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mercoledì 18 gennaio 2017

Tentativo alla Torre dei Quattro Cantoni: un bastone duro come il granito!

Investire troppe aspettative in un progetto, spesso è un buon metodo per farlo fallire. Avevo atteso tutta l'estate di andare in Brenta ad arrampicare... ma l'estate è corsa via alla svelta, e con lei buona parte dell'autunno; e alla fine l'occasione buona si presenta soltanto alle porte di novembre.


Cima Tosa Crozzon di Brenta e Cima d'Ambiez al tramonto, dalla val d'Amola


Mario ha il weekend a disposizione, il meteo è perfetto, con sole e temperature gradevoli in quota; in più io ho un'ulteriore motivazione per andare in val Rendena: le scarpette dimenticate al rifugio Segantini quando ero stato sulla Presanella, custodite dal rifugista a casa sua a Madonna di Campiglio! L'idea è arrampicare un giorno su granito, l'altro su dolomia, sempre over 2000!

Torre dei Quattro Cantoni e Brenta

Partiamo belli carichi sabato mattina verso le 6, e scegliamo di dedicare l'ultimo giorno di ora legale alla Seconda Torre dei Quattro Cantoni (2780), chiamata anche Campanile di San Giusto, in alta val d'Amola. Questa montagna, di cui online non si trova nulla, la avevamo scoperta insieme ad Alberto scendendo dalla Presanella: ci aveva meravigliati l'aspetto monolitico delle pareti, di granito chiaro inciso da lunghe fessure, simile a certe zone del Monte Bianco.

Torre dei Quattro Cantoni

Documentandomi poi alla biblioteca del CAI, trovai la relazione dello spigolo sud: circa 150 metri massimo IV grado, con entusiasmanti tiri in fessura... proprio quello che faceva per noi! Alle 10 ci incamminiamo dal parcheggio sotto Malga d'Amola, diretti al Rifugio Segantini. L'aria è ancora fresca, Presanella e Monte Nero coperti dalla neve, che comincia circa dai 2500 metri... quindi più in basso rispetto alla montagna verso cui siamo diretti, già ben riconoscibile per le forme squadratissime.


A sinistra la Torre

Di buon passo raggiungiamo il rifugio, e iniziamo a risalire il sentiero 219 puntando direttamente alla torre. Presto cominciamo a pestare neve, purtroppo non portante: la grande pietraia che si attraversa, rende la progressione particolarmente scomoda e faticosa.

Rifugio Segantini

Abbandoniamo il sentiero seguendo radi ometti che ci portano alla base dello spigolo est della torre. Con un delicato traverso arriviamo a imboccare un canaletto di roccia sfasciumosa che ci fa guadagnare il primo spalto alla base della parete sud.

Verso l'attacco dello Spigolo... che in realtà era lì a destra!

La via inizierebbe da queste parti, ma lo verremo a scoprire soltanto dopo... un insieme di circostanze ci spinge a proseguire sul traverso, puntando a quello che battezziamo come lo spigolo sud. Le pareti alla nostra destra poi sono ancora bagnate e soprattutto non sembrano permettere alcuna linea di salita facile!

Dubbi!


Eccoci dunque sul filo dello spigolo, ancora piuttosto abbattuto; alla nostra sinistra il canale che separa la seconda torre (su cui ci troviamo) dalla prima, di poco più alta. Risaliamo su terreno finalmente senza neve, superando roccette più o meno facili, fino a un nuovo spalto dove lo spigolo si impenna verso il cielo. A sinistra del filo uno spit nuovissimo luccica sotto una bellissima fessura.


Sotto la grande lama di granito

Tutto lascia credere che questo sia l'attacco. La relazione, molto vaga e soprattutto antica, non aiuta a orientarci: in verità siamo sul terrazzo ben oltre metà via, e sopra di noi c'è il blocco sommitale della torre, con il tratto più difficile. Non ci guardiamo troppo attorno: le altre linee di salita sembrano tutte ben più difficili rispetto alla fessura con lo spit alla base, quindi decidiamo di provare lei.

Primi passi un po' aleatori

Mario supera i primi metri, poi si rende conto che non è possibile proteggersi adeguatamente: la fessura è troppo larga, e i nostri due friend gialli ci ballano allegramente dentro... quindi sceglie di tornare giù. Allora provo io: in qualche maniera mi arrangio, salendo in duelfer e poi incastrandomi nella fessura fino a raggiungere il primo chiodo a circa 8 metri.

Sotto il passaggio chiave, rimasto chiuso!

Da qui in poi la fessura si impenna, offrendo qualche possibilità di protezione in più. Le difficoltà sono ora superiori al IV, e il sospetto di non essere sulla via giusta diventa sempre più una certezza... dopo circa 25 metri raggiungo un terrazzino con tre chiodi vicini, di cui uno ballerino: più che una sosta sembra il preambolo a un passo duro. Infatti sopra i chiodi la fessura diventa cieca, costringendo a spaccare in diedro senza appigli validi.

Veduta d'insieme del tiro

Assesto qualche colpo al chiodo e provo il passaggio, aiutandomi con il più in alto dei tre chiodi, ma le difficoltà continuano anche dopo e non mi sento di azzardare: l'unica protezione sulla quale mi fiderei di volare è lo spit a cui è legato Mario, 25 metri più giù! Il passaggio potrebbe essere di VI, anche di più senza azzerare... difficoltà sulle quali mi muovo più volentieri con gli spit non troppo sotto il sedere.

Lasciati un po' di rifiuti sotto il passo chiave!

Decido così di attrezzare una sosta fissa collegando i tre chiodi e lasciando una maglia rapida: mi faccio calare da Mario in moulinette, cercando di scaricare più peso possibile siccome la sosta non è a prova di bomba. Recupero l'abbondante materiale lasciato sul tiro e finalmente rimetto i piedi sull'erba. Ormai sono le 16, la Torre dei Quattro Cantoni ci ha bastonati a sufficienza, meglio andarcene!

Ci si cala!

Per scendere seguiamo la cengia a destra, raggiungendo lo strabiliante spigolo est... una lavagna patagonica di 100 metri piomba sul versante nord, mentre noi ci caliamo da quello sud, su un solido spit. Quasi 60 metri poco meno che verticali (possibile sosta intermedia - probabilmente quella dello spigolo sud!) e siamo sul traverso innevato percorso prima.

Lavagnone liscio a nord - est

Per scendere tagliamo su una pietraia lasciandoci a sinistra il Segantini, e intercettando il sentiero 211B. Da qui riusciamo a vedere nel suo insieme il versante sud della Torre, e capiamo grosso modo dove saliva la via: al centro della parete! Dove poi ci fosse del IV non saprei dirlo. L'ultima parte era una fessura a destra rispetto a quella da cui abbiamo provato a salire noi, più stretta e verticale... Misteri che spero torneremo a svelare con qualche friend grosso in più!

La fessura di IV grado (!?)

Scendiamo a Sant'Antonio di Mavigliola dove abbiamo prenotato un alberghetto comodo. Le alternative per domani sono la Detassis Vidi alla Corna Rossa e la Kiene al Castelletto Inferiore. La prima è un po' più difficile ma più breve e con discesa comoda e veloce... la seconda è globalmente più impegnativa, di fatto un'ascensione su una montagna tutt'altro che banale.


Tramonto sul Brenta con il Sacra d'Amola

Volete sapere quale sarà stata la scelta dei nostri eroi? Naturalmente quella sbagliata... Lo scoprirete nel prossimo episodio!


Alba sul Carè Alto dall'albergo Posta
  
Continua: Vagando in autunno fra le creste del Brenta: tentativo alla via Kiene


domenica 9 ottobre 2016

Presanella, anello dal rifugio Segantini per nuova ferrata e Passo dei Quattro Cantoni

Lo scorso era stato l'anno del Brenta, questo è stato l'anno di Adamello e Presanella. Due montagne che tempo fa mi ero prefisso come obiettivi, ma che quest'estate si sono entrambe rivelate... ripieghi, seppur nobilissimi! Il primo per il meteo incerto, la seconda - che puntavamo a salire per la cresta nord-est - per le recenti nevicate.


Alba sul Brenta dall'alta val d'Amola

Al Rifugio Segantini ci presentiamo gasatissimi, con due piccozze, friends, nuts, mezza corda, viti... ma ci pensa il rifugista a svitare il tappo della bottiglia per farne uscire un po' di anidride granitica: la cresta non è più stata percorsa nelle ultime settimane, per le brutte condizioni dell'ultima parte sotto la vetta, su ghiaccio vivo; negli scorsi giorni oltre tutto ha nevicato in quota, lasciando probabilmente un po' sporche le placche.

Rifugio Segantini

Dopo un'abbondante cena e un'occhiata all'interessante biblioteca del rifugio, ci ficchiamo a letto ancora intenzionati a provare la cresta, che nel pomeriggio non siamo riusciti a vedere bene perché coperta dalle nuvole. Ora il cielo è limpido e stellato, promette una domenica dal meteo impeccabile, fuori non è così freddo... chissà, magari la neve sulle rocce si è sciolta!

Una perla

Le uniche piccozze nel rifugio... quattro per due persone. Troppe!

La mattina siamo i primi a lasciare il rifugio, con gli zaini carichi di tutto l'occorrente per la cresta. Ci portiamo velocemente sul filo della morena sotto ciò che resta della vedretta d'Amola: ora la cresta nord est si vede bene, ed è inequivocabilmente innevata. Non ci sentiamo di andare a tribolare su tiri di III grado in quelle condizioni, con l'incognita dell'uscita sulla pala ghiacciata... Né io né Alberto siamo mai stati sulla Presanella, e sarebbe un peccato rischiare non solo la pellaccia, ma anche il piacere della vetta in una giornata tanto limpida!

Primo bagliore

Così oltrepassiamo senza troppi patemi la traccia diretta alla Bocca d'Amola, dove comincia la cresta nord-est, e proseguiamo sulla ben segnata via normale. I primi raggi di sole lambiscono la Presanella e il possente Monte Nero; mentre alle nostre spalle si staglia in controluce il profilo seghettato delle Dolomiti di Brenta. Presto tutto il vallone pietroso si colora di rosso caldo.

Alba sul Monte Nero
Monte Nero e Presanella: a destra la cresta nord est

Un facile nevaio ci porta all'inizio della nuova via ferrata, che aggira il passaggio più pericoloso della vecchia via normale, cioè la bocchetta di monte Nero, nota per le numerose scariche di sassi. Con l'aiuto di staffe di ferro e pioli, si guadagna velocemente quota al centro di una parete compatta, raggiungendo l'esposto filo di cresta: da qui compare il Caré Alto, e ai nostri piedi si stende la sassosissima val Nardis.

Nuova ferrata della Presanella presso la Bocchetta di monte Nero
Ora la ferrata supera una ripida ma breve discesa, per poi costeggiare su sfasciumi medio-piccoli la cresta del monte Nero: una faticaccia! Nuovo tratto di roccette e guadagniamo finalmente il crestone est. La vetta è ormai vicina, ma fra noi e lei si frappone un breve tratto di cresta piuttosto affilato. Sul filo sono presenti fittoni nuovi, ma noi seguiamo la ferrata, che scende a sinistra proseguendo su una comoda cengia.
 
Il paretone est della Presanella

Una breve risalita ci conduce al Bivacco Orobica (3382), dove una famiglia con bambini ha pernottato ed è già di rientro dalla vetta. Qui ci raggiungono altre due coppie partite dal rifugio: ormai la Presanella è trafficata! Poche le piccozze sugli zaini, del resto servono davvero a poco con queste condizioni.

Il crestone est

Bivacco Orobica

Dopo il bivacco c'è un tratto di cresta sfasciumoso, con qualche elementare passo di arrampicata, poi un facile pendio nevoso che porta alla croce di vetta (3558). Ci godiamo con la dovuta calma il panorama grandioso, con gli scivoli innevati della parete nord, la cresta nord est innevata come ci aspettavamo, e tutto il grande campionario delle Alpi Retiche.

Parete N e cresta NE
Foto di vetta senza zaini!
 
Per la discesa convinco Alberto a cambiare percorso: dopo il bivacco non scenderemo con la nuova ferrata, bensì seguiremo pressappoco la classica - e pochissimo frequentata - via normale da sud, che ha come appoggio il Bivacco Roberti. Si tratterebbe della via di salita alla Presanella più facile e sicura; il suo unico problema è che brucia più di 2500 metri di dislivello, dalla Cascata di Nardis in val di Genova fino alla vedretta omonima!

Deboli tracce

Val Nardis

Dopo il bivacco Orobica e il saliscendi attrezzato sotto la cresta, abbandoniamo i bolli rossi seguiti all'andata e proseguiamo sul largo crestone che guarda a sud-ovest (qualche ometto). A un certo punto occorre spostarsi in un canalone detritico che scende a sinistra, dove i pochi ometti presto si vanno a confondere dentro un autentico oceano di pietra. Scoprirò soltanto dopo che questa non è la via normale sud, la quale si tiene più vicina alla Vedretta di Nardis e non passa dal Bivacco Orobica.


Granito e dolomia

Di fronte a noi l'immensa, brulla val Nardis, con l'Adamello sempre sullo sfondo. La nostra intenzione è raggiungere il passo dei Quattro Cantoni per tornare in val d'Amola, quindi non dobbiamo scendere troppo. Appena possiamo traversiamo a sinistra su grandi rocce montonate, superando un ruscelletto. Incontriamo anche alcuni ometti e qualche segno rosso che, sempre su terreno scomodo con grandi massi, ci porta a intercettare il sentiero SAT 219.

Passo dei Quattro Cantoni

Un ultimo strappo (breve tratto attrezzato) ci porta al bell'intaglio del Passo dei Quattro Cantoni (2781). Nuovo scorcio da brivido sul Brenta, con ai lati le pareti verticali che caratterizzano questo versante della val d'Amola. Costeggiamo la base della Torre dei Quattro Cantoni, o Campanile di san Giusto, su cui salgono interessanti vie di arrampicata, e dopo aver pestato ancora una buona dose di sassi, arriviamo affamati al rifugio Segantini, ancora in tempo per un piatto caldo.
                                                                                                              
Ai piedi della Torre dei Quattro Cantoni
                                 
Data uscita: 24-25 settembre 2016
Punto di partenza: Malga val d'Amola (2020)
Punto più elevato: Cima Presanella (3558)
Dislivello in salita: 6
Tempo totale di percorrenza: 4
Grado di difficoltà: EEA/F+. Alcune relazioni parlano di PD, ma probabilmente si riferiscono ancora alla vecchia via normale dal Segantini. La nuova ferrata - seppure esposta e affatto banale - non richiede un impegno propriamente alpinistico... ovviamente con percorso pulito e meteo sicuro.
Punti d'appoggio: Rifugio Segantini, Bivacco Orobica
Periodo consigliato: Estate/inizio autunno
Note segnaletica: Ottima SAT fino al Rifugio Segantini, abbondanti bolli rossi lungo la via normale, ometti molto radi nella discesa da noi scelta. Di nuovo SAT da sotto il Passo Quattro Cantoni al Segantini
Parcheggio sotto Malga d'Amola
Accesso stradale: Da Pinzolo proseguire verso Madonna di Campiglio; prima di Sant'Antonio di Mavigliola svoltare a sinistra (indicazioni Val Nambrone). Seguire la lunga stradina, stretta ma asfaltata, per una decina di km. Si raggiunge un bivio: a destra la strada prosegue verso il rifugio Laghi Cornisello, a sinistra - sterrata - verso il rifugio Segantini. Tratto di circa 2 km sconsigliato con macchine molto basse per via di qualche buca e pecca di troppo. Parcheggiare appena prima di un ponte, in vista di Malga d'Amola.
Note: Le condizioni della normale alla Presanella possono variare molto a seconda ci sia neve e ghiaccio o meno in quota... contattare preventivamente il rifugio, e considerare che una piccozza e un paio di ramponi - se non proprio la corda! - a 3500 metri non stanno mai male dentro lo zaino.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

lunedì 19 settembre 2016

Mont Velan, via normale italiana. Un viaggio alle radici dell'alpinismo

31 agosto 1779: l'abate Murith dell'Ospizio del Gran San Bernardo sale il Mont Velan, 3731 metri. Prima di allora erano state raggiunte le vette di montagne anche impegnative, come il Corno Grande o il Rocciamelone: si tratta di imprese avvolte in un alone quasi leggendario, ma sporadiche. Fatta eccezione per i cacciatori più temerari, l'uomo si teneva più al largo possibile dalle montagne: luoghi eletti a dimora di dei o di demoni, o più semplicemente da banditi; ambienti da attraversare il più in fretta possibile, per i valici più bassi e sicuri.

Partenza notturna dal Bivacco Savoie

La salita al Velan rappresenta un cambio di rotta importante: spinto insieme da curiosità scientifica e slancio devozionale, l'uomo inizia ad avventurarsi sulle grandi distese glaciali. Certo, per l'abate Murith, residente a più di 2500 metri, salire la montagna che vedeva tutte le mattine dovette risultare meno faticoso rispetto a un qualsiasi scienziato torinese o ginevrino; ma è il cambio di mentalità che conta. Soltanto otto anni dopo l'impresa dello svizzero, nel 1786, fu la volta del monte Bianco; e nel giro di un secolo, tutte le più importanti vette delle Alpi sarebbero state "conquistate".

Il mont Velan

La salita al Velan è quindi prima di tutto un salto nel passato, agli albori dell'alpinismo. A dire il vero la via normale italiana, da noi seguita, sale sul versante opposto a quello seguito dal Murith: si tratta di un itinerario completo e di ampio respiro, con più di 2000 metri di dislivello attivo. Soltanto l'ultima parte di salita è su ghiacciaio, mentre per gran parte del tempo ci si destreggia su erba e roccia - piuttosto marcia!


La cresta est

Punto di partenza è il grazioso paesino di Glacier (1549), l'ultimo della valle di Ollomont, laterale della Valpelline. Ci troviamo ai piedi della Conca di By, ampio alpeggio circondato da montagne imponenti, fra le quali spicca il Gran Combin. Presso il parcheggio (fontana e bar con spaccio formaggi) inizia la sterrata diretta al bivacco Savoie, che sale dolcemente in direzione di una bella cascata.

Alberto e la cascata sopra Glacier

 Fare attenzione dopo un paio di tornanti a un bivio: il sentiero si stacca a sinistra, proprio sotto la cascata, e comincia a guadagnare quota velocemente. Saliamo bersagliati dal primo pomeriggio, senza un alito di vento, con zaini dal peso imbarazzante! Raggiungiamo un primo alpeggio dove ci abbeveriamo, dunque la salita prosegue sui prati spogli, ma fortunatamente meno ripida di prima.

Breathing!

Eccoci a una grande piana al centro della valle, tagliata da diverse stradine bianche. Seguiamo il sentiero indicato dalle frecce gialle, che sale nuovamente senza tanti complimenti e senza tanta ombra fino al bivacco Savoie (possibili varianti). Dopo 1100 metri di dislivello sotto il solleone siamo piuttosto provati, ma il bivacco è quanto di più accogliente ci si possa aspettare!

Ultime fatiche prima del bivacco
Panorama sulla val d'Aosta

Una bella fontana all'ingresso, tavoli di legno con tanto di vasi di fiori finti all'interno, materassi comodi e coperte a volontà, morbidi prati fioriti attorno alla costruzione sui quali spiaggiarsi godendoci l'ultimo sole. Ci sono pure fornello e stoviglie, che ingenuamente (ma nel dubbio...) abbiamo portato pure noi fino su. Un foglio con riportato l'IBAN della Società Guide Alpine della Valpelline indica di lasciare una mancia di 5 euro a testa per l'utilizzo del gas e del bivacco.

Bi(S)vacco

Ceniamo abbastanza presto per sfruttare la luce e apprezzare il bellissimo tramonto su Gran Paradiso e Grivola. Ormai è agosto inoltrato e le giornate si sono fatte più brevi.

Tramonto dal bivacco Savoie

Tempo per qualche foto con lunga esposizione sulle stelle - riguardandole mi sono sorpreso di quante luci ci fossero sparse fra le montagne - e andiamo a testare i materassi.




La mattina ovviamente tutto al buio, compresa la partenza a piedi. Conviene al proposito dare un'occhiata alla traccia la sera prima, come ha fatto il saggio Alberto mentre noi eravamo arenati al sole! Dal bivacco si scende un poco lungo il sentiero dell'andata fino a una sorgente; lo si abbandona poco dopo per traversare verso sinistra fino all'immensa pietraia che scende dal Col du Valsorey (3107).

La coda del Ghiacciaio di Valsorey
Non la si risale subito, ma si continua a traversare su terreno "pianeggiante" fino a un costone erboso: questo è la traccia di salita più logica e meno faticosa nella parte iniziale. Presto però l'erba lascia inesorabilmente il posto alle pietre, e i 500 metri di dislivello fino al colle si svolgono tutti su questo terreno ripido e infame. Per fortuna ora ci sono diversi ometti a segnare la traccia, più battuta di quanto ci aspettassimo.



Alba verso il Gran Combin
Appena sotto al piccolo nevaio agonizzante che scende sotto il colle, occorre mantenersi a sinistra e affrontare un traverso un po' delicato, specialmente nell'ultima parte. Le difficoltà non superano il primo grado ma la roccia è veramente marcia! Si può anche valutare di salire direttamente il nevaio coi ramponi.

Dal passo la vista si apre sul versante svizzero, con la lingua finale (nera!) del Glacier du Valsorey. Il Velan è ancora nascosto... La traccia sale a sinistra, guadagnando velocemente quota su un fondo sempre piuttosto instabile, e con tratti esposti. La prima vetta che si raggiunge è quella del mont Cordine (3323), e qui finalmente possiamo ammirare la grande calotta di ghiaccio del Velan, arrossata dal primo sole.

Mont Velan

Questione di secondi e la luce del giorno si posa anche su di noi... è un momento magico!

 
Cresta affacciata sulla val d'Aosta

Ora la progressione è più divertente, lungo una bellissima cresta affilata e panoramica: da una parte il ghiacciaio di Valsorey, dall'altra il baratro sulla val d'Aosta, ancora coperta dalla nebbia: il sole radente del primo mattino illumina le montagne tutto attorno, ma la sfilata dei Quattromila deve ancora iniziare.

Roccia bella e fragile!

Scendiamo su terreno ripido alla nostra destra fino a una corda fissa, che ci permette di raggiungere lo stretto intaglio del col du Chamois: qui si può scendere sul ghiacciaio intersecando la via normale svizzera, ma visto il gran numero di crepacci aperti oggi non è il caso di farlo. Proseguiamo quindi sulla cresta, ora più sottile, subito sfruttando una seconda corda fissa - meglio non fidarsene ciecamente! - e poi su facile sentiero fino ai piedi del Mont Capucin (3395).

Passaggi un po' esposti

Questo si supera mantenendosi sul filo di cresta (passaggi di II) oppure seguendo una bella cengia sul lato ghiacciaio (attenzione in questo caso al traverso finale   da fare tassativamente coi ramponi). Superato il Capucin ci troviamo finalmente sul ghiacciaio. La prima parte si affronta stando vicini alla cresta e cercando la traccia migliore fra i tanti massi affioranti. Un breve pendio di massimo 40 gradi ci dà un po' da pensare per il ghiaccio vivo... a ritorno lo faremo assicurandoci.

Alla fine del tratto ripido. Dietro svetta il Gran Combin

Dopo questo tratto delicato ci resta soltanto da attraversare la parte finale del ghiacciaio, in direzione della cupola sommitale del Velan. Qui alcuni piccoli crepacci suggeriscono di procedere in cordata. La quota e gli ormai 1000 metri comodi di salita sulle gambe si iniziano a fare sentire, ma sappiamo che la vetta è vicina. Un traverso a destra in salita (35 gradi circa) con la neve ormai marcia ci permette di raggiungere la enorme, piatta calotta che è la cima del Velan (3735).


Foto di vetta, monte Bianco sullo sfondo

Per me è la quota più alta raggiunta finora, e pensare di essere partito ieri da 1500 mi dà una certa soddisfazione! Il fatto di doverci invece tornare tra non molto e poi proseguire in auto fino a Parma è un po' rattristante, ma ora non ci si pensa: ora ci godiamo il meraviglioso scorcio su tutta la catena del monte Bianco, così vicino dietro al Gran San Bernardo, al Rosa più lontano tutto bianco, con davanti la schiera di mastodonti di Zermatt e Zinal, "pezzetti" di Mishabel, e l'enorme Gran Combin in primissimo piano.


In ultimo piano da sinistra: Weisshorn, Dent Blanche, Dom, Alphubel, Dent d'Herens, Cervino, Monte Rosa.
In primo piano il ghiacciaio di Otemma

Guardando verso la Francia sbucano ghiacciai lontani, probabilmente Vanoise ed Écrins, verso la Svizzera si intravvede il blu del Lago di Ginevra. Un alpinista solitario ha raggiunto la vetta poco prima di noi, salendo una cresta sul versante Valsorey; altri due, guida e cliente, arriveranno poco dopo. Facciamo una lunga pausa godendoci la giornata perfetta, ma non possiamo tergiversare troppo, sono quasi le 11, bisogna girare i tacchi...

Discesa sulla cupola sommitale

La discesa si dimostrerà lunga e faticosa, dal Capucin facciamo anche una micro-calata per superare il tratto più ostico. Arriviamo al bivacco quasi alle 15, mangiamo qualcosa, diamo una sistemata e ci ributtiamo sul lungo sentiero di rientro. Stavolta per fortuna il sole decide di rimanere nascosto tutto il tempo dietro una nuvoletta, risparmiandoci il caldo dell'andata.

Cowboys on snow

Al baretto di Glacier ci meritiamo una freschissima radler prima di ributtarci sul caldo dell'autostrada. Peccato non potere comprare i formaggi degli alpeggi locali siccome al banco non si è presentato nessuno per mezzora... forse sono così buoni che preferiscono tenerseli! Oppure semplicemente hanno meno voglia di vendere le loro montagne, come nella non lontana Valtournanche.


DATI ESCURSIONE
Data uscita: 25 - 26 agosto 2016
Punto di partenza: Glacier (1550)
Punto più elevato: Mont Velan (3727)
Dislivello in salita: 1100 il primo giorno, 1250 il secondo (e 2350 di discesa)
Tempo totale di percorrenza: 3 ore il primo giorno, 10/12 il secondo
Grado di difficoltà: PD
Punti d'appoggio: Bivacco Rosazza / Savoie (2651). Acqua lungo il sentiero per il bivacco
Periodo consigliato: Da luglio a ottobre
Note segnaletica: Frecce gialle e segnali CAI fino al bivacco, poi ometti e traccia su ghiacciaio
Accesso stradale: Uscire dall'A5 ad Aosta e seguire per il Gran San Bernardo. Dopo le gallerie svoltare per Valpelline, superare il paese capoluogo dunque girare a sinistra per Ollomont. Proseguire fino al paesino di Glacier, l'ultimo della valle. Parcheggio con fontana.