martedì 3 giugno 2014

Monte Ragola, Lago Bino e Prato Grande: anello dal Passo delle Pianazze

Leggenda vuole che nel lontano giugno 2011 il sottoscritto venne a fare un giro quasi uguale a questo, partendo però da Cassimoreno in val Nure; e durante il rientro, colto dalla pioggia, sbagliasse sentiero ritrovandosi nella valle sbagliata: quella del Ceno. Chiamato il taxi di Bardi per farsi riportare alla moto, dovette sborsare una discreta cifra, subire un colpo all'orgoglio e ripensare al suo senso dell'orientamento solitamente acuto. Meglio sedersi e riflettere.



Domenica scorsa, non più da solo ma in buona compagnia di Giampa e Gianca, sono tornato sui miei vecchi passi. Durante la salita in auto ci fermiamo per visitare velocemente il monastero di Costa Gemignana, fondato nel lontano 1500 dalla beata Margherita Antoniazzi, e luogo di origine di un'altra venerabile, Margherita Carlotti, che vi fondò un pio ritiro di Vergini. Fa specie pensare alla relativa importanza che ebbero 500 anni fa questi luoghi ora così lontani dalla civiltà (per approfondire).


Dal passo delle Pianazze (987) ci incamminiamo lungo il sentiero Cai 35, la carraia che percorre il crinale fra Val Nure e val Ceno. Raggiunto un incrocio, scendiamo a destra verso Cassimoreno con il 51, pieno di fango e solchi di mezzi motorizzati che qui possono devastare tutto liberamente. Dopo la breve discesa raggiungiamo la bella torbiera del Lagazzo (921), prima di una lunga serie.


Diverse persone passeggiano lungo questa comoda carraia, partite sicuramente dal vicino paese di Cassimoreno (819); lo raggiungiamo presso il Punto di Ristoro La Tomba, sistemato proprio di fronte al cimitero... sarcasmo o pura stupidità da parte degli autori della segnaletica? Ci riforniamo d'acqua presso una fontanella di fianco alla chiesa e ripartiamo alla volta della frazione Roffi, seguendo un bel sentiero (il 33) avvolto dalla vegetazione.


Dopo l'ultima maestà del paesino, salutiamo per un bel po' gli edifici e ci inoltriamo nella montagna: di fronte a noi severi groppi ofiolitici sembrano impedire il passo... è là la cascata Lardana, indicata dai cartelli. Attraverso una bella faggeta piena di ruscelli, raggiungiamo il salto d'acqua, decisamente meno potente rispetto al novembre 2012 quando venni qui dopo la prima nevicata della stagione.

Riesco pure a concedermi un po' di free solo per raggiungere la base del salto più alto, facendo molta attenzione alla roccia nera e viscida... un luogo di bellezza insolita e selvaggia, se d'inverno ghiacciasse ci sarebbe da farci subito un pensierino con piccozze e ramponi! Ma ci vorrebbero temperature davvero rigide.

Proseguiamo sul sentiero che ora sale ripido di fianco alla cascata, con l'aiuto di gradini di legno altissimi e cavetti di ferro; tornati nel bosco costeggiamo il torrente passando vicino a enormi massi, finché superato un valico raggiungiamo il Lago Bino (1300). Purtroppo non ci sono le ninfee come speravo, soltanto pescatori avvolti in sacchi di plastica trasparente.


Ci sediamo a un tavolo enorme a mangiare i panini, comprati a Bardi con il pane del giorno prima perché tutti i forni (e non solo loro!) erano chiusi; mi auguro che la nuova giovane sindaco si impegni perché anche la domenica chi arriva a Bardi per visitare il bellissimo castello non si trovi a dover attraversare un mortorio come questo Punto di Ristoro.


Ma torniamo sui monti che da lontano guardano il castello: dopo il pranzo veloce ci rimettiamo in cammino, salendo l'ampia carraia (segnavia 21) diretta a Prato Grande. Costeggiamo una prima grande torbiera chiamata Pramollo, e dopo una curva e un cancello raggiungiamo la grande distesa d'erba di Prato Grande (1425), forse il più grande lago interrato dell'Appennino settentrionale.

Prato Grande e Monte Ragola
Una seggiola lasciata in balia degli elementi, la baita chiusa, il cielo coperto di nubi contribuiscono a creare un'atmosfera opprimente, desolata... ma ancora non è finita! Ormai possiamo vedere la nostra meta, il monte Ragola che sorveglia dall'alto la sconfinata torbiera. A un importante incrocio a est rispetto alla baita, prendiamo il 37 diretto alla vetta, che sale dolcemente costeggiando un torrentello quasi secco, nella valletta fra i monti Ragola, Ragolino e Camulara.


Dopo non molto il bosco termina per lasciare spazio a un nuovo grande spiazzo erboso in leggero falsopiano, il Prato Bure. Una staccionata con il filo spinato interminabile sale in direzione del crinale, che ancora non si riesce ad individuare; il sentiero la costeggia a lungo per poi puntare decisamente a destra, attraversando il prato in salita diretto alle ultime propaggini della faggeta.


Il Lago Bino era 1300 metri, ma chissà come sembra di essere arrivati fin qui senza fare salita... ora invece, dopo la brevissima pausa di bosco, ecco il terreno ofiolitico scabro delle cime liguri/piacentine, di cui il Ragola e l'Aiona sono forse gli esempi più lampanti: ora la salita si fa sentire, ma per fortuna è breve e allietata dai tanti fiori che crescono vicino a queste rocce rossastre.


Dalla vetta (1712) possiamo finalmente rivedere la Valle del Ceno e i boschi dell'alta val Nure, punteggiata di paesini. C'è un po' di foschia, ma riconosciamo le Alpi Apuane e le cime parzialmente innevate dell'Appennino parmense; dall'altra parte le valli verdeggianti lasciano spazio mano a mano ai riquadri più chiari delle coltivazioni in collina e infine nella pianura.


In un angolino esposto a nord trovo l'ultima piccola chiazza di neve rimasta sulla montagna: la raggiungo e ne stacco un pezzo, portandolo in cima a una guglia per fargli un piccolo set fotografico. Dopo questa sorta di rituale tragicomico di addio all'inverno, facciamo retrofront sul 37, riattraversiamo il desolato Prato Bure, costeggiamo il lungo filo spinato per superarlo poco sopra al bivio sopra Prato Grande.


Qui compiamo un taglione attraverso a un pascolo vuoto, e ci ritroviamo sul 39 diretto al monte Camulara. Ricomincia la salita, non molto gradita in verità, ma sotto i nostri scarponi si distende un vero e proprio tappeto di fiori: gialli, rossi, viola, azzurri... sarebbe bello poterli riconoscere uno ad uno! Grazie al microclima caldo legato alle ofioliti, tutte queste montagne presentano fioriture ricchissime e insolite.


Il monte Camulara somiglia più a un grande altopiano coperto da boschi alternati a qualche torbiera: il sentiero, molto poco battuto, lo segue con un percorso tutt'altro che intuitivo; ma per fortuna i segnali bianco rossi sono abbondanti. Sembra che la montagna non finisca mai, si continua a salire in falsopiano con la vista chiusa dagli alberi... Poi finalmente il crinale si stringe e arriva il momento della discesa!

La memoria cerca ora di tornare a quel pomeriggio di quasi tre anni fa, quando proprio da queste parti cominciò il maltempo e sbagliai sentiero, accorgendomi troppo tardi, ormai in fondo alla discesa, di essere arrivato a Granere (Bardi) invece che a Cassimoreno (Ferriere), dove avevo la moto. A un certo punto incontriamo una carraia l'indicazione a destra Granere, che imbocchiamo verso sinistra: probabilmente è stato qui che avevo voltato a destra (il cartello non c'era), anche se qualcosa non mi torna: proseguendo sul nostro sentiero - quello giusto - mi sembra come di averlo già fatto, chissà...


Proseguiamo a lungo sulla carraia nel bosco: a destra e sinistra, inchiodati agli alberi, i cartelli delle circoscrizioni di caccia di colore diverso ci dimostrano che siamo lungo il confine fra Parma e Piacenza. Raggiungiamo un nuovo incrocio, con finalmente il cartello per il Passo delle Pianazze lungo il 35; siamo tornati nel regno delle moto, come dimostrano i sentieri infangati e pieni di solchi.

Nei tratti in discesa il sentiero è semplicemente devastato: lungo i solchi si è probabilmente incanalata la pioggia, che ha creato vere e proprie voragini profonde più di un metro e mezzo. Certo anche la carraia stessa non dev'essere stata tracciata in un posto molto strategico, se appena viene un po' di pioggia si trasforma in un fiumiciattolo... comunque i sentieri fino a mezz'ora prima, dove non passavano le moto, erano pulitissimi, come si spiegherà la brusca differenza?


Al bivio con il 51 per Cassimoreno, concludiamo il nostro anello, e dopo l'ultimo noioso tratto di carraia siamo di nuovo al Passo delle Pianazze, dove eravamo 8 ore e mezzo fa. Inevitabile birra fresca alla trattoria poco sotto il passo, poi ci rifacciamo una bella scorpacciata di curve fino alla Patria. Giro completo e lunghissimo, forse quello con più tratti pianeggianti mai fatto finora... mi abituo in anticipo a ciò che mi aspetta nei prossimi nove mesi!



Punto di partenza: Passo delle Pianazze (987)
Punto più elevato: Monte Ragola (1710)
Dislivello in salita: 900
Tempo totale di percorrenza: 8 ore
Grado di difficoltà: E
Segnaletica: Ottima
Punti d'appoggio: Bar e fontana a Cassimoreno
Mappa: Vedi Sentieri Emilia Romagna

giovedì 29 maggio 2014

Corde e chiodi su Rocca Pumaccioletto: spigolo sud est e Falesia Asfodeli

Qualcosa è cambiato! Andando in auto verso i Lagoni non sembra più di sperimentare una strada inter-poderale dell'Afghanistan (più che fra poderi, fra poteri mi sento di aggiungere); l'ultimo atto dell'amministrazione uscente - ormai uscita - di Corniglio è stato illuminato: in vista dell'estate, tappare le voragini e spianare nei limiti del possibile i salti di pietra che fino alla settimana scorsa devastavano questa sterrata e quella diretta a Lagdei. So che fra tre mesi saremo daccapo, ma intanto giù il cappello.

Panorami verso le montagne reggiane dallo spigolo di Rocca Pumaccioletto

Nella bella ma fredda giornata di sabato, pochi escursionisti vari pescatori e molti climbers hanno omaggiato i Lagoni con la loro presenza: amici e conoscenti diretti alla falesia del lago Scuro, ragazzi e ragazze a un'esercitazione con tanto di Soccorso Alpino assiepati attorno al Sasso sul Sentiero; noi ci incamminiamo subito verso Rocca Pumacioletto, anche per scaldarci un po' visto il vento e le temperature "primaverili".

Mario in cima

Il sentiero 711 sale nel bosco, attraversa un paio di nevai marci e in meno di un'ora ci porta alla base della parete del Pumacioletto; a prima vista un cumulo di blocchi che non sembrano troppo affidabili, vista anche la pietraia colossale alla base... qualcosa di buono però c'è, e nella porzione sud ovest sono state tracciate diverse vie molto vicine fra loro, e spittate più che a sufficienza.

La parete sud ovest

Decidiamo di fare due cordate: io e Mario saliamo dallo Spigolo sud-est, la via più facile e "panoramica", con due passi obbligati di 4b per 70 metri di lunghezza e tre tiri - con la corda di Mario ce ne stava anche uno solo! - mentre Alberto e il suo amico, quello del blog, tentano Dies Irae, decisamente più lunga e difficile (6a obbligato e 6b), cinque tiri per 125 metri.

Il geologo dal temuto martello-spiaccica-spit in una foto d'epoca

Questa volta proviamo a salire facendoci sicura con il mezzo barcaiolo, in modo da procedere alternati senza dover tutte le volte ri-attrezzare la sosta... i tiri non sono stancanti, possiamo permettercelo. Mario fa da primo quelli più divertenti, il primo e il terzo: gli spit sono tantissimi - come lamentano i due alpinisti duri e puri che ci accompagnano - la ruvida arenaria-macigno offre ottima aderenza e prese molto invitanti... occorre però fare sempre attenzione a cosa si prende fra le mani, la natura a blocchi di questa roccia può ingannare!

Mario attacca il primo tiro

L'uscita del terzo tiro è il pezzo più gratificante della via, proprio sullo spigolo, con arrivo improvviso sotto la croce. Abbiamo fatto tutto in meno di un'ora, e poco meno di un'ora ci vorrà per aspettare Federico e Alberto, che hanno avuto difficoltà su Dies Irae a causa dell'umidità e del freddo, che non vanno troppo d'accordo col sesto grado... così dopo il primo tiro l'hanno abbandonata per proseguire su Sasso Volante e arrivare in vetta con gli ultimi tiri di Save 2000 (info sulle vie qui: Guida Monti d'Italia, pag 233 e segg).

Federico sull'ultimo tiro di Sasso Volante

Uscita in vetta (ultimo tiro Save 2000)
Le prese sono sempre quelle!
Immortaliamo l'uscita dei due alpinisti oggi alle prese con qualche chiodo di troppo, dopodiché ci attrezziamo velocemente per la calata in corda doppia: la prima in assoluto per il sottoscritto! Vedere le due mezze corde lanciate dal burrone mi ha fatto un certo effetto... scendiamo con un'unica calata di 60 metri fino alla base dello spigolo percorso da me e Mario: un po' diversa dalle calate dei monotiri! I miei 55 kg da un lato mi danno fiducia nelle due mezze corde non proprio spessissime, dall'altro mi costringono a mollarmi totalmente per guadagnare velocità nei tratti inclinati... comunque una bella botta di adrenalina!

Federico sulla via Spada di Damocle
Sono ormai le 13 passate quando tutti siamo alla base della parete: Alberto deve andare e anche Federico non ha molto tempo, dobbiamo rinunciare a fare un'altra via lunga... peccato, ma d'altronde vento e fresco non mettono tanta voglia di salire di nuovo. Dopo il meritato panino ci concediamo comunque un giro veloce alla Falesia degli Asfodeli, non certo famosa per la facilità delle vie.
La croce di Rocca Pumaccioletto

Si tratta di un bel settore compatto, a tratti strapiombante, a ovest rispetto a Rocca Pumaccioletto: va dunque al sole di pomeriggio. Le vie sono quasi tutte sopra il sesto grado, a parte tre: di queste scegliamo La Spada di Damocle, un 5b tutt'altro che generoso, che richiede molto equilibrio e fiducia nell'aderenza... gli spit non vicinissimi richiedono poi quel pizzico di coraggio in più; comunque anche io e Mario con un po' di pause-sghiso riusciamo a chiuderla da primi.  Giornata ottima e conclusa prima del solito, alle 15 al rifugio Lagoni: una bella birra e fetta di torta sui tavoli al sole dove si sta davvero da sceicchi afghani, poi giù verso Parma dove le temperature sono già estive.

lunedì 26 maggio 2014

Sporno, Montagnana, Cavalcalupo: il crinale sacrificato a fuoristrada e metanodotti

Non molto tempo fa sulla pagina Facebook di montagnatore sono entrato in polemica con alcuni enduristi, non essendomi fatto problemi a dichiarare che rovinano i sentieri di montagna. All'inizio pensavo di non inserire nel blog i racconti delle mie uscite estemporanee nella media montagna, ma ora intendo farlo, anche per mostrare a tutti i segni di una devastazione irrispettosa e prepotente.


Chi scrive all'età di 14 anni non possedeva il motorino, ma il "cinquantino" da trial a miscela; poi è passato all'enduro con un 125 cc, e ha esplorato molti dei sentieri in val Parma e dintorni; in seguito si è stancato di fare fuoristrada e fino a un paio di anni fa amava compiere giri di centinaia di km in giornata con la moto da strada; alla fine ha capito che camminare costa decisamente meno ed è molto più gratificante. Al di là di quello che è stato il mio percorso, intendo chiarire che quando parlo di fuoristrada so a cosa mi riferisco.

Non voglio vedere!

Un pomeriggio della scorsa settimana, non avendo l'auto a disposizione, ho deciso di andare in montagna con la motina da trial di mio padre, un 250 cc che non ama troppo l'asfalto, per cui mi sono dovuto dedicare alle montagne più vicine a casa: subito dopo Marzolara, sopra Felino, ho imboccato alcune carraie che con qualche deviazione ingannevole mi hanno portato in cima al monte Sporno (1058), proprio quello al centro della disputa su Facebook.

Cippo in cima allo Sporno

Sono dunque sceso a Fragnolo, sopra Calestano, e per carraie più grandi e facili ho raggiunto Montagnana (1305), dove ho parcheggiato per proseguire a piedi. In Appennino non piove da giorni, i sentieri sono in buona parte asciutti, ma non mancano i soliti pozzangheroni e le tracce piene di fango, difficili da evitare; negli ultimi tratti in salita prima dello Sporno inoltre una grande quantità di pietre smosse ha reso più difficile la mia progressione.

Scorci sulla pianura

Prinzera e cumuli
Moto da trial come il Beta Alp sono "muletti", leggerissime e note per andare piano piano dappertutto, anche sui sentieri più erti; mentre le moto da enduro sono fatte per andare forte. Diffidate degli enduristi che dichiarano di andare piano: se andassero piano non supererebbero tratti ripidi e sassosi, e rimarrebbero piantati dentro i solchi infangati; se andassero piano non avrebbero 450 di cilindrata sotto il sedere.

Molti enduristi inoltre non si limitano al sentiero, ma tagliano per i campi vicino in modo da andare più forte ancora: lo testimoniano numerose tracce, transenne e filo spinato lasciati dai contadini per chiudere i passaggi. Sarebbe inoltre rispettoso andare via quando c'è asciutto (come in genere fanno i contadini col trattore, interessati a non distruggere i sentieri che devono percorrere per campare), ma i solchi onnipresenti sulle sterrate anche in zone non naturalmente umide dimostrano che molti motociclisti non lo fanno.

Segni di ruote nel prato (il sentiero è in basso a destra)

Ma le moto da enduro sono nulla in confronto a quad e soprattutto jeep: un fuoristrada a quattro ruote fa un danno doppio rispetto alla moto, e andare via col bagnato è un must per molti appassionati, autentici feticisti del fango: scene di jeep bloccate nel pantano e tratte fuori a forza di sgasate con il verricello legato a una pianta non sono rare dalle nostre parti.

La chiesetta di Montagnana

Infine i raduni di jeep e quad e le moto-cavalcate hanno sui sentieri un effetto simile a quello di una frana: il passaggio di centinaia di mezzi tutti in una volta modifica profondamente l'assetto del terreno, creando enormi mucchi di terra e solchi in cui poi la pioggia si incanala facendo il resto del lavoro. I sentieri ne escono distrutti e l'acqua, passando dove non dovrebbe, rischia di alimentare frane e smottamenti a tutto danno dei paesini a valle, i quali magari pensano di avere un tornaconto economico da queste manifestazioni!

Ultima neve sull'Alpe di Succiso

Naturale che con ciò non voglio generalizzare: ci saranno sicuramente motociclisti rispettosi, raduni organizzati con cognizione di causa e immediata sistemazione dei danni... purtroppo non sempre è così. Personalmente non vieterei in modo assoluto il transito dei fuoristrada sui sentieri per motivi di svago, se non in aree con emergenze ambientali certificate, nelle quali potrebbero andare più escursionisti di quanti ce ne vadano ora sapendo di trovare tutto infangato e rovinato.

Panorami da media montagna (a destra il monte Cervellino)

Il crinale che separa la val Parma dalla val Baganza, e ha nel monte Cervellino (1492) la sua massima elevazione, avrebbe potuto costituire una di quelle aree, avvalorata dalla vicinanza alla città; al di là dello Sporno, di fatto una palestra per moto ormai irrecuperabile, le praterie sopra Montagnana, Cavalcalupo e monte Polo sono luoghi bellissimi, con fioriture rigogliose, vasti panorami, scorci da alta quota... peccato abbiano deciso di farci passare il metanodotto, proprio sulla linea del crinale!


Il sentiero Cai 741, da Montagnana in poi di fatto lo segue, concedendo ogni tanto qualche tratto all'ombra sulle vecchie carraie in parte ancora esistenti. Le tracce di moto e jeep sono ovunque: sulle carraie, lungo il metanodotto, nei campi adiacenti e potenzialmente ancora integri. Quella che potrebbe diventare d'inverno una pista da sci di fondo (forse c'è qualche saliscendi di troppo, ma quota ed esposizione sono favorevoli) è diventata una pista per fuoristrada, con tanto di salti!


Pippano pure qui?
Sole radente
Per fortuna all'andata ho trovato un sentiero intatto, segnato con cartelli del Tartufo Trial (una gara di corsa immagino), che scende leggermente sul versante della val Baganza nel fresco delle faggete. Sbucato in una piccola radura con i pini, sono risalito seguendo vecchie tracce nel bosco, solcato da profondi ruscelli, ritrovando il metanodotto del crinale presso il Monte Scarabello (1341)

Le Alpi Apuane da Montagnana
Qui, vista l'ora ormai tarda per salire sul Cervellino, ho girato i tacchi seguendo il metanodotto fino alla moto, godendo alle spalle di splendidi panorami garantiti dalla giornata tersa: Cimone, Cusna, Alpe di Succiso, persino un paio di Alpi Apuane oltre il passo del Lagastrello: la Tambura ancora innevata e il Pisanino. Sicuramente se avessi percorso il metanodotto con la moto avrei fatto fatica a riconoscerle!


giovedì 22 maggio 2014

Via alpinistica Roberto Fava alla cresta dello Sterpara, con tramonto sul Lago Santo

Sbarchiamo a Lagdei attorno alle 15, in una soleggiata domenica pomeriggio: per fortuna troviamo un parcheggio libero per il mio furgoncino. I faggi sono verdi, gli abeti sempreverdi, il prato davanti al rifugio verdeggia anche lui pieno di gente crogiolata al sole: sembra di essere in Piazzale della Pace a Parma, mancano solo gli spacciatori!

Rifugio degli Uffici della Provincia di Parma

Mario sistema la sua bambinona
Attraversiamo il campetto seguiti da sguardi curiosi, della serie: "Ma cosa ci fanno in montagna questi due con la corda e i caschi appesi allo zaino?"; ma forse ho sottovalutato gli avventori di Lagdei, forse sono più svegli dell'apparenza e in realtà si stanno chiedendo: "Cosa ci fanno questi due con una corda da 70 metri a Lagdei? Falesie che non ci sono, o forse vogliono legarci qualcuno che gli sta antipatico?". Col tempo ci procureremo una o due mezze corde!




Lago Santo con cresta dello Sterpara (manca l'ultimo sperone a sinistra)
Mario sembra comunque non patire troppo il peso dello zaino in salita, e brevemente raggiungiamo il Lago Santo: il colpo d'occhio è mozzafiato, come al solito, ma oggi c'è qualcosa di nuovo: un raro esemplare di rugbista - alpinista - mountain runner seduto sul tavolino fuori dal rifugio: è Topper, che già conoscevamo virtualmente per le sue volate qui in Appennino e dintorni; ma le sue origini rimangono avvolte nel mistero.

La prima sosta
Salito al mattino da una via a Rocca Pumacioletto (sopra i Lagoni) è venuto qui al Lago Santo percorrendo il crinale: così, giusto per fare una passeggiata. Ci fermeremmo volentieri per una birra in compagnia, ma sono le 15,30 passate, un orario in cui gli alpinisti di norma si godono la birra alla fine del giro; noi invece dobbiamo ancora cominciare!


Riprendiamo a camminare, costeggiamo il lago per poi salire alla Pineta: già qui vediamo le indicazioni per la nostra meta, la Via alpinistica Roberto Fava. Passiamo sul 719, lo seguiamo per pochi minuti sino a svoltare a sinistra, salendo nel bosco fino a uscire in un canalotto con ancora neve: lo risaliamo aiutati da ometti di pietra, godendo dello scorcio commovente sul Lago Santo alle nostre spalle.


Vista insolita del Marmagna
Ormai in fondo alla salita, si raggiunge il crinale boscoso che unisce l'Aquilotto allo Sterpara: voltiamo dunque a sinistra, seguendone il filo fino a trovarci sotto il primo sperone roccioso: qui inizia la via alpinistica Roberto Fava. Dopo la salita accalorata, ci accoglie qui un vento gelido, che accompagna nuvolozzi formatisi sul versante marittimo: innocui, ma comunque capaci di coprire il sole e costringerci ad arrampicare ben imbacuccati.




Il primo tratto della via
Attacchiamo la cresta alle 16,30. Mario va sempre da primo, è lui il corsista di alpinismo: io non sono ancora capace di usare la piastrina GiGi per fare sicura, e non vorrei combinare danni! Fin da subito capiamo che la corda così lunga è soltanto un peso: i tiri sono corti, le soste ravvicinatissime (infatti qualcuna la saltiamo fin da subito). Numerosi spit rendono psicologicamente più sicura la progressione, il primo spuntone è abbastanza esposto ma decisamente facile e ben appigliato; peccato solo per qualche roccia un po' ballerina.


Superato un grande masso sporgente, siamo sulla vetta erbosa dello Sterpara (1685): volendo avremmo potuto arrivarci con un unico tiro dall'inizio della via! Le nuvole giocano ad avvolgere le cime attorno a noi: a destra l'elegante cresta di Roccabiasca domina la valle del Pradaccio, riserva naturale integrata, col suo lago ormai avvolto in un sonno d'ombra; mentre sul Lago Santo il sole batterà ancora a lungo. La cresta Sterpara è l'ultima verso ovest delle dorsali minori che si staccano dal crinale tosco-emiliano separando le valli parmensi: tutte interessanti a livello alpinistico, d'estate e inverno.

Roccabiasca vista dallo Sterpara

Ravaniamo per bene nel bosco con ancora neve prima di raggiungere il secondo tiro, uno spigolone bello compatto, che ci induce a metterci le scarpette per procedere meglio. La parte di arrampicata divertente però finisce subito, e ci ritroviamo in una selva di pietre dove Mario fatica a trovare una sosta, ma con un po' d'impegno la trova: siamo nel punto più vicino al lago Santo, che da questa prospettiva nuova sembra ancora più grande.



Il terzo sperone è vicino, ma occorre attraversare un boschetto e rimettersi gli scarponi. Eccoci nel passaggio centrale della via, e probabilmente il più difficile (comunque evitabile passando a destra): una placca di 6 - 7 metri abbastanza liscia, ma comunque a ben vedere prodiga di appigli e soprattutto spit! Siamo sul IV grado "abbondante", ma con le scarpette passiamo senza problemi. Mario fa sosta su un albero, ci rimettiamo per la terza volta gli scarponi sperando di tenerceli una volta per tutte.

Sotto il terzo sperone

Quarto sperone: salita...
...quarto sperone: discesa!
Purtroppo le speranze si rivelano vane: dopo l'ennesimo bosco di collegamento, ci troviamo quasi all'improvviso sotto il quarto sperone, un nuovo spigolo molto estetico all'apparenza non tanto più facile rispetto al passaggio precedente... ci tocca rimetterci le scarpette!

Ormai sono le 19,30, la luce si è fatta radente, le nuvole se ne sono ormai andate, l'atmosfera magica fa godere dell'ora tarda. Potremmo tagliare a destra per scendere direttamente al lago Santo, ma ci manca solo l'ultimo sperone e vogliamo arrivarci in fondo (con gli scarponi, ci trovassimo anche di fronte a un V grado!!!).

Verso l'ultimo salto di roccia

Il bosco è più lungo, procediamo in stile "conserva da falesia", con Brunelli al guinzaglio che va dove gli dice il navigatore. Superiamo un nasino roccioso dove legarsi è inutile e siamo finalmente sotto l'ultimo salto roccioso, più simile al primo come lunghezza. La sosta non c'è, ci leghiamo a due alberi e decidiamo di liquidare tutto con un unico tiro: basterà poco più di metà corda.

La penultima sosta
E' questo il tratto forse più facile fra i 5 della via, ma l'uscita ha il suo fascino: l'ennesimo breve spigolo geometrico di arenaria macigno, vista aerea su due laghi e una successione emozionante di montagne baciate dall'ultimo sole che sta calando lentamente proprio dietro la cima dell'Orsaro. Sono ormai le 20 quando mettiamo nello zaino imbrago, ferri e cordami, apprestandoci alla discesa che non sarà banale.

Quinto e ultimo sperone della via

Fine della cresta!

Rimasti vicino al crinale ormai boscoso (stando sul versante Pradaccio) raggiungiamo una piccola selletta, dove la discesa sul versante Lagdei è ripida ma fattibile, magari aiutandosi con i faggi, mal che vada stampandoseli in volto. Per par condicio porto io la corda di Mario, potendo apprezzare sui ginocchi tutto il suo peso! Sbuchiamo nel sentiero 723 b delle Carbonaie, diretto ai Cancelli; per scendere a Lagdei occorre percorrerlo brevemente a sinistra fino a incrociare il 723a che in una ventina di minuti ci riporta all'auto, una delle ultime rimaste. Rifugio chiuso, Piazzale della Pace sgombro, planiamo verso la vera Parma con una fame non da quarto grado, da quarto mondo!

La relazione che avevamo in tasca by Red Climber!