mercoledì 24 agosto 2016

Adamello, via normale lombarda dal Rifugio Prudenzini

In certe giornate limpide, le stradine della campagna parmense sembravano puntare dritto dritto verso una gigantesca nuvola bianca e grigia; bianca d'inverno, bianca anche d'estate, almeno fintanto che non avremo annichilito le migliaia e migliaia di tonnellate di ghiaccio che la formano: è l'Adamello, un'immensa pianura di neve affacciata sulla pianura padana.

Pian di Neve, sullo sfondo il monte Fumo

Quando ancora l'alpinismo era per me un concetto sconosciuto, salire l'Adamello era già un piccolo sogno: da bambino, l'immancabile gita col prete in val di Genova: tutte quelle cascate gonfie di potenza dovevano scaturire da una fonte inesauribile, chissà quanto lontana, quanto in alto! Cominciando ad andare in montagna via via più spesso, porzioni di Adamello sempre più grandi e più vicine mi si presentavano, allettanti: salire lassù non sembrava impossibile.

Vetta dell'Adamello, 3554 m

Finché un giorno di metà luglio l'occasione si presenta: dopo tante uscite su roccia, con Mario abbiamo voglia di un po' di alta quota; il meteo sulle Alpi è troppo incerto per affrontare salite impegnative, che pure avremmo in mente; meglio una bella via normale. Subito puntiamo alla Presanella, ma i rifugi sono pieni... così ripieghiamo qualche metro più in basso, a quel tanto a lungo sognato Adamello che si ritrova bellamente declassato a ripiego!

Alta val Salarno

Partiamo sabato mattina comodi: all'orizzonte, lungo le stradine della bassa, solo nuvole e pioggerella. L'Adamello sbuca soltanto dopo l'ennesima galleria del Lago d'Iseo, illuminato da un timidissimo sole. Risaliamo la val di Saviore ancora sotto la pioggia; ho la tentazione di acquistare un ombrello da un vucumprà nel mercato del paese, ma il prezzo non mi convince e proseguiamo confidando nella bontà delle nostre giacche a vento.

Adamello dal metano in val Camonica

La pioggia, per fortuna non fitta, ci accompagna per tutta la prima parte del sentiero 14, che da Fabrezza risale la lunga valle del Poia. Ci fermiamo a mangiare velocemente sotto la tettoia di una baita, occupata da un pastore evidentemente non troppo raffinato né amichevole viste le scritte incise sulla porta: per fortuna non è in zona!

Pioggia leggera sul sentiero 14

Passata la torbiera del lago di Macesso e i laghi artificiali di Salarno e Dosazzo, smette di piovere, e dalla nebbia cominciano a sbucare incombenti prue di granito. La carrozzabile si trasforma in una mulattiera dove è difficile destreggiarsi tra fango e merda: i miei scarponi nuovi di zecca sono piuttosto recalcitranti a lasciarsi pocciare in un tale intruglio biologico, ma li consolo all'idea che domani pesteranno finalmente un po' di neve.

Sterco pesante sul sentiero 14

Il tempo migliora
Arrivo al rifugio Prudenzini
Arriviamo al rifugio Prudenzini nel primo pomeriggio: qualche chiacchiera con il cordialissimo gestore (guida alpina) e gli altri rifugisti, un'occhiata al librone con le tante vie di roccia dei dintorni, poi ecco che dalla finestra comincia ad entrare il sole. Vale la pena andare a giocare un po' in una falesia attrezzata su un gruppo di enormi massi al centro della valle, nei pressi dell'ex rifugio.


Falesietta della val Salarno

Il granito ruvidissimo, con le sue forme grossolane e squadrate, propone linee di grande eleganza; il tutto in un contesto ambientale grandioso, con la lingua di ghiaccio del Pian di Neve che si affaccia 1000 metri più su e grandi cascate che piombano a valle. Peccato non avere le scarpette né i rinvii, ma forse è meglio così: ci siamo risparmiati un po' di bastonate!

Esteti in azione...

Rientriamo in rifugio in tempo per la cena, piuttosto affollata: al mattino sveglia per tutti - o quasi - alle 4: l'Adamello è facile ma lungo! Facciamo colazione velocemente, e siamo fra i primi a lasciare il rifugio. Appena iniziamo a salire verso il passo Salarno, nella piana al fondo della valle comincia  a dipanarsi un lungo serpente di lampade frontali.

 
Arrivo al passo Salarno

Il sentiero è ripido e faticoso, su sfasciumi, morene, zolle d'erba martoriate dal peso degli elementi. Dopo un po' compare la neve: aspettiamo a metterci i ramponi, e forse sbagliamo, siccome ci sono alcuni pendii un po' a rischio scivolata, anche se mai esposti. Siamo i primi fra quelli partiti dal Prudenzini ad affacciarci sul Pian di Neve dal balcone privilegiato del Passo Salarno.

Bivacco Giannantonj

Non avevo mai visto una superficie di neve perenne così ampia, così sfacciatamente piana: il monte Fumo a destra ci si siede sopracon i suoi grandi crepacci, mentre a sinistra l'Adamello si affaccia con una parete rocciosa un po' rotta. Verso sud, quasi alle nostre spalle, il Caré Alto se ne sta in disparte superbo, come un re in esilio: gli fa da contraltare, altissima in fondo alla pianura di neve, la Presanella, con tutto il suo seguito di ancelle di roccia e di ghiaccio. Non un'anima viva in tutto questo spazio.

Pian di Neve e Carè Alto

Per indossare piccozza e ramponi ci dirigiamo al piccolo bivacco Giannantoni, una goccia di colore giallo finita per caso in mezzo a questo immenso quadro bianco e grigio. Nel frattempo arrivano altre cordate, non c'è fretta, la giornata è grigia ma sembra tenere. Ci leghiamo in conserva per attraversare il ghiacciaio, dove comunque i crepacci sono ancora tutti ben coperti.

Si parte!

Seguiamo una linea diretta verso la parete dell'Ademello, muovendoci prevalentemente su terreno piano e sicuro. Nel frattempo altre cordate, partite dal rifugio Gnutti, sbucano dal Passo Adamello, mentre altri due puntini avanzano da nord, partiti forse dal Garibaldi: il pian di Neve comincia a popolarsi!

In conserva verso il Passo Adamello

Raggiungiamo finalmente le pendici dell'Adamello, più lontane di quanto sembrassero per via delle proporzioni, e con un breve traverso (35 gradi circa) ci portiamo sulla cresta, ricongiungendoci con la via normale dallo Gnutti. Qui, una gran quantità di ramponi appoggiati sulle rocce ci convince che è il caso di proseguire anche noi solo con gli scarponi.

Crestone sud-ovest dell'Adamello

La progressione è semplice, non si sfiora il primo grado, ma la fatica e la quota cominciano a farsi sentire... ma ormai la vetta è vicina e il panorama sui ghiacciai che ci circondano da ogni lato ci ripaga del fiatone! Tanta gente sulla vetta, e tanta altra si avvicina... le nuvole non sembrano concedere troppa tregua, così scendiamo, speranzosi di arrivare al rifugio in tempo per il pranzo.

Traffico sulla via normale

La discesa, specialmente dopo il passo Salarno, si rivelerà lunga e disagevole... del resto ce lo aspettavamo! Un bel piatto di pasta e polenta al Prudenzini, dove siamo i primi a rientrare dall'Adamello, e via che si riparte verso la pianura. Una sosta alla malga sopra il lago Salarno per comprare una "formaggina" locale, si rivela decisamente azzeccata!

E formaggio sia!

Data uscita: 23-24 Luglio 2016
Punto di partenza: Fabrezza, Saviore dell'Adamello (1456)
Punto più elevato: Adamello (3554)
Dislivello: +800 il primo giorno; +1350, -2050 il secondo giorno
Tempo totale di percorrenza: 2,30h il primo giorno, 10 h il secondo giorno
Grado di difficoltà: F+
Punti d'appoggio: Rifugio Prudenzini (2226), Bivacco Giannantonj (3169), recentemente risistemato (presenti coperte)
Periodo consigliato: Estate
Note segnaletica: Cai fino al rifugio Prudenzini, buona traccia con ometti fino al Passo Salarno, poi traccia su ghiacciaio. Ometti sulla cresta finale
Accesso stradale: Dalla strada statale 42 della val Camonica prendere l'uscita per Barzo / Demo, dopo un lungo tunnel. Da Demo seguire le indicazioni per Saviore dell'Adamello. Fare attenzione una volta entrati nel paese a un bivio sulla sinistra (indicazioni per rifugio Prudenzini), dunque ad un altra svolta secca a destra. Dopo circa 7 km di strada asfaltata (un solo guado verso la fine può risultare disagevole dopo forti piogge o a inizio stagione) si raggiunge il rifugio Stella Alpina in località Fabrezza, dove si parcheggia.

giovedì 23 giugno 2016

Per oggi niente via Carlesso: ritirata dal Baffelan!

Colorno, ventre della Bassa: sono da poco passate le 18, e nei cortili della Reggia farnesiana soffia un vento pungente, fresco, che sa di montagne lontane... ecco che arriva Mauro Corona, giacca verde e scarponi, appena uscito dal bar in piazza: e chissà cosa non avrà bevuto! Siamo al Festival della Lentezza e lo scrittore di Erto parlerà proprio di questo tema ad un pubblico attento e infreddolito.

Relazioni, sempre relazioni in mano
In mezzo ci sono anche io, arrivato in ritardo dopo una settimana di corse forsennate per lavoro: non riesco a sedermi in prima fila insieme agli amici di tante escursioni, e pur avendo un poco di esperienza di montagna, vengo tratto anche io in inganno dal microclima di Colorno: e così seguo buona parte della conferenza con le braccia infilate dentro le maniche (corte) della camicia, come un mutilato - o più semplicemente un idiota.

Corona parla per un'ora comoda, con calma e chiarezza: il fulcro è "non fare oggi ciò che potresti fare domani", affrontare l'esistenza senza farsi travolgere dalla frenesia della società contemporanea, anche a costo di rimandare i propri obiettivi. Ma io che sono apprendista falegname - e non posso permettermi di andare troppo piano nel lavoro artigianale - ormai da un orecchio non ci sento più, e di conseguenza ascolto poco.

Esco da Colorno, la serata è ancora limpida: sullo sfondo le sagome dell'Appennino illuminate dagli ultimi raggi del sole di giugno, duro a morire. Telefonata a Mario, ormai bisogna decidere cosa fare domani: sono io a spingere per la via Carlesso al Baffelan, una delle tappe irrinunciabili che mi ero posto per questa stagione.

Baffelan da sud

Abbiamo controllato entrambi le previsioni: sappiamo che in Appennino e sulle Alpi Apuane le probabilità che il tempo nel pomeriggio si guasti sono meno rispetto alle Piccole Dolomiti... ma sulla logica vince la voglia di cambiare zona, e soprattutto di cimentarci su una via alpinistica di V grado in piena parete.


La parete est dalla sua base
Vista verso il Pasubio dal camino
 del primo tiro
Lasciamo Parma prima dell'alba. La giornata è magnifica: già dall'autostrada, alle porte di Vicenza, fa capolino la parete est del Baffelan illuminata dal sole, che ci sorveglierà per tutta la risalita della lunga valle dell'Agno. Alle 8 ci incamminiamo dalla strada del Re, dove siamo fra i primi a parcheggiare, e dopo breve raggiungiamo la base della parete. Sembra che oggi non faremo la fila!

Saliamo slegati la facile rampa/canale che conduce all'attacco delle vie principali sulla est, e individuiamo subito quello della Carlesso. Parto io, e i primissimi metri mi mettono subito in difficoltà; sarà la sindrome del primo tiro, o l'approccio sempre problematico con questa roccia infida, o ancora il fatto che ultimamente riesco a scalare solo nei weekend... ma questo IV+ mi dà parecchio da fare!


Primo tiro, seconda parte
Dopo una traversata delicata, entro in un bel camino dove per fortuna le protezioni non mancano; dunque passo sotto a un caratteristico masso incastrato con cordone e mi ritrovo nel fondo di un canale dove la via da seguire non mi è chiara: estraggo dalla tasca le relazioni, informazioni discordanti: perdo un sacco di tempo, alla fine faccio di testa mia, e montato sopra al masso incastrato compio un giro alla tonda sulla sinistra del canale finché non trovo la sosta... alla fine bastava tirare dritto lungo il canale, era anche facile!

Nel frattempo, molto più svelta di me, è arrivata la nebbia a coprire la parte alta della parete; sono giunte anche diverse cordate, e hanno attaccato le vie vicine alla nostra. Mario mi raggiunge e intraprende il secondo tiro, la cui linea sembra più evidente. Dopo i primi due chiodi, il nulla... la logica porterebbe a seguire il canale/camino, dall'aria poco rassicurante, nessun chiodo in vista; e Mario decide di uscire a destra, procedendo su un pericoloso terreno misto erba con l'ultima protezione ormai lontana.

Salgo anche io; provo ad attaccare il camino sulla destra, con un passo strapiombante che non sembra proprio IV grado... quindi opto anche io per uscire sui prati a destra poco sopra a dove l'ha fatto Mario. Scendendo in doppia poco dopo vedremo il chiodo nel camino appena più su... eravamo fuori via!

Secondo tiro

Mi tocca il terzo tiro; le premesse su come si rivelerà il V grado si fanno grigie come il cielo sopra di noi! Salgo a sinistra della sosta per prati ripidissimi, fino a trovare un chiodo; qui traverso a destra rinviando un cordone su clessidra: sopra di me una placca nera con un chiodo. Con un po' di difficoltà raggiungo il chiodo, ma poi non so più come proseguire... le prese sono sporche di magnesite, ma a naso il passaggio che mi aspetta somiglia più a un VI grado; e più su non vedo chiodi né possibilità di proteggermi!
Terzo tiro

Il dubbio di essere finito su una variante è insinuato dalle relazioni discordanti: tutte parlano della placca nera di V, ma una dice di traversare a destra dal cordone e stando attenti a non uscire di via.

Prendendomi non pochi rischi, stacco il rinvio dal chiodo e scendo di nuovo alla cengia. Traverso a destra ma non vedo nulla, e nel frattempo cadono le prime gocce. Mario vorrebbe provare a darmi il cambio, ma l'andamento del meteo ci spinge a optare per una ritirata.

Il tempo doveva tenere fino al pomeriggio, non sono ancora le 11 e già spioviggina... la via è ancora lunga e la parte difficile ed esposta è appena iniziata... meglio andarsene, e alla svelta! Con un po' di fatica disarrampico fino alla sosta recuperando i due rinvii. Attrezziamo le doppie, la pioggia si fa più insistente, sassi cascano recuperando le mezze... tutte le cordate sulle vie vicine naturalmente hanno compiuto la nostra stessa scelta, e per una buona ora e mezza il Baffelan si trasforma in un galeone da cui la ciurma di pirati alpinisti si cala giù in fretta e furia!

Prima calata

Decidiamo di scendere in doppia anche la rampa canale di avvicinamento, che mi immagino insidiosa col bagnato... quest'ultima calata ne ha del ridicolo: tutta la prima parte di fatto è poco più che un sentiero, e le corde naturalmente vi si impicciano; l'unico punto ripido è verso la fine, e proprio qui, davanti alla targhetta, Mario trova un nodo rimanendo appeso come un salame mentre la pioggia diventa grandine!

Naturalmente il nodo aspetta lì pure me, e slegarlo rimanendo appesi appena sopra l'attacco non sarà esattamente una barzelletta... ce ne andiamo così dal Baffelan a testa bassa, bagnaticci e umiliati, mentre tirano i primi fulmini. Alla fine ci ridiamo su, e beviamo la nostra non meritata birra nel rifugio Campogrosso intasato di fuggiaschi, ognuno con la sua ritirata da raccontare.


Morale della favola: aveva ragione Corona, che è stato pure un forte alpinista. Meglio fare le cose lentamente, gradualmente, senza volersi buttare a tutti i costi sul difficile... a maggior ragione in una giornata dal meteo dubbio. Ma soprattutto, noi "alpinisti" cittadini del XXI secolo abbiamo imparato ad arrampicare seguendo sequenze di prese di resina dello stesso colore, o al più file di spit; quando invece davanti ti si presenta la montagna nuda e cruda, non è facile decidere dove salire.

Questo almeno vale per me, che pure in montagna ci vado a camminare da quando sono bambino e ho sempre avuto un buon senso dell'orientamento... almeno sulla dimensione orizzontale; quando invece si passa a quella verticale le cose cambiano, e la soluzione per migliorarsi è scalare, scalare tanto, e non certo in palestra.

martedì 14 giugno 2016

Di nuovo in montagna! Pizzo d'Uccello, Diedro sud e via Tiziana

Vinca è per me un luogo speciale: il suo incantesimo ti cattura già da lontano, nel fondo della valle del Lucido. Il Pizzo d'Uccello buca il cielo come il becco di un'aquila, lasciando in ombra ruderi fatiscenti e scheletri enormi di cemento: strade sopraelevate cominciate e mai portate a termine. Un ponticello di sasso ben più modesto e antico scavalca il torrente Lucido di Vinca, ai piedi di Monzone Alto, poco prima della confluenza nel ramo di Equi: è qui che ci addentriamo nel ventre della valle, stretti fra i fianchi ripidi della montagna e le acque cristalline del torrente; saliamo tortuosamente, nell'ansia di ritrovare presto il sole. E dopo l'ennesimo tornante eccola, Vinca, coronata dal profilo bizzarro della cresta di Garnerone

Finalmente si torna ad arrampicare in montagna!

Ma dopo due ore di curve, per noi Vinca significa soprattutto focaccia: la focaccia alta, unta, croccante, calda di forno dell'Andreina; principale (e penso unica) attività del paese. Posate vicino alla cassa, due guide sull'arrampicata sportiva in Toscana testimoniano richieste dei forestieri non limitate al cibo...
In vetta al Pizzo d'Uccello

Con la fragranza delle Apuane ancora sparsa sul palato, sfamati ed assetati al punto giusto, ci rimettiamo in auto per affrontare l'ultimo tratto di strada, accidentatissimo, che ci permette di guadagnare un po' di quota. Costruita anni fa con l'intento di collegare Vinca con Campo Cecina, anche questa strada è stata lasciata a metà, e ora nelle buche sempre più profonde crescono cespugli sempre più simili ad alberi.

Penultima sosta della via Tiziana

L'agonia termina nei pressi di un ponticello, dove imbocchiamo il sentiero per la Capanna Garnerone; lo abbandoniamo raggiunti i primi prati, prendendo una traccia a sinistra, in direzione del Pizzo d'Uccello che ora ci mostra la sua faccia meridionale, solare, a tratti erbosa ma comunque imponente. Al centro di un compatto avancorpo di parete sulla destra, distinguiamo subito la linea sinuosa del gran Diedro sud, la via che andremo a percorrere io Mario e Carlo, mentre Alberto (che l'ha già fatta) salirà insieme a Pietro la vicina via Dinko.

Verso la parete sud del Pizzo d'Uccello

Dopo un'ora e mezza di faticoso avvicinamento, eccoci alla base del diedro: attacco io, e subito devo scendere a compromessi con la natura classica della via: un unico chiodo in 40 metri di tiro! I primi passaggi sono umidi ma facili, e segnano l'inizio di un vero e proprio viaggio nella parete, il cui esito non dovette essere così scontato per i primi salitori... la linea è evidente da lontano, ma molto meno da dentro!

L'attacco del Gran diedro sud

Il secondo e il terzo tiro sono forse i più belli ed esposti di tutta la via. Prima il traverso sulla grande lama, facile da proteggere ma abbastanza psicologico, poi il fantastico diedro a tratti verticale, pura goduria su roccia ottima e ben appigliata: qui i chiodi non mancano! Superato un profondo camino, la via prosegue piegando decisamente a sinistra, seguendo una cengia ai piedi di imponenti strapiombi.

Secondo tiro


Terzo tiro
Quarto tiro

Raggiunta la comoda quarta sosta, mi faccio dare il cambio da Carlo per gli ultimi due tiri: prevalentemente di placca, su roccia meno buona rispetto ai primi tre. All'uscita troviamo Alberto e Pietro un po' abbattuti... hanno sbagliato via, finendo sulla più difficile Heidi, e si sono dovuti calare per poi salire alla cengia dove ci troviamo lungo un canale.

Quinto tiro
 
Li convinciamo a proseguire arrampicando fino in vetta, il pomeriggio è ancora lungo! Così con un tratto di "sentiero" loro raggiungono i tiri finali di Dinko, mentre noi ci portiamo alla base della via Tiziana, che parte con un evidentissimo camino. Tocca a Mario: l'attacco è bagnato, e nonostante gli appigli ottimi richiede attenzione. Dopo i primi due spit, un chiodo, poi il nulla... gli ultimi 10/15 metri, leggermente strapiombanti e molto esposti, sono totalmente da proteggere.

Attacco della via Tiziana

Gli appigli sono buoni, la roccia asciutta, ma Mario è davvero bravo a superare senza troppi patemi il suo primo V grado sostenuto alpinistico! Sosta scomodissima in mezzo al camino, il secondo tiro è tutt'altro che facile da trovare... Mario ci mette un po', aspettiamo ansiosi il "molla tutto" che ci alleggerisca... e alla fine arriva! Facile canale poi bel traverso a sinistra su roccia ruvidissima.

Primo tiro, via Tiziana

Terzo e quarto tiro sono all'insegna del puro piacere: placche incise da fessure taglienti, concrezioni, canne... il calcare dà spettacolo e lo scenario si fa sempre più aereo; dietro di noi il Cavallo con le ultime chiazze di neve, e dietro la costa della Versilia con le isole dell'arcipelago toscano, dove ormai è estate. Concentrati fino all'ultimo sull'arrampicata, sembra che ci accorgiamo solo ora dello splendido panorama che si fa sempre più ampio attorno a noi.

Ultimo tiro, Via Tiziana

Dopo il tratto di cresta dell'ultimo tiro, incontriamo di nuovo gli altri due nostri compagni, più allegri di prima anche se un po' annoiati... noi siamo stati molto più lenti! Insieme percorriamo l'ultimo tratto di cresta, per poi confluire sulla via normale ormai vicini alla vetta: e qui la tensione si scarica, come un fulmine sulla croce.

Verso la vetta del Pizzo d'Uccello

Ci stringiamo la mano, cerchiamo di indovinare i nomi di tutte le cime che si vedono, mandiamo messaggi e qualche foto ad amici e parenti... usciti dalla dimensione della scalata, si sente il bisogno di rimetterci a contatto con il mondo orizzontale. Poi stavolta il mio cellulare stranamente ha campo, così ne approfitto!

Pietro e Alberto curiosano

Sono le 18 passate, anche se il sole è ancora alto non vogliamo attardarci; la discesa è lunga e nella prima parte richiede attenzione costante; dopo tanta roccia torniamo a pestare l'erba sull'incantevole Foce di Giovo, il valico tra la val Serenaia - ormai in ombra - e quella di Vinca, i cui tetti rossastri invece sono ancora completamente al sole e spiccano nel verde dei boschi.

Foce di Giovo

Arriviamo all'auto stanchi ma felici; quel poco che resta dell'asfalto butta fuori un calore quasi insopportabile, anche se sono le 8 di sera e ci troviamo a circa 1000 metri! Dividiamo l'attrezzatura e ci ributtiamo per strada. Ormai a fondovalle, il Pizzo e i suoi vicini ci saluteranno dagli specchietti retrovisori prima accesi dagli ultimi raggi del sole, poi - ormai arrivati in autostrada - coronati da un'incredibile luna piena che purtroppo non abbiamo avuto modo di fermarci a fotografare in modo decente.

Plenilunio

PS: Le foto in cui ci sono io sono di Mario Brunelli. Per una relazione esaustiva del concatenamento Gran Diedro sud + Via Tiziana rimando al blog Red Climber: potrete stampare anche la versione relazione di viaggio, che noi avevamo in tasca!


Consultando la relazione del grande assente di oggi...

domenica 1 maggio 2016

Val Formazza, secondo giorno: traversata del passo di Nefelgiù e discesa a Riale

Data uscita: 10 Aprile 2016
Punto di partenza: Rifugio Margaroli (2198)
Punto più elevato: Passo di Nefelgiù (2583)
Punto di arrivo: Canza (1418)
Dislivello: 400 circa in salita, 1200 in discesa
Tempo totale di percorrenza: 5/6 ore senza soste
Grado di difficoltà: F / EEI
Punti d'appoggio: Rifugio Margaroli, Rifugio Bim Se, bar a Riale
Periodo consigliato: Tardo inverno/primavera
Note segnaletica: Buona

Domenica mattina sveglia poco prima delle 6: dopo aver fatto colazione e pagato, ci ramponiamo direttamente al rifugio e ci mettiamo in cammino a giorno ormai fatto. La salita che intendiamo percorrere per fortuna è ancora tutta in ombra, e superata la valanga scesa ieri sera e l'imbuto di un canale, affrontiamo direttamente a zig zag il primo pendio (circa 30 gradi).

Distacco poco sopra al rifugio Margaroli (Fabio)

La neve è quasi ovunque portante, o per lo meno porta me che sono leggero! Comunque aspettandoci e dandoci sostegno a vicenda superiamo tutti questo inizio faticoso di giornata, e con un traverso un poco più ripido a destra ci riportiamo nell'imbuto del canale. Da entrambi i lati sono scese (ieri) piccole scariche di neve: ora tutto sembra più compatto, ma preferiamo comunque spostarci il prima possibile!

Primo pendio sopra il rifugio Margaroli

Seguiamo il canale fino all'ultima breve impennata, sui 40 gradi, che ci consente di guadagnare la parte superiore del vallone: il Passo di Nefelgiù, la nostra destinazione, è ben visibile e meno lontano di quanto temessimo. Con un breve traverso entriamo nell'ampio canale diretto al passo, dove notiamo le tracce di una volpe.

Seconda parte del vallone (Fabio)
 
Le pendenze sono ora più dolci, alle nostre spalle compaiono una dopo l'altra nuove montagne, grandi spazi bianchi; ma ormai desideriamo sapere cosa ci attende di fronte, oltre l'ampia insellatura del passo che tanto vicina alla fine non era... le proporzioni alpine, come spesso capita, ingannano noi piccoli appenninici, abituati al più ai valloni dell'Alpe di Succiso.

Passo di Nefelgiu

Passo dopo passo alla fine la salita finisce, anche se in verità la spartiacque consiste in un enorme accumulo di neve, posto almeno 20 metri più a sud (e 10 metri più in alto) rispetto al masso con il cartello Passo Nefelgiù (2583). Ora possiamo finalmente affacciarci sulle vette dell'alta Formazza e del San Gottardo; purtroppo non si vedono i colossi dell'Oberland Bernese né quelli nostrani, ma ci accontentiamo dello scenario selvaggio che ci circonda, dove non un singolo sprazzo è lasciato alla pianura.

La compagnia in posa pesa

Siamo ormai arrivati tutti sul passo e - magia della montagna! - il sole comincia ad affacciarsi dietro i Corni del Nefelgiù: la neve brilla di migliaia di cristalli, una sequenza di istanti carichi di emozioni accompagna la cascata di luce. Tutto è cambiato... sono le 9.30: è giorno, è caldo, è già ora di scendere!

Guardando verso sud

Scorgiamo soltanto l'inizio del lungo Vallone di Nefelgiù, che ci condurrà fino al Lago di Morasco. La prima parte di discesa ce la godiamo in modo particolare, sotto il sole lungo pendii poco pronunciati in ambiente semplicemente favoloso. Poi vediamo una serie di valanghe enormi scese dalle montagne alla nostra sinistra, una delle quali ha coperto le tracce di due scialpinisti saliti con ogni probabilità ieri mattina.

Valanga 1
 
Le costeggiamo dalla base, ma a un certo punto il vallone si restringe, e per non passare sotto pendii un po' ripidi e ancora carichi sul versante opposto, ci tocca attraversare la neve rivoltata di una valanga... che con le ciaspole risulta un'interessante esibizione di equilibrismi precari!

Valanga 2

Superata la strettoia, il vallone si apre verso destra, dove si distendono sterminati pendii (quasi) vergini. L'ennesima discesa ci conduce a una spianata più grande, la cosiddetta Alpe di Nefelgiù (2048). La vecchia capanna dei pastori è quasi totalmente sommersa dalla neve! La traccia di una carrozzabile prosegue al centro del vallone ormai ampio e pianeggiante. Ormai pensiamo che per arrivare al Lago Morasco sia tutto rose e fiori, invece non sarà così...


Raggiunto un dosso, ci affacciamo sul lago, che però si presenta quasi 200 metri sotto di noi... La comoda carraia si trasforma in un brutto traverso in pieno sole, probabilmente non pericoloso ma senz'altro scomodo con le ciaspole... così preferiamo tagliare in discesa diagonalmente verso sinistra, puntando sul lago attraverso un ripido versante sparpagliato di larici.

Lago di Morasco dall'alto

Arrivati alle sponde del lago, non del tutto ghiacciato, traversiamo fino a raggiungere la diga; e qui con l'ultimo taglione ripido (ma qualcuno stavolta preferisce seguire la strada...) planiamo letteralmente sul rifugio Bim See / Al Lago (1800), che ci accoglie con sdraio e tavolini al sole. Possiamo finire di mangiare i nostri formaggi accompagnandoli con birra fresca, stringendoci finalmente la mano per la splendida e affatto banale traversata, affrontata in completa solitudine.


Dopo la pausa lunga e abbronzante/tendente all'ustionante, ci rimettiamo in cammino sulla comoda traccia della pista da fondo, che brevemente ci conduce all'incantevole borgo di Riale (1718), il più alto della val Formazza: fino al 1940 la palma spettava a Morasco, oggi sommerso dall'omonimo lago artificiale.

Diga di Morasco dal basso e corni di Ban (Fabio)

Qui decidiamo di separarci: Fabio e Sarah ci aspettano a un bar insieme ai nostri zaini, mentre in 4 scendiamo alleggeriti a recuperare le auto a Canza. Un po' sulla strada asfaltata un po' sulla vicina pista da fondo, raggiungiamo località Frua, con il grande albergo giallo sotto cui il Toce si lancia nella famosa cascata; oggi si presenta un po' smagrita dai laghi artificiali, ma comunque abbastanza piena per il caldo e la neve in via di scioglimento.

Riale (Fabio)

Proprio affianco al pulpito panoramico (vertiginosissimo) scende un sentiero non troppo ripido - ma da evitare con ghiaccio - che offre meravigliosi colpi d'occhio laterali sul salto d'acqua. Con qualche tornante scendiamo alla svelta fino alla piana dove sorge Sotto Frua, per poi proseguire alternando di nuovo strada e sentiero in un bellissimo bosco di larici, pieno di blocchi di granito isolati senz'altro noti ai boulderisti.

Discesa verso Canza

Raggiungiamo le auto e la fontana di ieri - ora piuttosto ambita - e senza perdere tempo risaliamo a recuperare i nostri amici. Ci concediamo una sosta a Ponte, alla Latteria Sociale, per comprare un po' di formaggio e yogurt, che però a Parma si riveleranno deludenti... ma è l'unica nota stonata di un weekend perfetto!