domenica 14 giugno 2015

Val di Mello, trekking in Val Qualido e Val di Zocca

L'immagine del paradiso di chi ama la montagna deve somigliare da vicino alla val di Mello. Il fiume dalle acque limpidissime, di fianco a prati disseminati di massi e case attaccate ai massi; boschi fitti di larici e faggi prima delle impervie valli laterali, con le loro cascate e i contrafforti colossali di granito, che nascondono alla vista intere montagne di 3000 metri pure loro completamente di granito. E a coronare il tutto, le nevi del Monte Disgrazia.

Il Bidet della Contessa, val di Mello

In questa valle tanto famosa fra gli arrampicatori - quelli più bravi! - ho trascorso due splendide giornate senza le scarpette, in compagnia degli amici di tante camminate. La valle ci ha accolti nel pieno della primavera, lasciandoci conoscere alcuni dei suoi angoli più suggestivi, facendoci tornare indietro di fronte alla potenza dell'acqua. Ci è toccato l'onore di essere ospiti di un personaggio come Siro, gestore del Rifugio Luna Nascente, uno di quei montanari pieni di storie da raccontare e che conosce per nome ogni sasso della valle. Anche se con un po' di ritardo, credo di aver festeggiato il mio compleanno nel migliore dei modi possibili!


Come insegna il saggio Virgilio, per apprezzare di più il paradiso bisogna prima passare dall'inferno. Così la prima tappa della nostra gita è il ridente villaggio alpino di Sesto San Giovanni, pieno di bancarelle con formaggi di baita e prodotti tipici. E' qui che Elena ci raggiunge in metropolitana per fare il viaggio insieme attraverso il purgatorio-Brianza.

Gianpaolo Stappa (foto Alessandro)

Da Morbegno seguiamo col navigatore qualche strada alternativa di dubbia utilità per bypassare il traffico, ed entriamo nel Masino. San Martino è il paese più vivo della valle, con vari locali frequentati dai numerosi climbers: ritiriamo qui i permessi per risalire in auto la prima parte della valle (concessi in quanto ospiti del rifugio).

Luca Scatta (foto Alessanrdo)

La strada asfaltata finisce poco dopo il campeggio Ground Jack, sotto la grande cascata del Ferro; da qui in poi si va a piedi, si entra in un'altra dimensione, dove la civiltà è rimasta ai margini. Costeggiamo il fiume sulla bella mulattiera, distrutta in un tratto da una grande frana scesa dalla valle del Qualido; causa anche dello sbarramento del torrente con la nascita di un vero e proprio lago.

Il lago "artificiale"

Eccoci a Ca' di Carna (1076), dove inizia sulla sinistra il sentiero che risale la valle del Qualido. Passiamo vicino alla via alpinistica Alba del Nirvana, e saliamo ripidamente nel bosco di faggi. La giornata è un po' coperta, ma godiamo lo stesso di bei panorami sulla bassa valle e sulla spropositata parete est del Qualido, sormontata dal "martello": un masso sporgente di dimensioni difficili da indovinare, vista la distanza, ma senz'altro ragguardevoli.

La parete del Qualido vista dal sentiero

Dopo un pulpito panoramico, i boschi si fanno più radi e la traccia sale a zig zag le placche sul versante orografico sinistro del torrente. Centinaia di gradini scolpiti nel granito testimoniano il duro lavoro dei pastori, che conducevano le vacche nella parte alta della valle, in cerca di aree adatte al pascolo. Alcuni fori quadrati compaiono in prossimità dei tornanti: qui venivano conficcati pali di ferro ai quali assicurare le bestie, come in una sorta di via ferrata per bovini.


Finito questo tratto leggermente esposto, continuiamo a salire attraverso una zona acquitrinosa, sino a sbucare sotto una grande placconata liscia. A questo punto (quota 1758) il sentiero Cai attraversa il torrente, con l'aiuto di vari cavi di ferro: il problema è che la portata d'acqua è notevole (ieri ha piovuto e la neve si sta ancora sciogliendo), e la forza della corrente rischia di portarci via, verso cascate molto pericolose.

Presso il guado

Diamo un'occhiata a un sentiero alternativo, che affronta i punti deboli della placconata di fronte a noi: ora a preoccuparci sono alcuni piccoli gradini scolpiti nella roccia, qualche passaggio bagnato ed esposto, di sicuro non piacevole da affrontare in discesa stanchi e dopo pranzo, magari con un po' di fretta di arrivare giù. Così, siccome sono già le 14 passate, ci accontentiamo di mangiare al sacco qui, rimandando la visita alla Stalla Ovale (2031) a giornate con meno acqua e più tempo a disposizione.

Sarah stende la keffia/tovaglia
Sopra un grande sasso di granito, fronteggiando il vento, predisponiamo la nostra apparecchiata: vino salame formaggio e pane in piena tradizione LuCai. Una volta pieni, la forza di gravità ci aiuta a scendere meglio a valle, dove al rifugio Luna Nascente ci attende una birra fresca e la compagnia del Siro, costruttore del rifugio: scultore, guida di cacciatori, membro del soccorso alpino, starebbe per ore a parlarti della sua storia, che è anche quella della valle.

Pranzo/merenda in val Qualido (foto Alessandro)


Lo si ascolta ancora più volentieri se nel mentre si mangiano ottimi piatti tipici, come i pizzoccheri e il taroz (purè con pancetta e fagiolini), preparati sul momento dai suoi due cognati nella cucina adiacente alla sala; anche il vino ci è sembrato di livello nettamente superiore agli altri bevuti in rifugio finora... davvero un'ottima accoglienza!

Notte su Cascina Piana

La notte la passiamo in uno stanzone con 8 posti letto (siamo in 6), in un edificio separato dal rifugio, addossato a un masso come molti altri del paesino. Prima però ci godiamo la notte e il cielo stellato senza il fastidio delle luci, e Alessandro riesce pure a portare a casa qualche bella foto in lunga esposizione.

Stellata sul Disgrazia (foto Alessandro)

La mattina di domenica ci serve Siro la colazione, trattenendoci con suggerimenti e raccomandazioni... La giornata è magnifica, tersa, finalmente la valle ci si mostra nel vivo dei suoi colori. Dopo pochi minuti dal rifugio, dalla mulattiera principale della valle si stacca il sentiero per il rifugio Allievi Bonacossa, il quale risale la val di Zocca.

Il mattino ha l'oro in bocca!

Rispetto al cugino in val Qualido, percorso ieri, questo sentiero è un po' meno aggressivo, con numerosi gradini e qualche palizzata in legno. Per oltrepassare il torrente (anche lui molto impetuoso) possiamo sfruttare un comodo e robusto ponte, quota 1503. Continuiamo a salire nel bosco di faggi e larici fino a Casera Zocca (1726), in bella posizione panoramica sulle cime ancora innevate a sud del fiume Mello.

Casera Zocca

La salita prosegue, superando un bel larice monumentale, ma ormai il bosco si fa meno folto, e dietro ai rami ancora in parte spogli cominciamo a distinguere le sagome di nuove montagne. Ripidi tornanti ci fanno guadagnare velocemente quota, fino a un cancelletto per le bestie al pascolo. Da qui in poi ci immergiamo in uno scenario davvero paradisiaco.


Prati non ancora verdi, canali ancora innevati, rivi di acqua limpidissima che si lanciano in altissime cascate, fiori incastonati fra le rocce, montagne granitiche dalle forme perfette slanciate verso il cielo. Sono il Pizzo e il Torrione di Zocca, la Punta Allievi, la Cima di Castello, la Punta Rasica, il Picco Luigi Amedeo, il Pizzo Torrione occidentale... tutti giganti di 3000 metri o poco meno, percorsi da spigoli lunghissimi sui quali corrono vie coraggiose e poco ripetute.


Torrione di Zocca

Il sentiero continua a salire ma in leggera traversata, verso il torrente. Superiamo la Croce Parravicini, in un bel pulpito panoramico, e una volta accanto al torrente la valle per un attimo si restringe... poi le quinte rocciose si aprono a mostrare la meravigliosa radura del Pianone (2070), ancora piena di neve, come a conservare traccia della sua antica origine glaciale.

Sopra il Pianone, si lanciano nuove mode per la stagione estiva in quota

Qui compare tutta la nobile corona di cime che chiude la val di Zocca, e si scorge anche il rifugio Allievi, annidato sopra un contrafforte roccioso da cui scendono vari canali ancora innevati. Era quella la meta della giornata: con Gianpaolo proviamo ad avvicinarci, ma presto ci rendiamo conto che raggiungerlo oggi non è un'operazione né veloce né semplice, a causa di qualche tratto ripido su neve.


E' mezzogiorno passato e preferiamo non fare aspettare al Pianone il resto del gruppo - che tra l'altro ha in ostaggio il cibo avanzato da ieri e le bottiglie di vino lasciate conficcate nella neve! Ci regaliamo così tutti assieme un nuovo picnic e un nuovo brindisi, godendoci in tutta calma l'erba morbida, l'acqua gelida del fiume sui piedi, la roccia ruvida scaldata dal sole sotto la schiena.

Godere si fa per dire...

Mi capita a volte di camminare a testa bassa pensando soltanto a raggiungere la cima, a concludere il sentiero o la via... e così dimentico di godermi i singoli momenti per quello che valgono, la compagnia di persone che condividono i miei stessi valori. Basta poco a portare nello zaino in montagna quegli ideali tutti cittadini del raggiungimento di un obiettivo, della competizione, del tempo... qualche volta è meglio portarci una bottiglia in più, e fermarsi senza guardare l'orologio a goderci la meraviglia tutto attorno a noi.


Rimarremmo qui ancora a lungo, ma poi a un certo punto l'orologio tocca guardarlo e scendere! Senza fretta però, apprezzando a faccia in giù il percorso fatto al mattino in salita. A valle c'è movimento, e anche al Luna Nascente dove sostiamo per salutare e recuperare il materiale per la notte. Torniamo in pianura, nel traffico fra Lecco e Milano, nelle vie dormitorio di Sesto San Giovanni... ma torneremo anche in val di Mello!

Un saluto e un ringraziamento particolare ai compagni della giornata!

Elena

Sarah

Gianpaolo

Giancarlo

Alessandro

E il tutto il gruppo con Siro


mercoledì 10 giugno 2015

Avventura alle Gorges du Verdon: sequenza non voluta di Dalles Grises e Chlorochose

Cosa posso raccontarti delle Gorges du Verdon? Delle lande marroncine, distese indefinitamente verso le Alpi e il mare, che di colpo si interrompono nel baratro... e laggiù, l'oasi sinuosa di verde e di blu dove le acque del fiume Verdon sembrano scorrere da un verso e dall'altro insieme... e nel mezzo roccia, e altra roccia, in tutte le sue facce: bizzarri minareti di un rossastro ruvido e rotto; archi ciechi in rilievo; facciate solenni e luminose, decorate da fessure e cenge geometriche, luccicanti di spit... e ancora corde, cordes, cuerdas, ropes, seile che cadono da tutte le parti o salgono piano piano, trasportate da magliette di alpinisti di tutti i colori e di tutti i paesi. Ce sont les Gorges du Verdon! Se in montagna cerchi l'ascesa, la contemplazione silenziosa e solitaria, queste non saranno le tue pareti preferite; eppure è un'esperienza speciale calarti dentro questa Babele di calcare, Mecca delle vie sportive di più tiri, nel bene o nel male uno dei maggiori poli d'attrazione d'Europa per chi ama arrampicare.

Carlo, the beginning...

Data uscita: 1 e 2 maggio 2015

Punto di partenza: Belvedere de la Carelle

Dislivello in salita: 150

Durata totale: 3-4 ore comprese le calate

Grado di difficoltà: D. Passi fino al V+

Numero di tiri: 5

Chiodatura: A spit, abbastanza vicini; soste attrezzate con catene e anelli per la calata a pochi metri dalle soste della via.

Punti d'appoggio: Vari bar e una boulangerie (panetteria con anche panini preparati) nel paese di La Palud

Periodo consigliato:  Autunno e primavera

Accesso stradale: Da La Palud sul Verdon proseguire verso Castellane fino all'Hotel des Cretes, dove si imbocca la Route des Cretes. Salire per 5 km, dopo 5 tornanti si raggiunge il Belvedere de la Carelle, affacciato sul canyon.

Note: Le Dalles Grises e Chlorochose sono fra poche vie facili del Verdon, e risalgono il settore più grande e frequentato, l'Escales. Già questo è indice di traffico; si aggiunga che le due vie, specialmente Dalles Grises, sono sfruttate come vie preferenziali per le calate in doppia di chi è diretto ad altri itinerari di salita sulla stessa parete. Considerare tutto questo quando si pianificano i tempi di salita, che possono dilatarsi notevolmente!

...Carlo, the unhappy ending

Cornetto Perticara, Basilicata, 30 aprile 2015: mani in tasca, occhiali da cantiere sporchi di polvere, figure di pareti sterminate prendono forma nella testa del nostro Carlo, e idee folli per raggiungerle. Auto fino a Napoli, treno notturno per Parma, e alle 5 di mattina eccolo sonnecchiare su una panchina della stazione, con lo zaino pieno di attrezzatura e le due mezze corde. Mario, vecchio compagno di cordata, lo accoglie poco dopo a casa con una bella colazione, mentre io sono già davanti al PC a scervellarmi in cerca di una possibile destinazione per questo weekend dal meteo poco incoraggiante.

Il panda con la Panda

C'è da andare verso ovest per cercare di cogliere una finestra di bel tempo: Finale Ligure? Troppo vicino per starci due giorni; le falesie di Nizza e dintorni? Carlo non si è fatto 10 ore di viaggio per fare dei monotiri; più in là cosa c'è? Il Verdon! Cosa vuoi che siano altre 5 o 6 ore in auto se si tratta di andare in un posto simile?
Gente su vie più dure!

Sono le 11: con una telefonata schiodo i due dal letto per proporre loro l'idea, e in men che non si dica abbiamo prenotato l'hotel, pianificato i rifornimenti metano, setacciato fra le centinaia di vie del Verdon le poche che saremmo in grado di salire. Dopo pranzo siamo già in marcia, guida Mario: nella radio un CD di De Andrè con la Canzone del Maggio, dedicata proprio al primo maggio francese... ci rendiamo così conto che anche lì oggi è festa, e con ogni probabilità lo sarà anche domani, e tanti la passeranno sulle pareti del Verdon!

Ora però la preoccupazione maggiore è il meteo: entrati in Francia ci accoglie una fitta nebbia, con tanto di incidente poco prima di Nizza e una buona mezzora di coda annessa. Usciamo ad Antibes puntando all'unico distributore di metano della Costa Azzurra: una piccola pompa self service, con tanto di istruzioni stampate in italiano, dato che solo italiani in vacanza verosimilmente vengono a fare metano qui. Peccato che l'attacco sia quello per le auto tedesche, e la Panda di Mario non è compatibile, quindi dobbiamo proseguire a benzina... simpatici cugini francesi!


Superiamo Grasse, città dei profumi, risaliamo la Rue du Napoleon ancora sotto la nebbia, e quando ormai è buio sbuchiamo sopra la coltre in un ambiente brullo. Il cielo però non appare sereno, e poco dopo comincia a piovere, sempre più forte. Castellane ci accoglie così sotto l'acqua scrosciante, e nel buio più totale ci infiliamo fra le strette gole del Verdon; curva dopo curva siamo finalmente all'hotel, dove molto gentilmente ci portano qualcosa per cena nonostante siano le quasi le 22.

Il meteo sembra averci traditi, e ci infiliamo a letto rassegnati all'idea di un domani di trekking sotto le pareti bagnate! Fuori spira la bufera, fa tremare gli scuri,  i letti a castello scricchiolano per l'ansia, finché il suono della sveglia non pone fine all'attesa. Apro la finestra e il cielo è sereno, le ultime bave di nebbia pronte a diradarsi.




Con Alain Robert
A colazione si presenta un personaggio piuttosto appariscente: stivali leopardati, pantaloni di pelle, giacca blu, capello biondo lungo. Carlo è l'unico a riconoscerlo: si tratta di Alain Robert, soprannominato Spiderman, scalatore dei più alti grattacieli del mondo, più volte arrestato e disabile - relativamente - al 60% a causa di due incidenti gravi. Eccolo qui a mangiare la brioche in un alberghetto da 40 euro a notte!

Non vogliamo disturbare la sua colazione, ma una volta giunti al Belvedere de la Carelle sentiamo rintronare nella valle il rombo di motore... è lui, con la sua Audi TT che sale i tornanti a tutto gas. Si ferma a sua volta al parcheggio, e qui ci sembrano meno fuori luogo due chiacchiere e un paio di foto insieme. Oggi non scalerà grattacieli, ma la roccia grezza di casa sua, seguito dall'immancabile drone che sentiremo ronzare per quasi tutta la mattinata.

Prima doppia

E' ancora presto, ma sappiamo che saremo lunghi e troveremo traffico, quindi ci dirigiamo velocemente all'attacco della nostra via. Un sentierino si stacca dalla curva sotto il parcheggio inoltrandosi nella vegetazione bassa fino all'orlo del canyon. Il settore Dalles Grises, placche grigie, è indicato da una scritta su una grossa pietra con catena e anello di calata, proprio in mezzo al sentiero.

Nel frattempo arrivano altre persone, bisogna fare in fretta! Lanciamo le corde nell'abisso, inizia l'avventura dentro il Verdon... e inizia male! La prima calata è un disastro, con le corde finite troppo a sinistra e impigliatesi in uno dei tanti arbusti. Ci pensa Carlo a districarle, e l'operazione ci fa perdere molto tempo. Le altre tre calate decisamente verticali quando non strapiombanti, vanno meglio, e finalmente siamo al Jardin des Ecureils, un boschetto pensile circa a metà parete dove comincia la nostra via.


Al Jardin gli alberi no sono più un problema!

Siamo in tre, e sale Mario da primo. Si comincia con un diedro un po' unto. Gli spit sono vicini, l'arrampicata tecnica e sostenuta, il senso di verticalità via via crescente. La via presenta soste doppie, tutte a catena (e non tutte comode), per agevolare le calate; siamo gli unici a salire per ora, ma inevitabilmente i molti che scendono creano un po' di disagio.

Mario sul primo tiro di Dalles Grises

Mario tira anche la seconda e la terza lunghezza, sempre su difficoltà sul IV V, con arrampicata prevalentemente su placca e una pancia leggermente strapiombante. La cordata però procede lentamente, Carlo è fuori allenamento e anche noi forse siamo un po' al limite come gradi, per lo meno su una via comunque sostenuta come questa.

Ancora primo tiro

Dopo un tiro più facile di collegamento raggiungiamo un albero dove già eravamo passati scendendo in doppia. A questo punto do il cambio a Mario, e seguo la fila di spit che obliqua a destra, in direzione del diedro seguito dalla via Chlorochose. Diverse cordate la stanno risalendo, e di fatto vado a tagliare la strada a un francese che si lamenta... Carlo gli spiega che in quel tratto le due vie procedono sulla stessa linea (e infatti non abbiamo trovato spit a sinistra), io sono un po' innervosito e mi mantengo sul diedro fino alla sosta, dove recupero gli altri.

Carlo sul terzo tiro di Dalles Grises prima di un passaggio duro

Vengo a sapere solo qui che ho sbagliato strada: a un certo punto avrei dovuto tenere la sinistra sulle placche... poco male, ormai rimarremo sugli ultimi tiri di Chlorochose, che sono anche un poco più facili rispetto a quelli di Dalles Grises. L'arrampicata è prevalentemente su diedro, con buone prese, i passaggi difficili abbastanza isolati.

Mario sul penultimo tiro di Chlorochose

Non senza un poco di sollievo, intravvedo la fine della parete ormai vicina. Forse ho concatenato due tiri brevi, o forse abbiamo fatto una gran confusione e basta! L'uscita sul pianoro è rasserenante, un po' in stile Bismantova, e la sosta per recuperare Mario e Carlo comodissima. Ci abbiamo messo un'eternità di tempo, più di 6 ore, ma siamo soddisfatti!

Mario in uscita da Chlorochose

Il pomeriggio è ancora lungo, e decidiamo di fare un tour automobilistico attorno al Verdon. Non siamo certo gli unici, c'è addirittura un raduno di Renault Kangoo... soltanto i francesi possono organizzare qualcosa del genere.

Nostalgia!

Ripercorriamo la Rue Napoleon, ci ributtiamo sull'Autostrada dei Fiori dove mangiamo qualcosa al volo a un'area parcheggio vicino a Imperia. Saremo a casa all'una di notte!

Midnight Imperia!

martedì 2 giugno 2015

Via R2 Monza al Pizzo Boga: arrampicata quasi sportiva sotto le Grigne

Un primo assaggio di Grigna: R2 Monza è una divertente salita su ottima roccia calcarea, a picco sulla città di Lecco. In sette tiri, intervallati da qualche passaggio su sentiero, guadagna la cima del Pizzo Boga, una guglia a est rispetto al più imponente Corno di Medale. L'avvicinamento è breve, le soste comodissime, tante le possibili varianti indicate con frecce e bolli di vernice di colori diversi. La gradazione proposta online in generale ci è sembrata riduttiva: un paio di passaggi di IV e quello di V sull'ultimo tiro, non sorprenderebbero altrove se etichettati come V e VI. Va detto però che gli spit (recenti) sono abbondanti nei passaggi più ostici, mentre laddove sono lontani numerose fessure e clessidre facilitano l'inserimento di protezioni veloci.

Alberto sul terzo tiro (foto di Mario)

Data uscita: 19 aprile 2015
Punto di partenza: Pomedo (500)
Punto più elevato: Pizzo Boga (865)
Dislivello in salita: 385 (250 la via)
Tempo totale di percorrenza: 4 ore, di cui 3 la via
Grado di difficoltà: D - Passaggi su roccia di IV e V con chiodatura da integrare
Punti d'appoggio: Laorca o Lecco
Periodo consigliato: Tutto l'anno tranne i mesi più caldi
Note segnaletica: Via segnalata bene quasi quanto un sentiero!
Accesso stradale: Dalla SS36 uscire a Lecco centro e attraversare la città seguendo le indicazioni per Laorca. Superato il paese, presso un tornante a destra con ponte, si stacca una strada in salita a sinistra. Il sentiero parte alla fine della salita, (segni Cai). Possibilità di parcheggio lungo la via che scende in paese.
Note: La comodità di accesso e le tante vie rendono questa parete molto frequentata. Indossare sempre il casco.

Quarto tiro

Dopo il riscaldamento - non solo mentale - sulla cresta del Pizzocolo, apriamo la stagione arrampicatoria sopra un altro lago, quello di Como. Non senza qualche errore stradale, parcheggiamo in località Pomedo, poco sopra Laorca, e dividiamo il materiale di arrampicata sul marciapiede: sembra quasi che stiamo per andare in palestra a Parma!


Pizzo Boga e Lecco

Imbocchiamo in salita la strada cementata che sale verso la Corna di Medale (cartelli CAI), e subito teniamo la sinistra. Costeggiamo i muri di grandi reti para-massi, sempre nel bosco, fino a che la strada svolta a destra e compare la paretina su cui corre la nostra via. Un sentiero si stacca a destra (indicazione Pizzo Boga), e lo seguiamo salire nel bosco. Per tracce poi puntiamo alle sassaie alla base della parete, e raggiungiamo l'attacco di R2 Monza.

Arrivo del terzo tiro (foto di Mario)

Ci sorprende subito il gran numero di frecce in vernice, rosse e blu, che indicano tante possibili varianti a questo itinerario "classico" (comunque aperto negli anni 80). Siamo in 5 e ci dividiamo in due cordate. Partono Mario e Federico, li seguiamo io Alberto e Giacomo. Il primo tiro sale su blocchi e placchette ricche di fessure, e culmina in un diedro più tecnico: IV, ed è già un bel quarto, dove conviene infilare almeno due o tre friend!

Giacomo sul primo tiro

Segue un tratto di collegamento su sfasciumi (I° massimo, attenzione ai bolli), che conviene fare in conserva o addirittura slegati. Si raggiunge un boschetto che conduce al terzo tiro, che parte verticale su diedro con prese piccole e un po' unte, supera un masso in leggero strapiombo (possibile aggirarlo a sinistra) e traversa leggermente a destra su placchetta con un passo delicato. IV+, gradi lecchesi... per fortuna ci sono gli spit!

Federico apre il terzo tiro

Camminando raggiungiamo una placchetta fessurata abbastanza bassa (III), che volendo si può aggirare facilmente (II) alla sua sinistra. Segue un nuovo tratto di sentiero nel bosco, che ci porta al quinto tiro: ancora quarto grado tendente al quinto, arrampicata su placca talvolta quasi verticale e passaggi su appigli piccoli per i piedi e un po' svasati per le mani.

Quinto tiro

Finalmente due tiri in sequenza! Il sesto mi sento di farlo io da primo: trovo prese più nette rispetto al tiro precedente, arrampicata sempre divertente e verticale; piazzo uno o due friend giusto per darmi più sicurezza, ma gli spit anche qui non mancano nei posti giusti dove li desideri. Certo non siamo in falesia, né tanto meno in palestra: siamo in montagna, ed è legittimo dopo un po' sentire le corde che pesano; che scompaiono sotto i tuoi occhi dietro qualche roccia senza essere attaccate a nulla nell'arco di un paio di metri; alla fine, per un attimo, dimenticare che ci sono e salire facendo pieno affidamento su te stesso.

Ancora quinto tiro

Recupero Alberto e Giacomo, è la mia prima piastrina con due secondi: operazione che si è rivelata meno complicata di quanto temessi. Ancora l'ennesimo tratto sfasciumoso, per fortuna breve, ed eccoci alla base della paretina finale. Le frecce rosse indicano due varianti, entrambe di V: una dietro lo spigolo a destra, l'altra a sinistra prima di un canalotto.

Mario sul settimo tiro

Scegliamo questa: va Federico per primo, fa il tiro pulito ma sappiamo che per il resto della combriccola non sarà una scampagnata... la parete per 6 o 7 metri è verticale e concede soltanto qualche bella fessura, che richiede una sequenza di movimenti ben calibrati, anche in laterale. Sebbene gli spit siano praticamente a un metro l'uno dall'altro, Alberto preferisce cercare una variante più semplice sul canale che sale a sinistra. Alla fine si complica la vita, perché per raccordarsi con la via occorre superare un grosso masso liscio e sporgente, con azzerata plateale e nemmeno facile su cordino lungo!

Ancora settimo tiro (a sinistra il "Canale Piazza")

La parte finale del tiro è più appigliata e piacevole: sotto le case si sono fatte ormai lontane e di fronte a noi la Grignetta comincia a mostrare i suoi rinomati bastioni di dolomia. Dalla sosta una breve cresta (passaggi di II) ci porta sulla vetta, dove ci fermiamo giusto il tempo di sistemare le corde... abbiamo fatto tardi, e qualcuno stasera lavora! La discesa non è banale: si segue un canale all'inizio attrezzato con cavo di ferro, in seguito senza: scivolare è fin troppo facile, e ci si può far male!

Pizzo Boga e Grignetta (foto Mario)

Passiamo vicino all'inizio del terzo tiro e poco sotto l'inizio della via, dopodiché torniamo sui nostri passi fino alla strada e all'auto, osservati senza tanto stupore dai paesani evidentemente abituati più che altrove a sentire sferragliare arrampicatori. Un buon inizio di stagione!