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domenica 1 maggio 2016

Val Formazza, secondo giorno: traversata del passo di Nefelgiù e discesa a Riale

Data uscita: 10 Aprile 2016
Punto di partenza: Rifugio Margaroli (2198)
Punto più elevato: Passo di Nefelgiù (2583)
Punto di arrivo: Canza (1418)
Dislivello: 400 circa in salita, 1200 in discesa
Tempo totale di percorrenza: 5/6 ore senza soste
Grado di difficoltà: F / EEI
Punti d'appoggio: Rifugio Margaroli, Rifugio Bim Se, bar a Riale
Periodo consigliato: Tardo inverno/primavera
Note segnaletica: Buona

Domenica mattina sveglia poco prima delle 6: dopo aver fatto colazione e pagato, ci ramponiamo direttamente al rifugio e ci mettiamo in cammino a giorno ormai fatto. La salita che intendiamo percorrere per fortuna è ancora tutta in ombra, e superata la valanga scesa ieri sera e l'imbuto di un canale, affrontiamo direttamente a zig zag il primo pendio (circa 30 gradi).

Distacco poco sopra al rifugio Margaroli (Fabio)

La neve è quasi ovunque portante, o per lo meno porta me che sono leggero! Comunque aspettandoci e dandoci sostegno a vicenda superiamo tutti questo inizio faticoso di giornata, e con un traverso un poco più ripido a destra ci riportiamo nell'imbuto del canale. Da entrambi i lati sono scese (ieri) piccole scariche di neve: ora tutto sembra più compatto, ma preferiamo comunque spostarci il prima possibile!

Primo pendio sopra il rifugio Margaroli

Seguiamo il canale fino all'ultima breve impennata, sui 40 gradi, che ci consente di guadagnare la parte superiore del vallone: il Passo di Nefelgiù, la nostra destinazione, è ben visibile e meno lontano di quanto temessimo. Con un breve traverso entriamo nell'ampio canale diretto al passo, dove notiamo le tracce di una volpe.

Seconda parte del vallone (Fabio)
 
Le pendenze sono ora più dolci, alle nostre spalle compaiono una dopo l'altra nuove montagne, grandi spazi bianchi; ma ormai desideriamo sapere cosa ci attende di fronte, oltre l'ampia insellatura del passo che tanto vicina alla fine non era... le proporzioni alpine, come spesso capita, ingannano noi piccoli appenninici, abituati al più ai valloni dell'Alpe di Succiso.

Passo di Nefelgiu

Passo dopo passo alla fine la salita finisce, anche se in verità la spartiacque consiste in un enorme accumulo di neve, posto almeno 20 metri più a sud (e 10 metri più in alto) rispetto al masso con il cartello Passo Nefelgiù (2583). Ora possiamo finalmente affacciarci sulle vette dell'alta Formazza e del San Gottardo; purtroppo non si vedono i colossi dell'Oberland Bernese né quelli nostrani, ma ci accontentiamo dello scenario selvaggio che ci circonda, dove non un singolo sprazzo è lasciato alla pianura.

La compagnia in posa pesa

Siamo ormai arrivati tutti sul passo e - magia della montagna! - il sole comincia ad affacciarsi dietro i Corni del Nefelgiù: la neve brilla di migliaia di cristalli, una sequenza di istanti carichi di emozioni accompagna la cascata di luce. Tutto è cambiato... sono le 9.30: è giorno, è caldo, è già ora di scendere!

Guardando verso sud

Scorgiamo soltanto l'inizio del lungo Vallone di Nefelgiù, che ci condurrà fino al Lago di Morasco. La prima parte di discesa ce la godiamo in modo particolare, sotto il sole lungo pendii poco pronunciati in ambiente semplicemente favoloso. Poi vediamo una serie di valanghe enormi scese dalle montagne alla nostra sinistra, una delle quali ha coperto le tracce di due scialpinisti saliti con ogni probabilità ieri mattina.

Valanga 1
 
Le costeggiamo dalla base, ma a un certo punto il vallone si restringe, e per non passare sotto pendii un po' ripidi e ancora carichi sul versante opposto, ci tocca attraversare la neve rivoltata di una valanga... che con le ciaspole risulta un'interessante esibizione di equilibrismi precari!

Valanga 2

Superata la strettoia, il vallone si apre verso destra, dove si distendono sterminati pendii (quasi) vergini. L'ennesima discesa ci conduce a una spianata più grande, la cosiddetta Alpe di Nefelgiù (2048). La vecchia capanna dei pastori è quasi totalmente sommersa dalla neve! La traccia di una carrozzabile prosegue al centro del vallone ormai ampio e pianeggiante. Ormai pensiamo che per arrivare al Lago Morasco sia tutto rose e fiori, invece non sarà così...


Raggiunto un dosso, ci affacciamo sul lago, che però si presenta quasi 200 metri sotto di noi... La comoda carraia si trasforma in un brutto traverso in pieno sole, probabilmente non pericoloso ma senz'altro scomodo con le ciaspole... così preferiamo tagliare in discesa diagonalmente verso sinistra, puntando sul lago attraverso un ripido versante sparpagliato di larici.

Lago di Morasco dall'alto

Arrivati alle sponde del lago, non del tutto ghiacciato, traversiamo fino a raggiungere la diga; e qui con l'ultimo taglione ripido (ma qualcuno stavolta preferisce seguire la strada...) planiamo letteralmente sul rifugio Bim See / Al Lago (1800), che ci accoglie con sdraio e tavolini al sole. Possiamo finire di mangiare i nostri formaggi accompagnandoli con birra fresca, stringendoci finalmente la mano per la splendida e affatto banale traversata, affrontata in completa solitudine.


Dopo la pausa lunga e abbronzante/tendente all'ustionante, ci rimettiamo in cammino sulla comoda traccia della pista da fondo, che brevemente ci conduce all'incantevole borgo di Riale (1718), il più alto della val Formazza: fino al 1940 la palma spettava a Morasco, oggi sommerso dall'omonimo lago artificiale.

Diga di Morasco dal basso e corni di Ban (Fabio)

Qui decidiamo di separarci: Fabio e Sarah ci aspettano a un bar insieme ai nostri zaini, mentre in 4 scendiamo alleggeriti a recuperare le auto a Canza. Un po' sulla strada asfaltata un po' sulla vicina pista da fondo, raggiungiamo località Frua, con il grande albergo giallo sotto cui il Toce si lancia nella famosa cascata; oggi si presenta un po' smagrita dai laghi artificiali, ma comunque abbastanza piena per il caldo e la neve in via di scioglimento.

Riale (Fabio)

Proprio affianco al pulpito panoramico (vertiginosissimo) scende un sentiero non troppo ripido - ma da evitare con ghiaccio - che offre meravigliosi colpi d'occhio laterali sul salto d'acqua. Con qualche tornante scendiamo alla svelta fino alla piana dove sorge Sotto Frua, per poi proseguire alternando di nuovo strada e sentiero in un bellissimo bosco di larici, pieno di blocchi di granito isolati senz'altro noti ai boulderisti.

Discesa verso Canza

Raggiungiamo le auto e la fontana di ieri - ora piuttosto ambita - e senza perdere tempo risaliamo a recuperare i nostri amici. Ci concediamo una sosta a Ponte, alla Latteria Sociale, per comprare un po' di formaggio e yogurt, che però a Parma si riveleranno deludenti... ma è l'unica nota stonata di un weekend perfetto!

martedì 20 ottobre 2015

Traversata dei Torrioni Magnaghi per Spigolo Dorn e Via Lecco, più vetta Grignetta

A chi giunge per la prima volta ai Piani Resinelli, balzano subito all'occhio: come cactus di pietra, i Torrioni Magnaghi spiccano dai ripidi prati sul versante est della Grignetta. Sono più lontani di quanto sembri, ma non abbastanza per venire schivati da un turismo arrampicatorio di massa. Del resto la roccia è meravigliosa, l'attrezzatura recente, e molte vie adatte ai principianti come noi.


Terzo tiro Spigolo Dorn

Rimango comunque dell'idea che prima di buttarsi su una via alpinistica, per quanto facile sia, bisogna essere come minimo in grado di attrezzare una sosta, usare una piastrina, sbrogliare le mezze corde... e da quanto abbiamo potuto notare durante questa limpidissima domenica di fine estate, nella cordata davanti e in quella dietro di noi c'era chi non sapeva farlo!


In attesa in sosta sullo Spigolo Dorn

Scesi dalla Grignetta al tramonto e rientrati ormai con il buio ai Piani Resinelli, abbiamo incontrato una coppia preoccupata per due amici rimasti in coda per ore e ore sulla Cresta Segantini... guardando verso la montagna, abbiamo visto le luci delle frontali occhieggiare ancora molto in alto: e magari non erano neppure le loro!

Tramonto scendendo dalla Cresta Cermenati

Forse in certe giornate questi torrioni rischiano di diventare il parco giochi di Milano, e le numerose piazzole di atterraggio lo dimostrano; tuttavia, dopo lo scorso weekend sul Catinaccio (con lo stesso trafficato se non peggiore), devo dire che la Grignetta non fa certo una grama figura in termini di bellezza dei paesaggi e delle vie. Le differenze senz'altro sono compensate dalle quasi due ore di viaggio in meno per noi parmensi!


Il Disgrazia dalla cima della Grignetta

Data uscita: 6 settembre 2015

Punto di partenza: Piani Resinelli (1275)

Durata: 7 / 9 ore (1,45 avvicinamento, 3 - 5 ore la traversata, 0,45 la salita alla Grignetta, 1,30 la discesa). Molto dipende dal traffico sulle vie.

Dislivello in salita: 1000 circa

Grado di difficoltà: AD+

Chiodatura: Fittoni resinati, soste con catena. Protezioni sempre presenti nei passaggi più difficili, consigliati comunque cordini friend e nut per integrare.

Punti d'appoggio: Bar, rifugi e forno ai Piani Resinelli

Esposizione della via: sud sud/est

Prima salita: Spigolo Dorn: Giuseppe Dorn e Friedrich Reichert, 1901;  Via Lecco: Vittorio Panzeri, Andrea Cattaneo, Mario Galbusera, 1934.

Periodo consigliato: Primavera, estate e autunno. Evitare giornate troppo calde e le domeniche più a rischio affollamento

Avvicinamento: La soluzione più breve è parcheggiare presso il rifugio Porta (sbarra con divieto d'accesso, ma sembra non ci siano problemi... non prendetevela con me nel caso). Da qui si sale per la Cresta Cermenati (sentiero 7) verso la Grignetta, fino al bivio a destra con il sentiero che traversa fino alla base del primo torrione. Mantenendosi sulla destra della parete, si raggiunge una piazzola d'atterraggio con piccolo gabbiotto in legno per le barelle; su tracce di sentiero con facili passi d'arrampicata, si guadagna una selletta proprio sotto lo spigolo del torrione. Qui con attenzione si scende nel canale da cui partono le vie.

Salita lungo il sentiero 2

Un'alternativa - valida se non si trova parcheggio al Porta - consiste nel seguire dai Piani Resinelli la strada asfaltata, superando il rifugio Cavallotti fino a incontrare il sentiero 2 (indicazioni per i Torrioni Magnaghi). Si sale oltrepassando il Canalone Porta e la Bocchetta dei Prati, dunque si raggiunge dal lato opposto la piazzola d'atterraggio.

Spigolo Dorn al Torrione Magnaghi Meridionale
Dal canale alla base del Torrione, partono quattro vie molto vicine fra loro: la prima verso monte è la variante Antidorn (passaggi di V); seguono lo spigolo Dorn e la via Albertini (IV+), il cui primo tiro è in comune con la normale al Sigaro Dones (V). Quest'ultimo è una guglia sé stante ben riconoscibile per una grande croce rossa in vetta.

La forcelletta sopra il canale da cui partono le vie
(conviene non passarci, ma stare più a destra, vicino alla parete)

1° tiro: si supera una rampa verso sinistra, per poi raggiungere facilmente un comodo terrazzino dove si sosta. 15 metri, III.

2° tiro: rimontiamo il bello spigolo a destra della sosta (IV), seguito da un diedro con fessura (chiodo, spazio per i friend); breve traverso a destra, poi la via riprende a salire in verticale con uno strapiombino (IV, chiodo). 35 metri.

Inizio del secondo tiro

3° tiro: si seguono senza percorso obbligato facili placche ben appigliate, potendosi assicurare con le numerose clessidre. Presente un unico chiodo sul tiro. Verso la fine della lunghezza, piegare leggermente a sinistra, verso il terrazzo della sosta, posto proprio sullo spigolo con bello scorcio sulla vicina vetta del sigaro Dones. 30 metri

Terzo tiro

4° tiro: affrontiamo direttamente lo spigolo, per poi spostarci più verso sinistra, con un delicato traverso (IV) seguito da uno strapiombino (IV+). Tiro abbastanza esposto e sostenuto, ma protetto con numerosi resinati e chiodi rispetto al resto della via. 35 metri.


Sorvolando il Sigaro Dones

5° tiro: per una rampa inclinata e facili roccette si guadagna la cresta principale. 20 metri, III.

6° e 7° tiro si possono incorporare, o fare in conserva o, se ce la si sente, slegati. Il passaggio più esposto è la discesa subito dopo la sosta, cui segue un saltino (III-) e una facile cavalcata in cresta fino alla sosta (50 metri). Qui scavalcato uno spuncione si cammina facilmente fino alla vetta del Torrione Meridionale (grosso masso con scritto Lemonsoda).

La vetta del Torrione Meridionale con i laghi di Garlate e Annone

Torrione Magnaghi Centrale
Dalla sosta, si scende per pochi metri verso destra (est), fino a raggiungere una sosta posta nei pressi della forcella Dorn, che separa il torrione Meridionale dal Centrale. Da qui comincia il cosiddetto "traversino": superata in spaccata la forcella sale verticalmente (2 chiodi, IV+) fino a una rampa e una cengia che facilmente ci conducono alla sosta, appena sotto la vetta del Centrale. 40 metri.

Traverso attrezzato verso la Forcella GLASG

Proseguiamo dunque sul filo di cresta, fino a una freccia rossa che ci indica di scendere a sinistra, lungo un canale da percorrere in disarrampicata (II). Procedendo in cordata, si può sostare alla sua base, dove inizia un traverso attrezzato con cavo che ci porta fino alla Forcella GLASG.

Via Lecco al Torrione Magnaghi Settentrionale
La via attacca direttamente dalla Forcella; più a destra sale la via normale (IV).

1° tiro: affrontiamo una variante diretta alla via classica, che salirebbe molto più a sinistra con due tiri. Noi seguiamo una linea di tre fittoni che sale quasi verticalmente, piegando solo alla fine verso sinistra. La prima parte è tutta una placca ben appigliata, più atletico l'ultimo passaggio in strapiombino sotto la sosta (IV+). 40 metri

Primo tiro via Lecco

2° tiro: si sale a sinistra rispetto alla sosta, per una placca poco appigliata (IV+, quasi subito c'è un resinato che dalla sosta però non si intravvede). Si prosegue piegando leggermente a destra, sempre in esposizione e su IV sostenuto (un altro fittone, spazio per un nut) fino alla sosta. 25 metri.

I torrioni Centrale e Meridionale dalla via Lecco

3° tiro: Dopo un primo muretto (III, chiodo) si prosegue facilmente in cresta. Sosta dopo 30 metri circa. Noi proseguiamo avvicinandosi più possibile alla croce di vetta e facendo sosta su uno spuntone.
In vetta al Magnaghi Settentrionale

Discesa: Dalla cima occorre proseguire in ogni modo verso nord, fino a un bivio: qui la discesa più breve è la cresta Sinigaglia, cui si giunge scendendo a destra con un breve tratto attrezzato. Avendo tempo a disposizione - noi ne avevamo poco ma la giornata era troppo bella per scappare! - si può salire in mezzora circa in cima alla Grignetta (tratti con catene), per poi scendere con la facile cresta Cermenati fino ai Piani Resinelli in un'ora e mezzo.

Ultime luci sui boschi dei Piani Resinelli


giovedì 1 ottobre 2015

Traversata del Brenta 5: da Malga Tuena a Terres per Lago di Tovel e galleria

Data uscita: 14 Agosto 2015
Punto di partenza: Malga Tuena (1740)
Punto di arrivo: Terres (598)
Dislivello in discesa: 1140
Tempo totale di percorrenza: 5 ore
Grado di difficoltà: E
Punti d'appoggio: Bar e ristoranti al Lago di Tovel, Albergo Capriolo
Note segnaletica: Ottima Cai su tutto il percorso
Note: Attenzione agli orari della Galleria di Terres, non intraprenderla poco prima del tramonto per via delle chiusure automatiche... c'è un bottone interno che permette di aprire le porte, ma non si sa mai! Nel 2015 la galleria è aperta dal 1 maggio al 31 ottobre. L'autobus di linea da Terres a Mezzolombardo passa dopo le 17 e ci mette molto siccome fa tutto il giro delle frazioni.

Ultimo giorno di questo indimenticabile trekking! Da Malga Tuena ci incamminamo in discesa con il comodo sentiero 309, tutto nel bosco, e in 45 minuti siamo alle rive del Lago di Tovel (1178). Eccoci di nuovo nella civiltà, non più tra frotte di alpinisti e ferratisti, ma di classici turisti, mescolati con qualche anziano del luogo con storie interessanti da raccontare.

Colazione con galline a Malga Tuena

In origine avremmo dovuto prendere da qui il bus di linea per Cles, ma a quanto pare le gambe hanno ancora un po' di energia, e l'impeccabile rete sentieristica del Trentino non le delude. Dal parcheggio appena sotto il lago parte infatti il "Sentiero delle Glare", una valida alternativa alla strada asfaltata: di fatto si può percorrere a piedi senza quasi toccare asfalto tutta la parte bassa della val di Tovel.

Lago di Tovel

E' come un incantesimo che si scioglie, un cerchio che si chiude: quattro giorni fa, lungo la val d'Ambiez, eravamo penetrati da sud nel cuore del gruppo; oggi, dopo averne cavalcato tutta la spina dorsale, lo salutiamo scendendo dalla suo principale sbocco vallivo settentrionale. Le acque dove lunedì avevamo fatto il bagno, passando dai fiumi Sacra e Mincio finiranno nel Po; mente quelle che oggi vediamo sgorgare dalle sorgenti carsiche appena sopra l'Albergo Capriolo, andranno ad alimentare l'Adige confluendo prima nel Noce (laghi a parte, si intende!). Soltanto nell'Adriatico, dopo centinaia di km, si incontreranno di nuovo...

Cima Val Scura

Il sentiero è una piacevole passeggiata, quasi sempre nel bosco con l'eccezione delle sterminate distese di ghiaia sopra all'Albergo Capriolo (825); pranziamo qui, dopodiché il sentiero si sposta sul lato destro della valle, puntando alla Galleria di Terres. Questo budello di 2,6 km fu costruito nel 2003 per portare acqua al paese di Terres dalla val di Tovel, sostituendo un vecchio tracciolino che costeggiava il torrente lungo i suoi fianchi dirupati.

Galleria di Terres

Oggi sia il tracciolino sia la galleria sono sfruttabili come percorsi escursionistici, nel caso della galleria comodi soprattutto per i ciclisti. All'ingresso e all'uscita sono disponibili caschi di plastica, la frontale è consigliata, ma ci sono luci automatiche che si accendono ad ogni passaggio; panelli luminosi indicano ogni 100 metri le distanze percorse e da percorrere.


Di fatto è un percorso unico nel suo genere: si entra nel ventre della montagna, apprezzando i sedimenti di sali minerali, l'acqua che palpita nella roccia e ogni tanto ne fuoriesce con forza, le poderose armature di ferro che contrastano tutto questo impeto facendo sì che il tunnel non imploda. Nel nostro caso, dopo essere stati tanto tempo sopra la montagna, entrarci è come un immersione, un battesimo finale da cui si esca più puri. Ma all'uscita c'è il frutto del peccato a tentarci, in quantità esagerate!

Terres

Mele, mele e ancora mele dappertutto: sono bastati 30 minuti sottoterra per ritrovarsi in un paesaggio radicalmente diverso dalla val di Tovel, cioè la val di Non. Chiese, castelli, interi paesi sembrano giocare a nascondino in mezzo ai filari interminabili di meleti. Nessuno si immaginerebbe che appena oltre alle collinone boscose alle nostre spalle c'è tutto l'universo roccioso del Brenta.


In paese aspettiamo con calma l'arrivo dell'autobus, scambiando un po' di chiacchiere con una barista, dalla quale veniamo a sapere che l'orso ormai è una presenza non trascurabile e nemmeno gradita: un cucciolo si è spinto fino dentro il paese, con la madre che lo attendeva fuori... storielle in cui bisogna vedere quanto c'è di vero, ma una manciata di aggressioni nei boschi quest'anno ci sono effettivamente state.

Si torna in pianura!

Arrivata con un poco di ritardo la corriera (vuota), compiamo un vero e proprio tour della val di Non, passando un po' da tutte le frazioni sulla destra del fiume Noce; un tornante dopo l'altro raggiungiamo finalmente a Mezzolombardo, per tornare fino a Parma con un lungo rettilineo autostradale. Ma in fondo 250 km di asfalto si digeriscono meglio dopo averne fatti una quarantina sulle mie montagne preferite!

Precede: Traversata, giorno 4: dal Rifugio Graffer al Malga Tuena per il sentiero Costanzi

domenica 13 settembre 2015

Traversata Brenta 4: dal rifugio Graffer a Malga Tuena lungo il sentiero Costanzi

Data uscita: 13 Agosto 2015
Punto di partenza: Rifugio Graffer (2261)
Punto di arrivo: Malga Tuena (1740)
Punto più elevato: Cima Sassara (2892)
Dislivello in salita: 900 circa
Dislivello in discesa: 1450 circa
Tempo totale di percorrenza: 8 / 9 ore
Grado di difficoltà: EEA
Punti d'appoggio: Bivacco Fratelli Bonvecchio (2790), ingresso libero, 6 posti letto più tavolo
Note segnaletica: Buona. Segni rossi e CAI lungo il sentiero Costanzi,
Note: Ufficialmente il sentiero risulterebbe ancora chiuso per la presenza di attrezzature non a norma. Di fatto si percorre senza problemi, dando magari un'occhiata in più a ciò a cui ci si aggrappa


Come d'accordo dalla sera precedente, per la quarta tappa della traversata decidiamo di separarci. Andrea è un po' stanco, più a livello mentale che fisico: la lunga permanenza in ambienti esposti, specialmente sulle Bocchette Alte, ha avuto il suo peso; praticando un po' di alpinismo ci si abitua, e tutto fa meno impressione; ma con alle spalle giusto qualche ferrata è normale che il Brenta possa portare all'indigestione, specialmente con una tale scorpacciata.

Mattina al rifugio Graffer con Adamello

Così Andrea e Marco saliranno dal Graffer al Passo Grosté (2442) per raggiungere Malga Tuena lungo il sentiero delle Palete, con un breve tratto attrezzato nella salita alla omonima Bocchetta, ai piedi del Gran de Formenton. Io invece sono troppo ingordo e testardo per rinunciare al progetto originale, che prevede come gran finale il Sentiero Costanzi.

Battute finali del sentiero Costanzi

Questa incredibile (e interminabile) cavalcata di tutto il Brenta Settentrionale, attraversa scenari molto diversi da quelli delle Bocchette. Gli scorci perdono la spettacolarità tipica delle Dolomiti: meno pareti e più versanti erbosi, meno vedrette e più ghiaioni, meno cenge e più creste. Si può asserire che la via delle Bocchette è unica nel suo genere, mentre sentieri come il Costanzi sulle Alpi non mancano; tuttavia nel contesto della traversata del Brenta questa pennellata finale non poteva mancare, per dare un tono in più a tutto il quadro.

Gran de Formenton

Non parto proprio di buon ora dal Graffer, ma cerco di recuperare procedendo in fretta. La prima parte in effetti è un po' noiosa, almeno fino al balcone panoramico chiamato Orti della Regina. Qui comincia una facile cengia affacciata sulla val Vagliana, con Adamello e Presanella come sempre presenti, oggi un po' confusi dalla foschia.

Cima Grande

Segue un breve strappo ed eccomi su un prato, finalmente dinnanzi alla vera faccia di Cima Grande: un ghiaione sterminato, con gli immancabili due camosci in discesa libera, che il sentiero attraversa al centro per quasi un chilometro tutto di pietre! Prima della fine del prato incrocio il sentiero attrezzato Vidi proveniente dal passo del Grosté: io proseguo a sinistra sul ghiaione.


Nuovo balcone erboso panoramico, nuovo vallone ancora più solenne: la val Gelada, compresa fra il gruppo di Cima Vagliana, con un bizzarro foro nella roccia, e quello del Gran du Formenton; sul crinale alcuni pinnacoli tozzi caratterizzano la Bocchetta dei Tre Sassi (2613), alla quale si può giungere sia tagliando lungo il ghiaione a destra senza perdere quota (più ripido) sia scendendo al centro del vallone per poi risalire (sentiero segnato, più facile).

Guardando (attra)verso Cima Vagliana

Raggiunto il valico, mi affaccio per la prima volta sul versante Lago di Tovel, verso cui scende la val delle Giare percorsa dal sentiero 334. Il lago ancora non si vede, nascosto dalla mole del Corno di Flavona (2914). Io tengo la sinistra lungo il sentiero Costanzi, che ora mostra le prime difficoltà: roccette ripide non attrezzate seguite da un traverso con il cavo mi accompagnano in 30 minuti scarsi al Passo di val Gelada (2686).

Bocchetta dei Tre Sassi

Sono due qui le valli Gelade che si incontrano: quella di Vagliana e quella di Tuenno, dritta come un corridoio rivolto a nord-est; e proprio sullo sfondo, come incorniciata dalle due file di pareti, ecco la Malga Tuena, destinazione di stasera! Non sembra neanche lontana, ma la è; potrei scendere con il sentiero 380 e incrociare Marco e Andrea sul sentiero delle Palete, ma orologio gambe e testa dicono di proseguire.
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La val Gelada di Tuenno

La scelta deve essere ponderata, in quanto da qui al passo di Pra Castron non ci sono più scappatoie, per circa 4 ore si prosegue in cresta o poco più giù, esposti in prima linea a ogni cambiamento del tempo, piacevole o meno. Subito sopra il passo salgo con un ghiaione parecchio ignorante, dove conviene usare i bastoncini per aiutarsi e cercare i pochi, piccoli sassi ancorati al fondo (sfruttati anche per i segni in vernice!).

Vista verso la val di Sole

Proseguo con una crestina e una scala verticale che mi conduce sulla vera e propria cresta, sottile, un poco ghiaiosa, davvero mozzafiato. In questo contesto la presenza del cavo è piuttosto futile... si presume che un escursionista intenzionato a passare di qui abbia passo sicuro; dunque perché andare a riempire di ferro un passaggio così scenografico?

Cresta prima del Sasso Alto

Diverso il discorso per il tratto subito seguente, cioè il traverso sotto il Sasso Alto: qui, sotto una cengia leggermente inclinata, con la roccia strapiombante sopra la testa che spinge in fuori e in certi casi quasi a chinarsi, il passo sicuro non basta più... almeno non a due zampe! E infatti dietro il cavo nuovo di zecca ci sono numerosi chiodi ormai arrugginiti: allora il sentiero Costanzi poteva definirsi senza mezzi termini un sentiero alpinistico, non un sentiero attrezzato.

Il traverso sotto il Sasso Alto

Grazie al cavo la progressione è molto più semplice e veloce, sia lungo la cengia sia nello scabroso tratto di cresta successivo, che scende all'accidentata bocchetta fra Sasso Alto (2890) e Cima Sassara (2892). Quest'ultima, riconoscibile per la croce di ferro, si raggiunge facilmente seguendo il sentiero che risale una crestina a destra. La vetta offre un colpo d'occhio meraviglioso sul Lago di Tovel, le cime più alte del Brenta con i loro ghiacciaiotti in bilico, e in caso di giornate terse su buona parte delle Alpi Retiche e Venoste.

Cima Sassara

In cima curiosamente incontro gli unici escursionisti della giornata (oltre a un tedesco solitario e inquietante con piccozza); sono ragazzi giovani con accento locale. Il Costanzi prosegue su una nuova, estetica cresta, poi con breve discesa tocca il Bivacco Bonvecchio (2790): una struttura grande e confortevole, con l'interno tutto in legno e l'esterno in lamiera rossa. L'interno è ordinato, il libro degli ospiti pieno di firme delle scorse notti.

Interno del bivacco

Pranzo qui fuori: me la prendo abbastanza comoda perché ho tempo, penso di essere a metà strada e il meteo ha l'aria di rimanere stabile. In verità sono ancora nel pieno delle danze... Malga Tuena, laggiù a destra, non si è avvicinata, e la cresta sembra da qui proseguire in un'altra direzione, verso nord. Il sentiero infatti dopo una breve discesa torna a salire su ripidissimo terreno erboso (cavo) fino alla Cima Paradiso (2838).

Cima Sassara con il Bivacco Bonvecchio

Il sole è ormai coperto da nubi alte, di cui alcune piuttosto scure, si è alzato un vento fresco che mi mette addosso pressione e non mi fa godere il panorama... Da qui in poi è tutto un su e giù, molto faticoso, su prati pensili, canali, paretine lavorate. I cavi a volte sono sottili, altre rivestiti in plastica senza fittoni intermedi come un semplice canapone. Aiutano ad accelerare la progressione, e ce n'è bisogno, perché dietro ogni salita e cima ne compare un'altra più lontana e apparentemente difficile!

La lunga cresta su cui corre il sentiero Costanzi dopo il bivacco

A dire il vero il sentiero non sale proprio su tutte le cime: passato vicinissimo a quella Rocca (2830), e delle Livezze (2772), aggira sulla destra la cima del Vento (2755), affacciandosi sui canali erbosi che precipitano sulla valle di Tovel, vie di fuga che sembrano fattibili dall'alto ma nascondono insidiosi salti poco più giù.

Cima Benon

Il tempo è bigio, ma ormai non sembra più voler volgere al brutto. Sono piuttosto le gambe a non poterne quasi più: la salita erbosa verso Cima di Tuena e la successiva, difficile discesa attrezzata sono però gli ultimi ostacoli. Montagne più addomesticate si presentano ora in primo piano, e una targa indica l'inizio del Sentiero Costanzi (o meglio della sezione attrezzata), forse più godibile se affrontato nel verso opposto.


Mi aspetta ora una piacevole cresta erbosa, dove risbuca il sole a illuminare le forme perfette della Cima Benon, sotto la quale il filone roccioso si biforca geometricamente. Il sentiero si sposta a sinistra su una zona di sassi sottili e tondeggianti, molto rumorosi sotto lo scarpone. Salgo su una cima minore per ammirare da vicino l'ultimo baluardo di Brenta sopra i 2600: il Sasso Rosso, particolarissimo per la sua roccia appunto rossastra in totale contrasto il verde dei prati e molto diverso dalla dolomia vista finora.

Sasso Rosso

Non ci salirò per stavolta; al Passo di Pra Castron (2502) abbandono il Sentiero Costanzi che proseguirebbe ancora a lungo fino al rifugio Peller, e scendo a destra sul 310, diretto a Malga Tuena. La val Madris è verdeggiante e molto amata dalle marmotte; non certo abituate al passaggio di tanti escursionisti, si nascondono quasi subito, ma i loro fischi riecheggiano fra le pareti.

Vista dalla val Madris verso la catena del Fibbion


Poco sopra l'inizio degli alberi, avvisto Marco che sale a passi da gigante senza zaino... ha deciso di venirmi incontro dopo aver raggiunto con Andrea la malga già da un'oretta; gli suggerisco di proseguire ancora un po', lo accompagnerei anche in altre circostanze ma ora sono molto stanco! Arriverà fino al passo, tornando anche indietro con ampio anticipo per la cena!


Malga Tuena non è certo stato il migliore fra i luoghi in cui abbiamo pernottato. Si trova in una posizione incantevole, fuori dalle rotte classiche del Brenta; è un piacere poter assistere alla mungitura, fare colazione con attorno le galline, svaccarsi sull'amaca con vicino gli asini... certo non si presta agli amanti della pulizia - e non è il nostro caso - ma neanche a quelli che dopo un'escursione lunghissima hanno piacere a mangiare qualcosina in più: il nostro caso.


Ci aspettavamo infatti una cena degna di una malga, invece siamo andati a letto quasi con la fame, dopo un tagliere di salumi e formaggi e un piattino di gnocchi; il prezzo finale (45 euro a testa) in compenso non aveva nulla da invidiare alla mezza pensione di un qualsiasi rifugio. (Non) dulcis in fundo, la mattina dopo a un amico dei gestori è stata portata una fetta di torta mentre la sera prima per noi non ce n'era più. Massima stima per la scelta coraggiosa di questi giovani malgari, ma di questo passo temo non faranno tanta strada. Noi invece ne avevamo fatta tanta, avevamo fame e quindi loro si meritano un rimprovero sul blog.

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