martedì 13 maggio 2014

Traversata delle Apuane in treno da Parma: Forno - Equi Terme via Grondilice

Ore 4,15: la sveglia suona inesorabile. Dopo 6 ore di sonno e 14 giorni tirati di lavoro in Fiera, è solo la passione a farmi alzare. Colazione svelta, zaino pronto, via con la bicicletta attraverso le strade deserte e buie di Parma, destinazione stazione. Solo in centro c'è un po' di brulichio di vita, e profumo fragrante di brioche... tentazioni da reprimere, non c'è tempo. Bici legata con lucchetto a prova di flessibile, poi subito sul treno diretto a La Spezia, il primo che parte dalla nostra stazione, indispensabile per compiere in giornata questa ambiziosa traversata coi mezzi pubblici.


Il vagone è a mia totale disposizione: posso togliermi gli scarponi, svaccarmi e fotografare l'alba sulla val di Taro. Passata la galleria del Borgallo, eccomi in Lunigiana, ecco i profili familiari di Orsaro e Braiola, ecco finalmente loro: le Apuane, accese dai primi raggi del sole come fiamme immani di marmo.


Il vagone si riempie di facce e telefonini soltanto a Pontremoli, specialmente scolari. Filattiera, Villafranca, Aulla... il silenzio diventa brusio, chiacchiericcio, vociare continuo e indistinto, mentre fuori dal finestrino ormai è  giorno e le Apuane cominciano a mostrare la loro faccia sud-ovest, sventrata dalle cave. Insieme a molti altri, prendo a Vezzano Ligure la coincidenza per Massa, dove arrivo verso le 7,30 con un buon anticipo.


L'edicolante mi informa che per andare in via Europa, dove parte alle 8,00 la navetta che mi interessa diretta a Forno, ci sarebbe l'autobus urbano numero 60: il quale però non arriva, se non quando è ormai troppo tardi, e sto già percorrendo di corsa il kilometro e mezzo che mi separa dalla fermata invocando fuochi di sant'Antonio e diarree ai danni dell'autista.

Un vigile e due passanti mi danno informazioni: per fortuna riesco a raggiungere via Europa in tempo per salire sulla navetta. A bordo una ragazza straniera che scenderà in città e due ex ragazze autoctone, di quelle che come minimo lavorarono nella storica filanda di Forno alle sorgenti del Frigido. L'autista, freddissimo con la sua sigaretta elettronica in bocca, ascolta i loro discorsi nostalgici di fascismo, mentre sfreccia sulle curve della provinciale e attraverso i paesini abbarbicati attorno al fiume.


Al bivio sotto Biforco vengo scaricato, ora ho soltanto le mie gambe per proseguire. La valle è chiusa tra fianchi rocciosi e l'atmosfera è morta, opprimente: camion trasporatori di marmo sfrecciano alzando polveroni, ruderi di edifici fatiscenti fanno mostra di sé, le pietre bianche del fiume secco (e si chiama proprio Canale Secco! Prende il nome di Frigido dopo la sorgente carsica della filanda a Forno) nascondono rifiuti e scarti industriali.


Poi una sorpresa: due caprette presso una vasca a lato della strada, silenziosissime, mi guardano passare; mentre dall'alto di tanto in tanto fanno capolino le pareti colossali dei monti Contrario e Cavallo, a ricordarmi che non sto risalendo questa valle infernale per nulla! Arrivo in località Biforco (376 m), dove l'asfalto finisce e una sbarra impedisce il transito: a destra sale la valle del canale Cerignano, mentre io tengo la sinistra.


Poco più avanti raggiungo una nuova biforcazione, fra il Canal Fondone e la valle degli Alberghi: il sentiero 167 sale deciso verso quest'ultima, diretto alla ferrata del Contrario e al lontano Passo della Focolaccia; mentre a me interessa il 168, la strada marmifera che va a sinistra. Raggiungo una cava abbandonata, ancora imponente, e salgo con fatica fra gli sfasciumi di marmo sotto il sole ormai caldo.


Finalmente il canale si restringe, profondo intaglio coperto di pietre e vegetazione. Ombra significa acqua, acqua significa vita: soltanto adesso si sentono i cinguettii degli uccelli, interrotti spesso dai rombi dei camion a valle e dagli scoppi delle mine nelle cave. Nei pressi di una pozza, il sentiero svolta bruscamente a sinistra, risalendo  il fianco del canale con alcuni gradini "naturali"; un tratto un poco esposto su pietre con cavo arrugginito permette di riguadagnare il canale, ora più spumeggiante e con tanto di provvidenziale sorgente.

Simpatico bruco sul breve tratto attrezzato

Il 168, per fortuna ripulito di recente, si lascia ora il canale a destra e sale con decisione nel bosco misto, con felci ortiche e rovi. I bastoncini ora sono scomodi: si impigliano nella vegetazione rigogliosa e sono d'intralcio per superare alcune facili roccette. Raggiunto un pulpito panoramico: giù in fondo alla valle scorgo la strada marmifera e le cave; mentre è ancora molto in alto l'ultima fila degli abeti di Foce Rasori, che dalla valle di Vinca si affacciano sul mare.


La loro visione rinfrescante, unita alla particolarità di alcune formazioni geologiche, mi allieta durante la salita su versanti ormai spogli: oltre i 1000 metri gli alberi lasciano sempre più spazio al paleo, la resistente erba delle Apuane che immagazzina e butta su un gran caldo. Passato per l'ennesima volta il canal Fondone, con le sue pozze d'acqua limpida, sono ormai ai piedi delle possenti architetture calcaree chiamate Punta Questa e Torrione Figari, nomi ben noti agli alpinisti locali.


Un ultimo lungo traverso mi conduce infine a Foce Rasori (1320), con la piazzola d'atterraggio dell'elicottero. Si tratta di un ottimo pulpito panoramico, da cui posso apprezzare tutta la valle percorsa in salita; verso ovest è comparso imponente il monte Sagro, mentre dietro alle rocce del Grondilice si distingue una "gobba" del Cavallo, con le sue particolarissime venature di roccia; l'aria però non è più tersa come al primo mattino, il mare quasi non si distingue, coperto da una coltre di nubi all'apparenza lontane.

Una banana per la valle di Forno

Ma giusto il tempo di prendermi una meritata pausa e ripartire lungo il sentiero 186, le nubi hanno già avvolto il crinale del monte Sella e il Sagro; quasi lo facciano apposta, stentano invece a ricoprire il versante ovest del Grondilice, da cui sto salendo: un autentico oceano di roccia bianco/grigia, che contrasta vivamente col verde della valle di Vinca. Ecco finalmente comparire le casette rossastre di questo paese, piccole piccole, oltre pinnacoli bizzarri di marmo.


Il sole opprimente e la salita spietata iniziano a farsi sentire sul mio fisico, reduce anche da due settimane lontano dalle montagne; e quando si tratta di fare 1500 metri di salita l'allenamento non è più facoltativo. Devo concedermi diverse pause: tanta acqua, cioccolata e un po' di sperata ombra mi spingono a proseguire a piccoli passi. Superato un bastione, finalmente compare semi-avvolta dalla nebbia la Finestra del Grondilice, una visione degna delle Bocchette del Brenta.


Raggiunto l'intaglio roccioso, la vista si apre sulla val Serenaia, chiusa dai colossi del Pisanino e del monte Cavallo, col versante nord ancora in parte coperto di neve. Mi fermo a raccogliere le energie per affrontare il tratto più ostico della giornata, cioè la breve via normale alla vetta del monte Grondilice.
Il primo tratto dalla Finestra me lo perdo, e salgo per un antipatico canale sul versante di Orto di Donna; in realtà la via rimane sempre dalla parte di Foce Rasori, cercando i punti più deboli della montagna, ed è segnata con file di bollini rossi.

Monte Grondilice visto dalla Finestra: la via normale sale a sinistra

La maggiore difficoltà del percorso consiste nella roccia fragile, per cui occorre ragionare un po' su dove mettere mani e piedi in quei pochi brevi tratti di arrampicata (I grado o poco più). Un eventuale ruzzolone potrebbe durare a lungo, visto il fondo detritico e instabile... comunque arrivo in cima senza problemi: è l'una e mi concedo una lunga pausa pranzo/foto, sperando di recuperare un po' le forze.

Tavolini di marmo qui, altro che pranzo in rifugio!


Cresta Garnerone e Pizzo d'Uccello
Il Grondilice (1804) è un importante punto geografico, di fatto all'incontro fra Lunigiana (valle del Lucido di Vinca), Garfagnana (Serchio di Gramolazzo) e territorio massese (valle di Forno). Purtroppo non riesco a scorgere il mare per via della nebbia: nubi leggere ricoprono la conca di Vinca giocando a nascondere la cresta Garnerone e il Pizzo d'Uccello; ma non riescono a penetrare nella val Serenaia - il cui nome evidentemente la dice lunga! - in quanto si infrangono letteralmente contro il crinale del monte Cavallo.

Monte Cavallo
Il cielo azzurro e le nuvole, l'ultima neve e i boschi già verdi, le rocce bianche grigie e marroni... i contrasti cromatici sono meravigliosi, meravigliose queste montagne che sono tutte fatte di contrasti. Cerco anch'io di inserirmi nel gioco dei colori, con la mia tenuta rosso/arancione e un po' di autoscatti: con un cavalletto sarebbe stato meglio, ma non posso permettermi sherpa. Del resto le pietre in cima al Grondilice, belle lisce e squadrate, si sono dimostrate ottime per appoggiare la reflex e tagliare formaggio e salame (racimolati dal Cibus).


Un Parmigianino con dietro il Pisanino, "re" delle Apuane

Dopo circa un'oretta di pausa, non accennando le nuvole verso il mare a diradarsi, mi decido a scendere. Stavolta seguo fedelmente la via normale fino alla Finestra, felice di non dovermi infilare in discesa nel fragile canalaccio percorso in salita. Al valico recupero i bastoncini e scendo sul versante di Orto di Donna, sempre con il 186; ho persino il piacere di attraversare un bel nevaio ormai marcio ai piedi di grigie pareti verticali.


Finalmente entro nei faggi, con le loro gemme e le prime foglie che mi regalano un po' di fresco. La discesa è abbastanza ripida e scivolosa, gli scorci su Contrario Cavallo e Pisanino lasciano a bocca aperta; il mio problema però è ora il rischio di restare a bocca asciutta, quindi raggiunto il rifugio Orto di Donna (1500 m, chiuso) comincio a cercare avidamente una fonte.


Trovo però soltanto un tubo di plastica: ne seguo percorso in discesa facendo dei gran su e giù, passo dietro al rifugio, mi ritrovo sopra il bacino che lo rifornisce d'acqua... il timore è che il tubo finisca direttamente là dentro! Per fortuna trovo una giuntura, la svito e riavvito giusto il tempo di rimpinguare la bottiglia, poi riparto soddisfatto delle mie doti di idraulic-orientiring. Se pensate che con questo abbia compiuto un atto vandalico, fatevi un giro vicino alle cave nei giorni feriali!


Tornato sui miei passi appena sopra il rifugio, raggiungo il bivio fra il 186 e il 178: in discesa non lo avevo visto, essendo segnato solo su un sasso; volto dunque a destra in direzione della Foce di Giovo. Il 178 è un sentiero piacevole, generalmente pianeggiante e quasi sempre nella faggeta; ci sono giusto un paio di passaggi sulla roccia da fare con un minimo d'attenzione, ma questo è un compromesso da accettare in ogni caso con le Apuane. Nell'ultima parte si consumano le apparizioni dei torrioni lungo la cresta di Garnerone e del sempre più vicino "principe delle Apuane".


Mi fermo più volte a bere, non riesco a tenere un passo svelto e in salita comincio a fare una certa fatica... ma arrivato a Foce di Giovo (1500) le Apuane mi concedono un regalo: un grande tappeto d'erba, erbetta bassa e sottile - mica il rognosissimo paleo! - e pianticelle di mirtilli fioriti: e tutto questo paradiso morbido di verde proprio ai piedi della loro creazione forse più ardita e spigolosa: il Pizzo d'Uccello.


Sono quasi le 16,30, non è tardi (o almeno lo penso sul momento), posso prendermi una meritata pausa: le nuvole si sono ormai diradate, è ricomparso il monte Sagro con la sua croce, lontano sulla linea degli Appennini riconosco l'Alpe di Succiso e il monte Prado coi loro versanti sud ancora chiazzati di neve; peccato che da qui il mare non si possa più vedere, se non lontano dietro il passo del Bracco.


Laggiù fra i castagni della valle del Lucido ricompare anche il grappolone rosso delle case di Vinca, la mia prossima destinazione. Il sentiero 175 scende deciso fra i prati, ma non è troppo ripido: scopro con piacere che la discesa mi ha rivitalizzato le gambe, che sono tornate fresche come la mattina! Sorvegliato dai bastioni rocciosi del Pizzo e del Grondilice raggiungo le malinconiche Capanne del Giovo: antichi ricoveri di pastori di cui ormai restano solo i perimetri di pietra, vicini a massi ciclopici e a qualche castagno solitario salito troppo in quota e rimasto anche lui senza vita.


Penetro dunque nel bosco misto di castagni e abeti, la discesa prosegue un po' noiosa fin quando non supero un canale che scende dal Pizzo, scavato fra  pareti lisce e altissime: lo risalgo un poco, giusto per raggiungere una bella marmitta: poche acque sono più limpide di quelle apuane quando non ci scaricano dentro liquami e schifezze di ogni genere. Ed ecco che ricompare finalmente Vinca (808 m), ormai vicina, aggrappata sui fianchi del canale come un presepe.


Nei vicoli stretti del borgo c'è un po' di vita, non solo vecchietti sopravvissuti all'eccidio nazista del 1944. La piazzetta davanti all'alimentari è animata da facce giovani e sorridenti, e fa piacere vedere che il paese non ha accusato troppo il terremoto di un anno fa. Compro un pezzo del tipico Pan di Vinca e un'ottima focaccia che mi riservo di mangiare a Equi Terme: la bottegaia mi gela dicendomi che facendo il sentiero - che è sporco e difficile - ci vogliono circa tre ore: forse si confonde con la "ferrata" Zaccagna, cioè 190 più 192 e Solco di Equi?


Il sentiero che interessa a me è il 39, che per quanto lungo sia non può richiedere tre ore... quando raggiungo il suo imbocco sotto il cimitero, un cartello indica Equi Terme a 8 km: non saranno tre ore, ma due ore scarse sì, e tra due ore scarse da Equi mi parte il treno! Mi rassegno all'idea che non potrò svaccarmi nelle terme come fantasticavo al mattino, forse non potrò neanche bermi una birra al bar...


Mi tocca accelerare il passo, e per fortuna le gambe non protestano... il sentiero però non è di quelli che si lasciano fare di corsa: è sporco, pieno di sassi smossi, sulla sinistra si lascia dirupi sempre più alti e soprattutto non accenna a scendere. Mentre la strada che sale da Monzone è già sprofondata con tanti tornanti alla base della vallata, il mio sentiero continua a proseguire in costa, attraversando colate di detriti e brevi precipizi: è inutile, anche alle quote collinari le Apuane danno da fare come 1000 metri più in alto.


Sbuca la luna dietro la cresta Garnerone e il Grondilice
Superate varie maestà e il bivio per un misterioso Eremo di san Giorgio (sarà per un'altra volta!), il 39 diventa sempre più sporco, invaso da una vegetazione lussureggiante; per fortuna si tratta di un tratturo antico, di quelli costruiti con criterio, e il suo percorso lungo il fianco della montagna è squisitamente logico: almeno fino alla località Castellaccio (500 m), dove capisco che sono arrivato all'angolo e il sentiero deve per forza fare una svolta.


Le gemme dei faggi sopra Orto di Donna
Il problema è che gli eventi atmosferici hanno devastato il bosco di quercie, non si vede più un segnale né traccia, mi tocca ravanare attorno al rudere del Castellaccio provando diverse soluzioni... perdo tempo ed energie preziose, sento il rumore delle auto ormai vicine ma non posso permettermi di puntare giù dritto verso valle perché sarebbe un attimo trovarsi sopra un burrone... per fortuna riesco a ritrovare il sentiero, che tagliava nettamente a destra, forse con una buona cartina non avrei avuto problemi.

Equi Terme e il Pizzo d'Uccello (foto d'archivio, 2011)
Sono le 19 passate, il treno si ferma a Equi fra 45 minuti, ora devo veramente correre: ma non posso, la discesa a lungo rimandata si dimostra insidiosa, con i sassi del tratturo umidi e scivolosi... sento abbaiare cani, la civiltà è vicina: mi ritrovo dietro la chiesa di Aiola, un borgo bellissimo che riesco a vedere solo di sfuggita.

Gli ultimi momenti dell'escursione somigliano più all'arrivo di una maratona: comincio a incontrare gente a passeggio, che sembra quasi fare il tifo per la mia corsa senza motivo apparente... poi finalmente ecco Equi, il suo ponte antico, il becco del Pizzo d'Uccello che si affaccia da un'altezza smisurata, lui che poche ore prima era 25 metri sotto il mio sedere saldamente piantato sulla cima del Grondilice.


Lunga vita alla stazione di Equi Terme!
Entro sudatissimo in un bar, sono le 19,30, forse riesco a godermi una bella birra fresca... peccato che la stazione non sia vicinissima, bisogna passare il fiume Lucido e salire un poco: eh già, la stazione è simbolicamente in Appennino. E' anche in via di restauro per il terremoto, quindi chiusa e desolata: non posso nemmeno obliterare il biglietto, peccato, ci tenevo: ho giusto una panchina per aspettare il treno, e la voce dello speaker che annuncia l'arrivo dei treni sembra una radio nel deserto.

Passa un primo treno diretto a Pisa, poi è il turno del mio che scende ad Aulla. Focaccia e birra le finisco sul vagone, che ovviamente è vuoto; dal finestrino guardo gli ultimi raggi del sole sui fianchi verticali delle Apuane, che viste dalla valle del Lucido danno il loro meglio: arrivederci a presto Pisanino, Pizzo, Grondilice, Sagro. Ad Aulla arrivo in tempo per la coincidenza, ho anche 10 minuti di tempo per una coca cola.



Di là dal Borgallo c'è buio, le luci viste spegnersi al mattino ora si riaccendono, le tante piccole stazioni si susseguono e sale l'ansia di non ritrovare più la bicicletta al capolinea... ma oggi è stata una giornata fortunata! Lungo viale Toschi, il parco Ducale, via Gramsci risuona di nuovo il cric crac della mia ruota posteriore scalibrata, come 18 ore fa. Davanti alla Giovane Italia, al Fantagiaco, ragazzi e ragazze nel cuore della serata si saranno forse chiesti cosa minchia stesse combinando questo matto in bicicletta con gli scarponi, lo zaino con ganciato casco e i bastoncini, l'aria stravolta ma soddisfatta: come del pittore che abbia dato l'ultima pennellata al suo capolavoro!

Dati escursione:
Punto di partenza: Ultima fermata della navetta L65 Massa - Forno (300)
Punto di Arrivo: Stazione FS di Equi Terme (250)
Punto più elevato: Monte Grondilice (1804)
Dislivello in salita: 1550
Dislivello in discesa: 1600
Tempo totale di percorrenza: 11 ore  
Grado di difficoltà: EE (Tratto da Finestra a Grondilice F)
Segnaletica: Generalmente discreta
Punti d'appoggio: Rifugio Orto di Donna, Vinca, sorgente lungo il Canal Fondone
Accesso ferroviario: Andata: treno delle 5,15 dalla stazione di Parma con cambio a Vezzano Ligure, arrivo a Massa alle 7,30; corriera per Forno in partenza alle 8,00 da via Europa. Ritorno: treno delle 19,53 da Equi Terme, cambio ad Aulla, arrivo a Parma alle 22,15

giovedì 24 aprile 2014

Alla scoperta della rupe di Campotrera, riserva naturale fra le terre matildiche

Per il giorno di Pasqua mi ero ripromesso di stare tranquillo: ore 9.30, devo uscire a comprare la Gazzetta di Parma per mio nonno, 91 anni, uno degli ultimi azionisti attivi del nostro bel giornale cittadino. Il sole è caldo, l'aria tersa, perché non fare un salto a vedere la Rupe di Campotrera sotto Canossa? Ho l'auto e qualche ora a disposizione prima di pranzo: scarponi e macchina fotografica nel baule, piede pesante lungo le strade con qualche inevitabile cadavere al volante, e in mezz'ora sono a Cerezzola, dove parcheggio.

Cerezzola
Il piccolo borgo medievale di Cerezzola è forse un po' troppo gonfiato dai vari pannelli didascalici: alla fin fine di medievale c'è una casa torre, con dentro un bed and breakfast... ma è giusto valorizzare. I cartelli per la rupe di Campotrera portano ad attraversare il nucleo (o meglio l'atomo) antico del borgo, passando sotto un'arcata lungo uno stradello ciottolato; si prosegue poi su una carrareccia pianeggiante che raggiunge le ultime case del paese.

Torre di Rossenella

Diatolite Rossa
Numerosi paletti con i segni bianco-rossi, cartelli di orientamento, pannelli didascalici ancora nuovi rendono agevole a tutti e interessante l'avvicinamento alla Riserva Naturale, risalendo dolcemente la vallatina verdeggiante chiusa dalle rocce rossastre della Rupe di Campotrera e della Torre di Rossenella. Si tratta di rocce ofiolitiche, di origine vulcanica, più diffuse fra le province di Parma e Piacenza; la loro presenza spicca sui terreni argillosi caratterizzati dai calanchi - tipici, questi, delle colline reggiane e modenesi - e dà vita a ecosistemi molto particolari, con rarità botaniche (piante grasse, fichi d'india nani), geologiche (datolite rosa), ornitologiche (specialmente farfalle).
Papilio Machaon

Per lungo tempo le ofioliti emiliane furono sventrate dall'estrazione mineraria: le cave, aperte fino a non molti anni fa, sono ancora ben visibili. Oggi gli affioramenti più significativi - come il monte Prinzera nel parmense e la stessa Rupe di Campotrera - sono preservati da riserve naturali, con percorsi didattici e sentieri dal sapore più montano che collinare. La primavera è la stagione migliore per venire da queste parti, per le rare fioriture e il lussureggiare sonoro della vegetazione.


La carraia (chiusa per fortuna alle moto) raggiunge un bel ponticello di legno, da cui si passa nell'area protetta. Tengo sempre la destra ai bivi, salendo con l'aiuto di buoni scalini in legno, e dopo aver costeggiato da vicino i primi affioramenti esco dal bosco presso la casupola/cantiere/discarica di un contadino. Una nuova carrareccia mi conduce alla base della rupe sotto la torre di Rossenella: potrei seguirla fino all'asfalto e raggiungere Rossena, ma ho l'idea malsana di puntare direttamente alla torre.


Attraverso un boschetto facendo fuggire un paio di caprioli e in breve sono alla base di un facile canale che risale fra le fasce ofiolitiche. La roccia come sospettavo è quanto di più marcio si possa tenere fra le mani: laddove ci sono ciuffi d'erba o pianticelle - spesso con le spine - mi conviene aggrapparmi a loro, e stare molto attento a dove appoggio i piedi... un ruzzolone non sarebbe certo fatale, ma preferisco risparmiarmelo.

Pianta grassa sulle ofioliti della rupe
Raggiungo con un certo sollievo un prato ripido che in breve mi conduce alla torre: un'austera costruzione medievale, legata al sistema difensivo della vicina Canossa. L'elegante castello di Rossena, giusto di fronte, mostra invece molte aggiunte dei secoli successivi, quando fu trasformato in residenza. Faccio il giro della torre, passo fra la recinzione e un albero e mi ritrovo sull'orlo della rupe, che comincio a costeggiare in discesa avvistando insolite piante grasse e farfalle coloratissime.

Qui il sentiero non c'è, ma il percorso è più che mai logico; la rupe di Rossenella si esaurisce in un boschetto rigoglioso, dove seguo tracce di bestie e sbuco di soppianto di fronte a un pollaio facendo venire un mezzo ictus al gallo (ma anche lui mi ha fatto prendere un discreto spavento, bastardo!). Attraverso il campo fra nervosi coccodè, sperando di non sentire un nervoso click di fucile, e ritrovo il sentiero segnato, che avevo intravisto prima dall'alto della rupe.

La rupe di Campotera
Sempre in discesa mi reimmetto nel sentiero percorso prima, che comunque lascio presto per un bivio a destra. Eccomi sotto la Rupe di Campotrera vera e propria, con gli spiazzi dalle vecchie cave, i filoni bianchi di minerali ben visibili sulla superficie ruvida e scura. Il sentiero costeggia a debita distanza tutta la base della rupe, con un paio di costruzioni pericolanti non a debita distanza...




Calanchi argillosi

Arrivo a un nuovo bivio: scendendo a sinistra raggiungerei brevemente un ponte dove ritroverei la carraia percorsa prima salendo da Cerezzola; decido invece di seguire un altro sentiero segnato, che riprende a salire attraverso i versanti spogli dei calanchi, sotto il sole potente di mezzogiorno. E' inutile che salga troppo, siccome il paese è qui alla mia sinistra; però voglio raggiungerlo seguendo un paio di eleganti creste argillose, con passo leggero e non proprio sul filo per limitare i danni.

Il Rio Cerezzola

Dopo la divertente discesa sono di nuovo al rio Cerezzola, dove non posso permettermi il lusso di un ponte e neanche di un sentiero per superare la vegetazione rigogliosa ai lati del torrente. Salgo attraverso un campo trovandomi sotto una casa del paese, dove ritrovo la stradina di stamattina e in breve sono all'auto, sporco sudato e con una fame boia: pranzo pasquale meritato questo giro!

martedì 22 aprile 2014

Parete nord Alpe di Succiso e monte Casarola: gran finale d'inverno in Appennino

C'era una volta una grande montagna, chiamata Spiaggia Bella. I pastori di Succiso il mare lo vedevano sporadicamente e solo dall'alto, lontano, irraggiungibile... forse nemmeno sapevano come potesse apparire una spiaggia nella connotazione del termine a noi oggi più famigliare; quindi chiamarono così la grande montagna sopra il loro paese: Spiaggia Bella, riferendosi con una punta di affetto ai vasti prati (piagge, spianate) dove poter lasciare le loro capre al pascolo.

Il maestoso vallone nord dell'Alpe di Succiso, sopra il Rifugio Rio Pascolo. Sullo sfondo le case di Succiso

Finalmente sull'Alpe con la neve!
Di là nella val Secchia, a Collagna Busana e dintorni, la montagna di Succiso invece veniva chiamata "alpe": termine dal significato simile a "spiaggia", riferito sempre ai pascoli. L'Alpe di Succiso così definita era in verità l'anti-cima sud-est, visibile appunto dalla media val Secchia davanti alla cima principale: la Spiaggia Bella dei succisini. A complicare ulteriormente le cose ci si mise il nome onnicomprensivo di Casarola, che indicava la montagna nel suo insieme.

Federico






Non ci avete capito una benedetta mazza, vero? Tranquilli, fu così anche per i geografi, che fecero un gran pasticcio: marchiarono definitivamente come Alpe di Succiso la cima principale (nome che si è poi ampliato a indicare l'intero gruppo montuoso), mentre il monte Casarola fu l'anti-cima sud che guarda la val Secchia. Nella sorte di un'altra cima minore ci ficcarono il naso addirittura da Ramiseto, forse innervositi dal nome Ventasso appioppato alla "loro" montagna... così oggi abbiamo anche il monte Ramiseto, all'inizio della cresta nord. All'inizio della nord-ovest ci sarebbe anche il Ramiceto ma è meglio fermarci qui.

Alberto


Ecco cosa significa Alpe di Succiso letteralmente. Però Alpe di Succiso significa qualcosa di più per me, Mario, Federico, Alberto: certo, abbiamo rispetto per le caprette che ogni tanto si trovano ancora da queste parti (se non si trovano di persona, ci sono i loro souvenir rotondi in serie), portate qui abitualmente da un pastore che sta giù al Passo dell'Ospedalaccio, fra gli ultimi rimasti sull'Appennino Settentrionale: un eroe, come negarlo? Ma "alpe" per noi significa montagna da ambire, dove mettersi alla prova, ammirare scenari severi e solitari, fare alpinismo in Appennino.




Mario
Dopo aver sondato in estate e autunno per conto nostro i vari versanti della montagna, quest'inverno io e Mario la abbiamo inserita fin da subito fra le mete stagionali obbligate. Un primo tentativo in febbraio, con davvero tanta neve, si è risolto in un rispettoso retrofront; dopo un mese il progetto si riaffaccia, ma ecco una grande valanga che si inghiotte due giovani scialpinisti di Berceto, e ci fa passare decisamente la voglia di rischiare. Poi arriva il caldo, l'inverno sembra finito, e l'Alpe siamo ormai intenzionati a rimandarla alla prossima stagione.