Prima doppia

E' ancora presto, ma sappiamo che saremo lunghi e troveremo traffico, quindi ci dirigiamo velocemente all'attacco della nostra via. Un sentierino si stacca dalla curva sotto il parcheggio inoltrandosi nella vegetazione bassa fino all'orlo del canyon. Il settore Dalles Grises, placche grigie, è indicato da una scritta su una grossa pietra con catena e anello di calata, proprio in mezzo al sentiero.

Nel frattempo arrivano altre persone, bisogna fare in fretta! Lanciamo le corde nell'abisso, inizia l'avventura dentro il Verdon... e inizia male! La prima calata è un disastro, con le corde finite troppo a sinistra e impigliatesi in uno dei tanti arbusti. Ci pensa Carlo a districarle, e l'operazione ci fa perdere molto tempo. Le altre tre calate decisamente verticali quando non strapiombanti, vanno meglio, e finalmente siamo al Jardin des Ecureils, un boschetto pensile circa a metà parete dove comincia la nostra via.


Al Jardin gli alberi no sono più un problema!

Siamo in tre, e sale Mario da primo. Si comincia con un diedro un po' unto. Gli spit sono vicini, l'arrampicata tecnica e sostenuta, il senso di verticalità via via crescente. La via presenta soste doppie, tutte a catena (e non tutte comode), per agevolare le calate; siamo gli unici a salire per ora, ma inevitabilmente i molti che scendono creano un po' di disagio.

Mario sul primo tiro di Dalles Grises

Mario tira anche la seconda e la terza lunghezza, sempre su difficoltà sul IV V, con arrampicata prevalentemente su placca e una pancia leggermente strapiombante. La cordata però procede lentamente, Carlo è fuori allenamento e anche noi forse siamo un po' al limite come gradi, per lo meno su una via comunque sostenuta come questa.

Ancora primo tiro

Dopo un tiro più facile di collegamento raggiungiamo un albero dove già eravamo passati scendendo in doppia. A questo punto do il cambio a Mario, e seguo la fila di spit che obliqua a destra, in direzione del diedro seguito dalla via Chlorochose. Diverse cordate la stanno risalendo, e di fatto vado a tagliare la strada a un francese che si lamenta... Carlo gli spiega che in quel tratto le due vie procedono sulla stessa linea (e infatti non abbiamo trovato spit a sinistra), io sono un po' innervosito e mi mantengo sul diedro fino alla sosta, dove recupero gli altri.

Carlo sul terzo tiro di Dalles Grises prima di un passaggio duro

Vengo a sapere solo qui che ho sbagliato strada: a un certo punto avrei dovuto tenere la sinistra sulle placche... poco male, ormai rimarremo sugli ultimi tiri di Chlorochose, che sono anche un poco più facili rispetto a quelli di Dalles Grises. L'arrampicata è prevalentemente su diedro, con buone prese, i passaggi difficili abbastanza isolati.

Mario sul penultimo tiro di Chlorochose

Non senza un poco di sollievo, intravvedo la fine della parete ormai vicina. Forse ho concatenato due tiri brevi, o forse abbiamo fatto una gran confusione e basta! L'uscita sul pianoro è rasserenante, un po' in stile Bismantova, e la sosta per recuperare Mario e Carlo comodissima. Ci abbiamo messo un'eternità di tempo, più di 6 ore, ma siamo soddisfatti!

Mario in uscita da Chlorochose

Il pomeriggio è ancora lungo, e decidiamo di fare un tour automobilistico attorno al Verdon. Non siamo certo gli unici, c'è addirittura un raduno di Renault Kangoo... soltanto i francesi possono organizzare qualcosa del genere.

Nostalgia!

Ripercorriamo la Rue Napoleon, ci ributtiamo sull'Autostrada dei Fiori dove mangiamo qualcosa al volo a un'area parcheggio vicino a Imperia. Saremo a casa all'una di notte!

Midnight Imperia!

martedì 10 marzo 2015

Cascate nel Canyon del Bletterbach, la falesia di ghiaccio


Cascate di ghiaccio: un argomento al quale fino a poco tempo fa associavo etichette del tipo #temerario #estremo #fragilità #difficilissimo e chi più ne ha più ne metta: meglio limitarsi a qualche canale! Pensavo. Poi capita che qualcuno nella compagnia prova, gli piace, dice che in fondo non è così difficile e dà molta soddisfazione.

Primi passi di Montagnatore sulla cascata (foto di Mario)

Allora perché non provare? La mia nuova piccozza in fondo si presta, una seconda me la possono prestare: dopo un febbraio tutto sulle ciaspole, è tanta la curiosità di vedere come sono queste cascate ghiacciate. Come destinazione scegliamo il canyon del Bletterbach, in Alto Adige, sopra Ora: il timore della concorrenza ci spinge a partire presto, molto presto.

Luca Co

Varie peripezie legate al metano ci fanno perdere tempo, e giungiamo sul posto solo alle 8. Scopriamo con piacere che ci sono solo altre due auto parcheggiate oltre all'ammiraglia; fa piuttosto caldo, ma contiamo sull'effetto congelatore del canyon. Ci cambiamo in fretta e raggiungiamo il parcheggio innevato del Centro Visite. Qui scendiamo a destra nel bel bosco di abeti fino ad una ripida scala di ferro, che ci fa raggiungere il fondo della forra.

La traccia nel canyon

Il luogo è ammaliante, silenzioso: uno stretto corridoio coperto dalla neve, fra pareti rossastre talora strapiombanti, dove le acque del rio Hackenbach si creano spazio sospinte a valle da un inverno non troppo freddo. Ma per fortuna ci sono anche loro, mantenute immobili da un'inizio di primavera non troppo caldo: le cascate di ghiaccio.

Cascata al sole

Una fa bella mostra poco sotto l'arrivo della scala, ma è esposta a sud e non troppo guarnita; decidiamo di risalire il canyon, e subito dopo incontriamo un nuovo salto esposto a nord, piuttosto incassato e facile, occupato però da due arrampicatori appena arrivati; proseguiamo, fiduciosi di trovare altro ghiaccio, e il Bletterbach ci accontenta.

Le prime due cascate incontrate sulla destra salendo

Una cascata breve ma abbastanza articolata, con uno strato di ghiaccio che ci sembra abbastanza spesso: anche qui l'esposizione è favorevole, a nord, e la sicura comodissima. Ci prepariamo, sale per primo Luca che è quello con più esperienza su ghiaccio, e apre la cascata piazzando 6 o 7 viti. In cima trova una buona sosta su alberi con cordini (comunque integrata), e si cala. Essendo la via circa 25 metri, le mezze corde da 60 bastano e avanzano.

Aggiudicata!

Saliamo da secondi Mario ed io; il primo approccio è un po' violento: tendo a fare molta forza sulle braccia, tirando colpi da maniscalco per infilare il più possibile le piccozze nel ghiaccio... poi mano a mano scopro che è meglio sfruttare, dove possibile, i vari gradini e buchi naturali in cui la becca fa ottima presa. In generale comunque tendo a scaricare poco peso sui piedi, problema che del resto ho anche quando arrampico su roccia.

Mario

Il primo giro seguiamo il tracciato di Luca, che ha sfruttato il punto debole della cascata, cioè una sorta di diedro; l'uscita è meno pendente, con uno strato di ghiaccio più sottile e l'acqua che scorre sotto, poco rassicurante... Come seconda salita invece, forti della corda dall'alto, proviamo un'estetica candela sull'estrema sinistra della struttura.
Luca Ca

L'arrampicata qui è più sostenuta e verticale, facilitata comunque dai numerosi buchi; la vicina roccia sulla sinistra permetterebbero di crearsi un minimo di diedro, ma ci vietiamo di tirare ramponate sulla storia delle Dolomiti! Ricordo per l'appunto che il canyon è il principale parco geologico dell'Alto Adige (chiuso in inverno), e le stratificazioni di porfido, arenaria e infine dolomia, con annessi fossili, riassumono meglio di ogni altro luogo la formazione profonda di queste montagne speciali.

Verso il cuore del canyon

Risalendo il canyon poco sopra la nostra cascata, questi strati sono ben visibili in alte pareti, dall'aria più fragile del nostro ghiaccio; qui arriva un sentiero che costeggia il canyon da nord, passando vicino alla nostra sosta (una catena avverte del pericolo di caduta); recuperiamo le mezze corde e proseguiamo battendo traccia fino alla sosta dell'altra cascata esposta a nord, quella che stamattina era occupata.

Sullo sfondo la vetta del Corno Bianco, che domina il Bletterbach

E lo è anche ora, ma per poco. Ci concediamo un panino al sole, nel frattempo spuntato, finché la via si libera. Decidiamo di attrezzarla dall'alto, scendendo i due Luca in doppia e lasciando Mario in sosta ad assicurarci. Le difficoltà sono decisamente inferiori, si tratta quasi di un canale... il ghiaccio però è più spesso e compatto, e l'uscita pressoché verticale.

Luogo perfetto per imparare

Mentre arrampichiamo sentiamo spiccozzate provenire dalla nostra sinistra, dove c'è una candela decisamente più ostica rispetto alla nostra via: un signore silenzioso sta salendo senza alcuna assicurazione... la cosa fa molta impressione a pensarci, evidentemente il soggetto deve avere molto feeling, o, se vogliamo parafrasare, due cojoni duri come er ghiaccio.

L'interno di una cascata

Arrivati in cima, Mario si cala e risale a sua volta, preceduto dall'ice climber solitario, che si sta collezionando tutte le cascate del canyon salendo e scendendo col sentiero. Anche noi faremmo volentieri la candela, ma l'alberello su cui è attrezzata la sosta non ci ispira troppa fiducia... poi cominciamo a sentire un po' la stanchezza e non ci sembra il caso di buttarci ora sulla via più difficile della giornata.

Un po' di pubblicità! (foto di Mario)

Scendiamo dunque col sentiero, concludendo anche un piccolo anello attorno a questa parte centrale del Bletterbach. Sia sopra sia sotto dev'esserci molto altro da scoprire, tra rocce vecchie migliaia e migliaia di anni e giganti di ghiaccio pronti a sparire da una settimana all'altra... per ora andiamo in pellegrinaggio al grande santuario di Pietralba, a ringraziare Dio di non avere rotto il ghiaccio subito (o forse solo per una birra fresca? Lascio il beneficio del dubbio ai lettori), ma certo è che torneremo!

Santuario di Pietralba