mercoledì 10 giugno 2015

Avventura alle Gorges du Verdon: sequenza non voluta di Dalles Grises e Chlorochose

Cosa posso raccontarti delle Gorges du Verdon? Delle lande marroncine, distese indefinitamente verso le Alpi e il mare, che di colpo si interrompono nel baratro... e laggiù, l'oasi sinuosa di verde e di blu dove le acque del fiume Verdon sembrano scorrere da un verso e dall'altro insieme... e nel mezzo roccia, e altra roccia, in tutte le sue facce: bizzarri minareti di un rossastro ruvido e rotto; archi ciechi in rilievo; facciate solenni e luminose, decorate da fessure e cenge geometriche, luccicanti di spit... e ancora corde, cordes, cuerdas, ropes, seile che cadono da tutte le parti o salgono piano piano, trasportate da magliette di alpinisti di tutti i colori e di tutti i paesi. Ce sont les Gorges du Verdon! Se in montagna cerchi l'ascesa, la contemplazione silenziosa e solitaria, queste non saranno le tue pareti preferite; eppure è un'esperienza speciale calarti dentro questa Babele di calcare, Mecca delle vie sportive di più tiri, nel bene o nel male uno dei maggiori poli d'attrazione d'Europa per chi ama arrampicare.

Carlo, the beginning...

Data uscita: 1 e 2 maggio 2015

Punto di partenza: Belvedere de la Carelle

Dislivello in salita: 150

Durata totale: 3-4 ore comprese le calate

Grado di difficoltà: D. Passi fino al V+

Numero di tiri: 5

Chiodatura: A spit, abbastanza vicini; soste attrezzate con catene e anelli per la calata a pochi metri dalle soste della via.

Punti d'appoggio: Vari bar e una boulangerie (panetteria con anche panini preparati) nel paese di La Palud

Periodo consigliato:  Autunno e primavera

Accesso stradale: Da La Palud sul Verdon proseguire verso Castellane fino all'Hotel des Cretes, dove si imbocca la Route des Cretes. Salire per 5 km, dopo 5 tornanti si raggiunge il Belvedere de la Carelle, affacciato sul canyon.

Note: Le Dalles Grises e Chlorochose sono fra poche vie facili del Verdon, e risalgono il settore più grande e frequentato, l'Escales. Già questo è indice di traffico; si aggiunga che le due vie, specialmente Dalles Grises, sono sfruttate come vie preferenziali per le calate in doppia di chi è diretto ad altri itinerari di salita sulla stessa parete. Considerare tutto questo quando si pianificano i tempi di salita, che possono dilatarsi notevolmente!

...Carlo, the unhappy ending

Cornetto Perticara, Basilicata, 30 aprile 2015: mani in tasca, occhiali da cantiere sporchi di polvere, figure di pareti sterminate prendono forma nella testa del nostro Carlo, e idee folli per raggiungerle. Auto fino a Napoli, treno notturno per Parma, e alle 5 di mattina eccolo sonnecchiare su una panchina della stazione, con lo zaino pieno di attrezzatura e le due mezze corde. Mario, vecchio compagno di cordata, lo accoglie poco dopo a casa con una bella colazione, mentre io sono già davanti al PC a scervellarmi in cerca di una possibile destinazione per questo weekend dal meteo poco incoraggiante.

Il panda con la Panda

C'è da andare verso ovest per cercare di cogliere una finestra di bel tempo: Finale Ligure? Troppo vicino per starci due giorni; le falesie di Nizza e dintorni? Carlo non si è fatto 10 ore di viaggio per fare dei monotiri; più in là cosa c'è? Il Verdon! Cosa vuoi che siano altre 5 o 6 ore in auto se si tratta di andare in un posto simile?
Gente su vie più dure!

Sono le 11: con una telefonata schiodo i due dal letto per proporre loro l'idea, e in men che non si dica abbiamo prenotato l'hotel, pianificato i rifornimenti metano, setacciato fra le centinaia di vie del Verdon le poche che saremmo in grado di salire. Dopo pranzo siamo già in marcia, guida Mario: nella radio un CD di De Andrè con la Canzone del Maggio, dedicata proprio al primo maggio francese... ci rendiamo così conto che anche lì oggi è festa, e con ogni probabilità lo sarà anche domani, e tanti la passeranno sulle pareti del Verdon!

Ora però la preoccupazione maggiore è il meteo: entrati in Francia ci accoglie una fitta nebbia, con tanto di incidente poco prima di Nizza e una buona mezzora di coda annessa. Usciamo ad Antibes puntando all'unico distributore di metano della Costa Azzurra: una piccola pompa self service, con tanto di istruzioni stampate in italiano, dato che solo italiani in vacanza verosimilmente vengono a fare metano qui. Peccato che l'attacco sia quello per le auto tedesche, e la Panda di Mario non è compatibile, quindi dobbiamo proseguire a benzina... simpatici cugini francesi!


Superiamo Grasse, città dei profumi, risaliamo la Rue du Napoleon ancora sotto la nebbia, e quando ormai è buio sbuchiamo sopra la coltre in un ambiente brullo. Il cielo però non appare sereno, e poco dopo comincia a piovere, sempre più forte. Castellane ci accoglie così sotto l'acqua scrosciante, e nel buio più totale ci infiliamo fra le strette gole del Verdon; curva dopo curva siamo finalmente all'hotel, dove molto gentilmente ci portano qualcosa per cena nonostante siano le quasi le 22.

Il meteo sembra averci traditi, e ci infiliamo a letto rassegnati all'idea di un domani di trekking sotto le pareti bagnate! Fuori spira la bufera, fa tremare gli scuri,  i letti a castello scricchiolano per l'ansia, finché il suono della sveglia non pone fine all'attesa. Apro la finestra e il cielo è sereno, le ultime bave di nebbia pronte a diradarsi.




Con Alain Robert
A colazione si presenta un personaggio piuttosto appariscente: stivali leopardati, pantaloni di pelle, giacca blu, capello biondo lungo. Carlo è l'unico a riconoscerlo: si tratta di Alain Robert, soprannominato Spiderman, scalatore dei più alti grattacieli del mondo, più volte arrestato e disabile - relativamente - al 60% a causa di due incidenti gravi. Eccolo qui a mangiare la brioche in un alberghetto da 40 euro a notte!

Non vogliamo disturbare la sua colazione, ma una volta giunti al Belvedere de la Carelle sentiamo rintronare nella valle il rombo di motore... è lui, con la sua Audi TT che sale i tornanti a tutto gas. Si ferma a sua volta al parcheggio, e qui ci sembrano meno fuori luogo due chiacchiere e un paio di foto insieme. Oggi non scalerà grattacieli, ma la roccia grezza di casa sua, seguito dall'immancabile drone che sentiremo ronzare per quasi tutta la mattinata.

Prima doppia

E' ancora presto, ma sappiamo che saremo lunghi e troveremo traffico, quindi ci dirigiamo velocemente all'attacco della nostra via. Un sentierino si stacca dalla curva sotto il parcheggio inoltrandosi nella vegetazione bassa fino all'orlo del canyon. Il settore Dalles Grises, placche grigie, è indicato da una scritta su una grossa pietra con catena e anello di calata, proprio in mezzo al sentiero.

Nel frattempo arrivano altre persone, bisogna fare in fretta! Lanciamo le corde nell'abisso, inizia l'avventura dentro il Verdon... e inizia male! La prima calata è un disastro, con le corde finite troppo a sinistra e impigliatesi in uno dei tanti arbusti. Ci pensa Carlo a districarle, e l'operazione ci fa perdere molto tempo. Le altre tre calate decisamente verticali quando non strapiombanti, vanno meglio, e finalmente siamo al Jardin des Ecureils, un boschetto pensile circa a metà parete dove comincia la nostra via.


Al Jardin gli alberi no sono più un problema!

Siamo in tre, e sale Mario da primo. Si comincia con un diedro un po' unto. Gli spit sono vicini, l'arrampicata tecnica e sostenuta, il senso di verticalità via via crescente. La via presenta soste doppie, tutte a catena (e non tutte comode), per agevolare le calate; siamo gli unici a salire per ora, ma inevitabilmente i molti che scendono creano un po' di disagio.

Mario sul primo tiro di Dalles Grises

Mario tira anche la seconda e la terza lunghezza, sempre su difficoltà sul IV V, con arrampicata prevalentemente su placca e una pancia leggermente strapiombante. La cordata però procede lentamente, Carlo è fuori allenamento e anche noi forse siamo un po' al limite come gradi, per lo meno su una via comunque sostenuta come questa.

Ancora primo tiro

Dopo un tiro più facile di collegamento raggiungiamo un albero dove già eravamo passati scendendo in doppia. A questo punto do il cambio a Mario, e seguo la fila di spit che obliqua a destra, in direzione del diedro seguito dalla via Chlorochose. Diverse cordate la stanno risalendo, e di fatto vado a tagliare la strada a un francese che si lamenta... Carlo gli spiega che in quel tratto le due vie procedono sulla stessa linea (e infatti non abbiamo trovato spit a sinistra), io sono un po' innervosito e mi mantengo sul diedro fino alla sosta, dove recupero gli altri.

Carlo sul terzo tiro di Dalles Grises prima di un passaggio duro

Vengo a sapere solo qui che ho sbagliato strada: a un certo punto avrei dovuto tenere la sinistra sulle placche... poco male, ormai rimarremo sugli ultimi tiri di Chlorochose, che sono anche un poco più facili rispetto a quelli di Dalles Grises. L'arrampicata è prevalentemente su diedro, con buone prese, i passaggi difficili abbastanza isolati.

Mario sul penultimo tiro di Chlorochose

Non senza un poco di sollievo, intravvedo la fine della parete ormai vicina. Forse ho concatenato due tiri brevi, o forse abbiamo fatto una gran confusione e basta! L'uscita sul pianoro è rasserenante, un po' in stile Bismantova, e la sosta per recuperare Mario e Carlo comodissima. Ci abbiamo messo un'eternità di tempo, più di 6 ore, ma siamo soddisfatti!

Mario in uscita da Chlorochose

Il pomeriggio è ancora lungo, e decidiamo di fare un tour automobilistico attorno al Verdon. Non siamo certo gli unici, c'è addirittura un raduno di Renault Kangoo... soltanto i francesi possono organizzare qualcosa del genere.

Nostalgia!

Ripercorriamo la Rue Napoleon, ci ributtiamo sull'Autostrada dei Fiori dove mangiamo qualcosa al volo a un'area parcheggio vicino a Imperia. Saremo a casa all'una di notte!

Midnight Imperia!

martedì 2 giugno 2015

Via R2 Monza al Pizzo Boga: arrampicata quasi sportiva sotto le Grigne

Un primo assaggio di Grigna: R2 Monza è una divertente salita su ottima roccia calcarea, a picco sulla città di Lecco. In sette tiri, intervallati da qualche passaggio su sentiero, guadagna la cima del Pizzo Boga, una guglia a est rispetto al più imponente Corno di Medale. L'avvicinamento è breve, le soste comodissime, tante le possibili varianti indicate con frecce e bolli di vernice di colori diversi. La gradazione proposta online in generale ci è sembrata riduttiva: un paio di passaggi di IV e quello di V sull'ultimo tiro, non sorprenderebbero altrove se etichettati come V e VI. Va detto però che gli spit (recenti) sono abbondanti nei passaggi più ostici, mentre laddove sono lontani numerose fessure e clessidre facilitano l'inserimento di protezioni veloci.

Alberto sul terzo tiro (foto di Mario)

Data uscita: 19 aprile 2015
Punto di partenza: Pomedo (500)
Punto più elevato: Pizzo Boga (865)
Dislivello in salita: 385 (250 la via)
Tempo totale di percorrenza: 4 ore, di cui 3 la via
Grado di difficoltà: D - Passaggi su roccia di IV e V con chiodatura da integrare
Punti d'appoggio: Laorca o Lecco
Periodo consigliato: Tutto l'anno tranne i mesi più caldi
Note segnaletica: Via segnalata bene quasi quanto un sentiero!
Accesso stradale: Dalla SS36 uscire a Lecco centro e attraversare la città seguendo le indicazioni per Laorca. Superato il paese, presso un tornante a destra con ponte, si stacca una strada in salita a sinistra. Il sentiero parte alla fine della salita, (segni Cai). Possibilità di parcheggio lungo la via che scende in paese.
Note: La comodità di accesso e le tante vie rendono questa parete molto frequentata. Indossare sempre il casco.

Quarto tiro

Dopo il riscaldamento - non solo mentale - sulla cresta del Pizzocolo, apriamo la stagione arrampicatoria sopra un altro lago, quello di Como. Non senza qualche errore stradale, parcheggiamo in località Pomedo, poco sopra Laorca, e dividiamo il materiale di arrampicata sul marciapiede: sembra quasi che stiamo per andare in palestra a Parma!


Pizzo Boga e Lecco

Imbocchiamo in salita la strada cementata che sale verso la Corna di Medale (cartelli CAI), e subito teniamo la sinistra. Costeggiamo i muri di grandi reti para-massi, sempre nel bosco, fino a che la strada svolta a destra e compare la paretina su cui corre la nostra via. Un sentiero si stacca a destra (indicazione Pizzo Boga), e lo seguiamo salire nel bosco. Per tracce poi puntiamo alle sassaie alla base della parete, e raggiungiamo l'attacco di R2 Monza.

Arrivo del terzo tiro (foto di Mario)

Ci sorprende subito il gran numero di frecce in vernice, rosse e blu, che indicano tante possibili varianti a questo itinerario "classico" (comunque aperto negli anni 80). Siamo in 5 e ci dividiamo in due cordate. Partono Mario e Federico, li seguiamo io Alberto e Giacomo. Il primo tiro sale su blocchi e placchette ricche di fessure, e culmina in un diedro più tecnico: IV, ed è già un bel quarto, dove conviene infilare almeno due o tre friend!

Giacomo sul primo tiro

Segue un tratto di collegamento su sfasciumi (I° massimo, attenzione ai bolli), che conviene fare in conserva o addirittura slegati. Si raggiunge un boschetto che conduce al terzo tiro, che parte verticale su diedro con prese piccole e un po' unte, supera un masso in leggero strapiombo (possibile aggirarlo a sinistra) e traversa leggermente a destra su placchetta con un passo delicato. IV+, gradi lecchesi... per fortuna ci sono gli spit!

Federico apre il terzo tiro

Camminando raggiungiamo una placchetta fessurata abbastanza bassa (III), che volendo si può aggirare facilmente (II) alla sua sinistra. Segue un nuovo tratto di sentiero nel bosco, che ci porta al quinto tiro: ancora quarto grado tendente al quinto, arrampicata su placca talvolta quasi verticale e passaggi su appigli piccoli per i piedi e un po' svasati per le mani.

Quinto tiro

Finalmente due tiri in sequenza! Il sesto mi sento di farlo io da primo: trovo prese più nette rispetto al tiro precedente, arrampicata sempre divertente e verticale; piazzo uno o due friend giusto per darmi più sicurezza, ma gli spit anche qui non mancano nei posti giusti dove li desideri. Certo non siamo in falesia, né tanto meno in palestra: siamo in montagna, ed è legittimo dopo un po' sentire le corde che pesano; che scompaiono sotto i tuoi occhi dietro qualche roccia senza essere attaccate a nulla nell'arco di un paio di metri; alla fine, per un attimo, dimenticare che ci sono e salire facendo pieno affidamento su te stesso.

Ancora quinto tiro

Recupero Alberto e Giacomo, è la mia prima piastrina con due secondi: operazione che si è rivelata meno complicata di quanto temessi. Ancora l'ennesimo tratto sfasciumoso, per fortuna breve, ed eccoci alla base della paretina finale. Le frecce rosse indicano due varianti, entrambe di V: una dietro lo spigolo a destra, l'altra a sinistra prima di un canalotto.

Mario sul settimo tiro

Scegliamo questa: va Federico per primo, fa il tiro pulito ma sappiamo che per il resto della combriccola non sarà una scampagnata... la parete per 6 o 7 metri è verticale e concede soltanto qualche bella fessura, che richiede una sequenza di movimenti ben calibrati, anche in laterale. Sebbene gli spit siano praticamente a un metro l'uno dall'altro, Alberto preferisce cercare una variante più semplice sul canale che sale a sinistra. Alla fine si complica la vita, perché per raccordarsi con la via occorre superare un grosso masso liscio e sporgente, con azzerata plateale e nemmeno facile su cordino lungo!

Ancora settimo tiro (a sinistra il "Canale Piazza")

La parte finale del tiro è più appigliata e piacevole: sotto le case si sono fatte ormai lontane e di fronte a noi la Grignetta comincia a mostrare i suoi rinomati bastioni di dolomia. Dalla sosta una breve cresta (passaggi di II) ci porta sulla vetta, dove ci fermiamo giusto il tempo di sistemare le corde... abbiamo fatto tardi, e qualcuno stasera lavora! La discesa non è banale: si segue un canale all'inizio attrezzato con cavo di ferro, in seguito senza: scivolare è fin troppo facile, e ci si può far male!

Pizzo Boga e Grignetta (foto Mario)

Passiamo vicino all'inizio del terzo tiro e poco sotto l'inizio della via, dopodiché torniamo sui nostri passi fino alla strada e all'auto, osservati senza tanto stupore dai paesani evidentemente abituati più che altrove a sentire sferragliare arrampicatori. Un buon inizio di stagione!


lunedì 25 maggio 2015

Cresta sud est del Monte Pizzocolo, facile arrampicata sorvolando il Lago di Garda

Il Pizzocolo domina il basso Garda dal lato bresciano. L'itinerario proposto è forse il più interessante per raggiungere la cima con difficoltà che vanno al di là del semplice escursionismo. Una lunga, divertente cavalcata in cresta, su calcare bianco ruvido e solidissimo, con il lago alle spalle e i suoi paesi che si fanno sempre più piccoli. Perfetta come prima esperienza su terreno semplice ma pur sempre alpinistico.

La cresta, in secondo piano il monte Castello di Gaino e il Baldo
Punto di partenza: Località Ortello di Sotto (650)
Punto più elevato: Monte Pizzocolo (1581)
Dislivello in salita: 900
Tempo totale di percorrenza: 5 ore, di cui 2 ore la sola cresta
Grado di difficoltà: F+
Punti d'appoggio: Bivacco Due Aceri in cima al Pizzocolo (presenti bottigliette d'acqua a offerta libera)
Periodo consigliato: Da ottobre ad aprile. Percorso a quote basse in piena esposizione al sole (attenzione però all'eventuale neve in discesa se si sale in pieno inverno).
Note segnaletica: A bolli rossi lungo la cresta, sufficiente nel resto del percorso.
Accesso stradale: Da Toscolano Maderno, appena prima del ponte, svoltare a sinistra (indicazioni per Maclino). Continuare a salire tenendo la destra fino a Sanico, dove comincia la stradina stretta e ripida per il rifugio Pirlo allo Spino (indicazioni). Superati un paio di brevi tratti sterrati e una curva secca a destra con Madonnina, si è arrivati alle case sparse di Ortello. Lasciare l'auto presso una sterrata che sale a destra (sentiero 27, indicazioni per le creste), scarse possibilità di parcheggio.

Monte Castello di Gaino

Calda domenica di inizio aprile, l'inverno ormai si è giocato le sue ultime cartucce... Così scegliamo il Lago di Garda per goderci un po' sole e roccia. Siamo in 6, le due Pandine danno buona prova su per i tornanti e la ghiaia della stradina d'accesso, che si inoltra in una valle boscosa dai fianchi sempre più ripidi.

Bel calcare e monte Baldo
Troviamo i pochi posti auto già quasi tutti occupati, ma in qualche modo ci arrangiamo e cominciamo a salire il sentiero 27 con il caldo già potente delle 11. Proseguiamo in costa su sterrata comoda, poi imbocchiamo un sentiero sulla destra in leggera discesa. Ci lasciamo a sinistra alcune placche, una delle quali spittata, e raggiungiamo il bivio con il sentiero che sale lungo la cresta sud.

Noi siamo diretti alla più evidente cresta sud-est, per cui continuiamo a traversare, addentrandoci in una valletta con al centro alcune vecchie baracche: di fatto bisogna passare sotto i loro tetti, non proprio rassicuranti come tenuta... Cominciano subito dopo i bolli rossi, che portano a risalire alcune roccette ancora circondate dal bosco: la cresta è cominciata!


La prima parte è la più ripida, e mette subito alla prova con passaggi di elementare arrampicata. Ma arrivati ad una placchetta di tre metri dobbiamo usare un po' più inventiva, cercando gli appoggi giusti per i piedi. Una volta guadagnato quota, la cresta si fa più orizzontale ed aerea: la roccia è sempre buona, numerose piante alleviano il senso di esposizione, i passaggi più ostici sono isolati, ma il livello di attenzione va mantenuto costantemente alto.


Il passaggio chiave - definizione un po' altisonante per un percorso del genere - è un grosso masso piazzato proprio sul filo di cresta, prima di un traverso, in un punto un po' esposto. Dovendoci passare per forza, preferiamo farlo con quattro appoggi, per cui gattoniamo! Sono i punti più adrenalinici della salita: poco oltre c'è uno sperone davvero scenografico, anche lui più esposto di quanto non sembri a una prima occhiata... ma le foto rendono giustizia!


A questo punto la cresta si fa meno pronunciata e più facile. La cima del Pizzocolo, con i suoi precipizi discontinui, si è fatta più vicina, ma ancora manca un bel pezzo. A un bivio ignoriamo la deviazione a destra "Pizzocolo EEA", probabilmente una variante diretta più difficile, e continuiamo a seguire i bolli rossi.


Un nuovo passaggio in arrampicata, ripidi strappi di salita, il caldo del primo pomeriggio, la fame che ormai morde, la mezza corda nello zaino di Marco che lamenta il suo non uso facendo sentire il suo peso... sarà pure un montagnotto di nemmeno 1600 metri, ma ne stiamo anelando la cima! Dopo un ripido canale erboso, sbuchiamo sui prati aperti, e incontriamo di nuovo il sentiero della cresta sud.


Pochi passi e siamo sulla cima, con già diverse persone presenti. Prendiamo possesso di un tavolo davanti a una cappelletta, e cominciamo ad apparecchiare il nostro pranzo tendente alla merenda. Salame parmense e formaggio locale, a suggello dell'amicizia coi bresciani. Peccato niente vino! Sono le 16 passate, anche se il rientro è facile e più breve preferiamo non attardarci.


Seguiamo il sentiero principale verso nord, molto battuto, fino a un bivio presso una pozza dove si conserva l'ultima neve. Qui scendiamo a sinistra in direzione Malga Valle, attraverso una faggeta con esemplari monumentali. Dopo l'alpeggio il sentiero continua a scendere deciso, fino a sfociare in una strada asfaltata. La seguiamo fedelmente, imprecando un po' nei tratti ripidi piuttosto antipatici su asfalto, e raggiungiamo di nuovo le auto.

sabato 23 maggio 2015

Monte Acuto, anello tardo-invernale dal Passo del Lagastrello

Prima elevazione significativa a est del Lagastrello, l'Acuto soffre evidentemente la vicinanza di un colosso come l'Alpe di Succiso, di cui sembra quasi il fratellino. Si tratta comunque di una montagna interessante, alla quale si può dedicare anche mezza giornata. Il giro ad anello qui proposto è godibile in tutte le stagioni dell'anno, mantenendosi per buona parte all'ombra delle faggete. Non mancano comunque tratti su terreno aperto e panoramico, e persino una breve cresta: qui gli accumuli di neve - che in primavera si conservano a lungo - danno un tocco d'alta quota alla salita.

Monte Acuto

Data uscita: 11 Aprile 2015
Punto di partenza: Diga del Passo del Lagastrello (1160)
Punto più elevato: Monte Acuto (1756)
Dislivello in salita: 650
Tempo totale di percorrenza: 4 ore  
Grado di difficoltà: F (in assenza di neve: E)
Punti d'appoggio: Rifugio Sarzana (1581, aperto d'estate)
Periodo consigliato: Tutto l'anno
Note segnaletica: Bolli un po' sbiaditi in zona Foce di Torsana.
Accesso stradale: Parcheggiare presso la diga del Passo del Lagastrello, dove convergono le strade provenienti da Aulla, Parma e Reggio.
Note: In inverno sono necessari sempre piccozza e ramponi, già nel bosco se la neve è dura. Evitare il pendio nord-ovest che scende dalla cima se il rischio di valanghe è alto.

Groppi di Camporaghena

Cercando gli ultimi rimasugli di inverno, approfitto di un sabato mattina con tempo buono per andare sul monte Acuto: decisamente comodo da raggiungere, per chissà quale motivo finora vi ho sempre girato alla larga, lasciando aperto un bug non trascurabile su tutti i sentieri attorno al Lago Paduli.

Sentieri alla Diga del Lagastrello

Dalla diga, mi incammino in direzione del lago, e dopo pochi minuti incontro il primo bivio, presso una maestà: seguo il 659a, in direzione della Foce di Torsana, ignorando i segnavia per il rifugio Sarzana. In breve raggiungo una bella torbiera solcata da ruscello con ponticello in legno. Da qui in avanti il sentiero rimane nella faggeta, cominciando a salire dolcemente fino a incrociare il 653. Lo imbocco a destra, seguendo sempre per Foce di Torsana.


La neve comincia ad essere abbondante e un lungo tratto in traverso mi induce a indossare piccozza e ramponi, anche per togliere un po' di peso dallo zaino. Appena si passa all'esposizione a sud però la neve si interrompe, quindi mi tocca sporcare le punte. Ignoro il 659a che sale a sinistra. La pendenza va addolcendosi, e anche i segnavia si fanno più radi. La traccia con la neve non è facile da trovare, e lascio sulla mia destra Foce di Torsana, ritrovandomi dopo un taglio nel bosco sullo 00.


Si sale ora più decisamente, fino ad uscire dalla faggeta poco sotto il crinale della Costaccia. Il tempo si è un po' coperto, ma la lingua nevosa che sale verso la spartiacque principale compare ogni tanto fra le nubi basse, mosse dal vento. Alla mia sinistra il circolo glaciale a ovest del monte Acuto, dove sprofondano brevi ma interessanti canalini; a destra i contrafforti ben più imponenti dei Groppi di Camporaghena, sul versante toscano.

Versante ovest del monte Acuto dal crinale

Pochi passi in leggera salita e raggiungo la Sella di Monte Acuto (1725), ampia distesa di prati dove la vista si apre sulla valle del Liocca, dominata dall'Alpe di Succiso. Una brevissima cresta con nuova, suadente lingua di neve mi accompagna sulla cima (1756). Le nuvole si sono un po' diradate, concedendomi un bel panorama purtroppo negato verso il mare.

Alpe di Succiso

Volendo scendere con i sentieri, dovrei tornare alla Sella e raggiungere con il 657 Lago del Monte Acuto e Rifugio Sarzana; preferisco però tagliare per il versante nord-ovest, consistente in un ampio pendio sui 35/40 gradi, interessante come discesa con gli sci: anche se preferirei non trovarmi qui dopo forti nevicate. Non è il caso di oggi, il pericolo piuttosto è quello di scivolare per via dello zoccolo di neve che si crea sotto i ramponi: ormai sono le 13 passate e cammino sulla pappa.

Monte Acuto, il versante ovest da valle

Senza grossi problemi, accelerando anzi con qualche prova di caduta, raggiungo il bosco, e continuando a scendere tenendo un poco la destra incrocio quasi subito il sentiero 659, sotto la Tecchia dei Corvi. Lo seguo in discesa e in meno di un'ora sono di nuovo alla fine del Lago Paduli e all'auto, concludendo il giro ad anello.


giovedì 7 maggio 2015

Via Amoretti di Vestea sulla Pania della Croce e parete ovest Pania Secca: una tira l'altra

Stavamo già recitando il requiem per un inverno breve e sottotono, quand'ecco che proprio il weekend di Pasqua arriva una debole nevicata seguita da un deciso calo termico: accantonati i propositi alpini, decidiamo di giocarci la carta Apuane. A inizio aprile comincia ad essere tardi per queste montagne, ma il ricordo delle condizioni fenomenali del canale Cambron ci spinge di nuovo su questo "ghiaccio salato" che si crea e scompare tanto in fretta.

Mario, Federico e Alberto fra le due Panie col mare dietro

Scegliamo anche una zona nuova, dove soltanto io nel gruppo ero già venuto quasi un anno esatto fa: le Panie. Il rifugio Rossi rimane aperto tutto l'anno nei weekend, e ne approfittiamo per passarci la notte di Pasqua e partire il lunedì con calma e già in quota. Ci mettiamo in viaggio sull'Autocisa nel primo pomeriggio, con i nostri lauti pranzi pasquali che rimbalzano fra una curva e l'altra. Invece che ad Aulla usciamo a Massa, con l'intenzione di raggiungere Castelnuovo di Garfagnana via Passo del Vestito.

Monti Grondilice, Contrario e Cavallo da Pian della Foiba

La strada è l'unica che attraversa le Alpi Apuane, ed è perfetta come introduzione a questo ambiente aspro e spigoloso: in pochi chilometri si passa dal mare alla montagna più severa, che la recente nevicata rende ancora più affascinante: il Sagro, il Grondilice, la cresta del Cavallo percorsa a inizio inverno da Alberto e Federico, il Sumbra con la sua enorme parete sud, forse la più difficile dell'intera catena.

Cervino o Pisanino?

Dal centro di Castelnuovo svolta secca a destra verso Molazzana, nuova salita e altre curve; Federico le patisce un po', ma ritrova tutto l'entusiasmo non appena compare la parete nord della Pania Secca. Si cercano con lo sguardo le linee di salita viste sulle guide, si fantasticano tutte quelle possibili su questo versante che è solo una delle facce di questa montagna, e nemmeno la più severa. Ma domani con ogni probabilità saliremo altrove.

Rifugio Rossi

La strada è tortuosa, seguiamo le indicazioni per Piglionico e il rifugio Rossi e non appena finisce l'asfalto parcheggiamo: c'è soltanto un'auto, con ogni probabilità quella del rifugista. Sono le 18, fa fresco, partiamo spediti verso la meta. Dopo un tratto sterrato, il sentiero (insolitamente comodo per le Apuane) sale per la faggeta, mostrando un nuovo versante della Pania Secca, quello ovest. Anche qui salgono spettacolari canali incassati, e a prima vista sembra siano tutti ben guarniti di neve.

Pania Secca

I faggi finiscono, sbuca il naso dell'Uomo Morto con il tetto del Rossi. Un ultimo strappo sui prati innevati e lo raggiungiamo: compaiono le Apuane settentrionali, troneggia il Pisanino che da questa prospettiva e con questa neve fa davvero rima con Cervino. Il sole sta tramontando, gli ultimi raggi vanno scivolando in alto sui pendii della Secca, le nuvole si tingono di rosa; alcune sembrano imitare per gioco la forma seghettata di queste cime!


Sale la voglia di godere il calore di una stufa dentro questo nido d'aquila di cui saremo gli unici ospiti. Il rifugio è piccolo, essenziale, con la camerata connessa alla sala da pranzo e la stufa in mezzo; il gestore di poche parole, si vede subito che dev'essere un alpinista. Infatti ci fornisce buoni consigli per l'indomani, suggerendoci la via che già avevamo puntato in principio: l'Amoretti - Di Vestea, probabilmente l'unica con innevamento ancora buono e costante al di là dell'illusione offerta dalla recente nevicata.

La est della Pania della Croce dalla finestra del Rossi

Dopo una buona cena, ci accomodiamo nei piani bassi dei letti a castello a tre piani: due coperte a testa - tanto ce n'è in abbondanza! - e un po' alla volta stacchiamo la spina in vista della Pasquetta impegnativa che ci attende. La sveglia non arriva troppo presto, siccome siamo già sul posto e la giornata si preannuncia fredda. Colazione senza fretta, e poco prima delle 8 siamo in marcia già ramponati verso il Colle della Lettera.

Batte il sole sulla Pania della Croce

La parete nord-est della Pania della Croce è ricca di linee invernali, anche molto difficili; la via Amoretti di Vestea, salita nel 1931, segue il canale più ampio, che si impenna fino a 50 gradi e sbuca fra il Colle della Lettera e la cresta nord dalla Pania. Dalla Foce del Puntone, vicina al rifugio Rossi, lo raggiungiamo costeggiando la base della parete sopra l'imbuto della Borra di Canala.

Alberto e Mario all'imbocco della via Amoretti di Vestea

Un conoide valanghivo segna l'inizio del canale, ripido fin da subito e ghiacciato nonostante il sole già ci batta sopra. Una piccozzata dopo l'altra prendiamo quota, ci sentiamo di salire slegati. Il tratto più ripido è in corrispondenza di alcune rocce che sbarrano il canale, e vanno aggirate a destra seguendo una rampa o affrontate direttamente come ha deciso di fare Federico: sentiamo le sue grida rimbalzare nel canale, ma sono solo innocenti sfoghi di piacere.

Il canale poco prima della "strozzatura"

Noi si aspetta a urlare, meglio risparmiare il fiato per qualche passaggio un po' delicato. Spaventano le buche che possono crearsi vicino alle rocce e fazzoletti di neve non trasformata da cui è meglio girare alla larga. Comunque un movimento alla volta, piantando bene le picche, usciamo dalle difficoltà, e su pendenze minori guadagniamo il crinale del Colle della Lettera.

Colle della lettera (la via Amoretti sbuca a sinistra di Alberto e Federico)

A questo punto pochi minuti ci separano dalla facile cresta nord e quindi dalla vetta della Pania della Croce. A nord la cuspide rotta del Pizzo delle Saette, giù verso ovest il rifugio del Freo circondato dai pini, il monte Corchia, la breve piana della Versilia dove ormai è primavera.

Cresta nord della Pania (foto Mario)

Dietro ancora l'orizzonte si riempie del blu del mare, le isole di Portovenere, e dall'altra parte il Lago di Massaciucoli, la linea costiera che si perde dopo la foce dell'Arno... sappiamo da Wikipedia che in caso di giornate super-pulite si dovrebbe vedere addirittura la cupola di Santa Maria del Fiore, ma ci accontentiamo, e godiamo abbastanza ad essere gli unici su questa montagna magnifica.

Primi in vetta oggi!

Affrontiamo la discesa dal vallone dell'Inferno, scendendo direttamente dalla vetta: il sole batte su questi pendii abbastanza ripidi, occorre fare attenzione. In prossimità di un grosso masso al centro del vallone confluiamo nella via normale che sale dal Rossi, e le pendenze si fanno più dolci fino alla Foce del Puntone.

Vallone dell'Inferno, dove sale la via normale per la Pania

E' ancora presto, fa ancora fresco, e la Pania secca di fronte a noi, con i suoi canali esposti ad ovest, è un richiamo irresistibile. Ripassiamo un attimo dal rifugio Rossi, diamo un'occhiata alla guida e ci rimettiamo in marcia verso il Canale Batic. L'avvicinamento normale avverrebbe molto più a valle, poco oltre Piglionico, mentre la nostra intenzione è traversare perdendo meno quota possibile fino alla base del canale.

Rifugio Rossi e Pania Secca

L'operazione non si rivela semplice, per via dei vari canalotti da attraversare e la molta roccia presente. A un certo punto ci tocca anche scendere da un canale piuttosto ripido, e con neve ormai molle; finalmente arriviamo sui pendii del versante ovest, apparentemente puliti (sotto ci sono infide placche...).


Il canale è ben riconoscibile per un'alta fascia di rocce che lo chiude a sud, e per il grande deposito di neve scaricata che cominciamo a risalire. Il ghiaccio ancora duro sotto i nostri ramponi promette bene! Dopo 100 metri comodi di salita raggiungiamo una strozzatura, con una placca e un grosso cumulo di neve riportata sul quale ci sistemiamo per fare sicura.

Neve scaricata e ghiaccio verso il Canale Batic

La via di salita affronterebbe direttamente il diedro sulla sinistra, con l'aiuto delle colate di ghiaccio che nel periodo giusto coprono la placca. Ora di ghiaccio, malgrado il freddo, qui non ce n'è più, e Federico opta per seguire una linea di chiodi verso una sorta di cengia ancora più a sinistra. Gli faccio io sicura. I passaggi non sono semplici, occorre studiare bene dove andare: giù un paio di friend, ecco il secondo chiodo, Federico decide di fermarsi a togliersi i guanti per arrampicare meglio...


- Blocca! - recupero corda, poi in un attimo lo vedo volare giù. Il chiodo, probabilmente vecchio, ha ceduto al suo peso, e il secondo friend gli è andato dietro... il che significa volo di circa 7 metri e totale inutilità della mia sicura. L'angelo custode del Red Climber fa in modo che vada ad atterrare sul cumulo di neve molle sotto la strozzatura del canale, ma sarebbe bastato poco a farsi male sul serio!


Senza pensarci troppo decidiamo di fare retrofront, ormai il jolly della giornata è giocato. Rinunciamo al canale Batic, ma sarebbe un vero peccato rinunciare anche alla Pania Secca. Così proseguiamo lungo la base dei pendii ovest fino a trovare un'altra linea, biforcata da un masso. Le pendenze sono massimo sui 45 gradi, verso la fine superiamo qualche facile roccetta, per poi sbucare su pendio aperto.
La cresta sud della Pania Secca e il mare

Sono le 13 passate, ma la neve è ancora in buona parte dura! Raggiungiamo la cresta, con belle cornici di neve affacciate sul baratro della parete est. L'aria si è fatta più tersa, e la visibilità è aumentata rispetto a stamattina. La cima è l'ultima grande elevazione delle Apuane verso sud-est, e garantisce un panorama straordinario, con colpi d'occhio vertiginosi sui paesini giù nella valle della Grotta del Vento.

Ultimi passi prima della cima (foto Federico)
Le nuvole si sono diradate a mostrare le cime dell'Appennino, stavolta - ma in generale questo inverno 2014-2015 - lasciato un po' in secondo piano di fronte a destinazioni alpine e apuane, dove le condizioni permettevano qualcosa di più. E del resto i pratoni innevati di Cusna e vicini sono tutto un altro mondo rispetto alle pareti rocciose che ci circondano.

Dietro il Gruppo dell'Alpe di Succiso: ma oggi la picca si è appoggiata sulle Apuane!

Sulla cima ci concediamo di fermarci un poco a mangiare i nostri panini, godendo del sole e dello spettacolo tutto attorno e sotto. Non possiamo però tirare tardi, siccome la neve ormai comincia a mollare. I primi tratti della discesa a lato della cresta, con pendii innevati sopra le placche quasi lisce, è molto rischiosa, specialmente per gli zoccoli che si creano.

Via lo zoccolo!

Torniamo sui nostri passi fino al rifugio Rossi, ripercorrendo il lungo traverso su neve ormai molle. Un saluto al rifugista e poi giù verso il caldo, anche se nel bosco la neve è inaspettatamente dura, quasi da ramponi! Per il viaggio di ritorno optiamo per una Grande Traversata Apuano Appenninica: ieri si era partiti da Massa attraversando le Apuane e poi tornando su fino a Piglionico; oggi ci occupiamo dell'Appennino, con il Passo delle Radici via San Pellegrino in Alpe.

Giochi di luce nei faggi, zona Passo Radici

Dal piazzale del santuario godiamo di uno straordinario colpo d'occhio sulle Apuane, con le Panie in primo piano in bel controluce. Poi almeno altri 100 km di curve attraverso tutte le valli dell'Appennino reggiano, Canossa compresa, ci riportano a casa: non proprio a tutti, siccome Alberto deve tornare a Urzano da Collecchio, e si sorbirà ulteriori saliscendi per un totale stimato di circa 5000 metri di dislivello - attivo - in auto, cui vanno aggiunti i 1000 a piedi. Per quanto mi riguarda, l'uscita più bella che abbia fatto finora in inverno - e inverno non doveva essere già più da un pezzo!

Si riparte infreddoliti da San Pellegrino in Alpe (le due Panie dietro la croce)