lunedì 19 settembre 2016

Mont Velan, via normale italiana. Un viaggio alle radici dell'alpinismo

31 agosto 1779: l'abate Murith dell'Ospizio del Gran San Bernardo sale il Mont Velan, 3731 metri. Prima di allora erano state raggiunte le vette di montagne anche impegnative, come il Corno Grande o il Rocciamelone: si tratta di imprese avvolte in un alone quasi leggendario, ma sporadiche. Fatta eccezione per i cacciatori più temerari, l'uomo si teneva più al largo possibile dalle montagne: luoghi eletti a dimora di dei o di demoni, o più semplicemente da banditi; ambienti da attraversare il più in fretta possibile, per i valici più bassi e sicuri.

Partenza notturna dal Bivacco Savoie

La salita al Velan rappresenta un cambio di rotta importante: spinto insieme da curiosità scientifica e slancio devozionale, l'uomo inizia ad avventurarsi sulle grandi distese glaciali. Certo, per l'abate Murith, residente a più di 2500 metri, salire la montagna che vedeva tutte le mattine dovette risultare meno faticoso rispetto a un qualsiasi scienziato torinese o ginevrino; ma è il cambio di mentalità che conta. Soltanto otto anni dopo l'impresa dello svizzero, nel 1786, fu la volta del monte Bianco; e nel giro di un secolo, tutte le più importanti vette delle Alpi sarebbero state "conquistate".

Il mont Velan

La salita al Velan è quindi prima di tutto un salto nel passato, agli albori dell'alpinismo. A dire il vero la via normale italiana, da noi seguita, sale sul versante opposto a quello seguito dal Murith: si tratta di un itinerario completo e di ampio respiro, con più di 2000 metri di dislivello attivo. Soltanto l'ultima parte di salita è su ghiacciaio, mentre per gran parte del tempo ci si destreggia su erba e roccia - piuttosto marcia!


La cresta est

Punto di partenza è il grazioso paesino di Glacier (1549), l'ultimo della valle di Ollomont, laterale della Valpelline. Ci troviamo ai piedi della Conca di By, ampio alpeggio circondato da montagne imponenti, fra le quali spicca il Gran Combin. Presso il parcheggio (fontana e bar con spaccio formaggi) inizia la sterrata diretta al bivacco Savoie, che sale dolcemente in direzione di una bella cascata.

Alberto e la cascata sopra Glacier

 Fare attenzione dopo un paio di tornanti a un bivio: il sentiero si stacca a sinistra, proprio sotto la cascata, e comincia a guadagnare quota velocemente. Saliamo bersagliati dal primo pomeriggio, senza un alito di vento, con zaini dal peso imbarazzante! Raggiungiamo un primo alpeggio dove ci abbeveriamo, dunque la salita prosegue sui prati spogli, ma fortunatamente meno ripida di prima.

Breathing!

Eccoci a una grande piana al centro della valle, tagliata da diverse stradine bianche. Seguiamo il sentiero indicato dalle frecce gialle, che sale nuovamente senza tanti complimenti e senza tanta ombra fino al bivacco Savoie (possibili varianti). Dopo 1100 metri di dislivello sotto il solleone siamo piuttosto provati, ma il bivacco è quanto di più accogliente ci si possa aspettare!

Ultime fatiche prima del bivacco
Panorama sulla val d'Aosta

Una bella fontana all'ingresso, tavoli di legno con tanto di vasi di fiori finti all'interno, materassi comodi e coperte a volontà, morbidi prati fioriti attorno alla costruzione sui quali spiaggiarsi godendoci l'ultimo sole. Ci sono pure fornello e stoviglie, che ingenuamente (ma nel dubbio...) abbiamo portato pure noi fino su. Un foglio con riportato l'IBAN della Società Guide Alpine della Valpelline indica di lasciare una mancia di 5 euro a testa per l'utilizzo del gas e del bivacco.

Bi(S)vacco

Ceniamo abbastanza presto per sfruttare la luce e apprezzare il bellissimo tramonto su Gran Paradiso e Grivola. Ormai è agosto inoltrato e le giornate si sono fatte più brevi.

Tramonto dal bivacco Savoie

Tempo per qualche foto con lunga esposizione sulle stelle - riguardandole mi sono sorpreso di quante luci ci fossero sparse fra le montagne - e andiamo a testare i materassi.




La mattina ovviamente tutto al buio, compresa la partenza a piedi. Conviene al proposito dare un'occhiata alla traccia la sera prima, come ha fatto il saggio Alberto mentre noi eravamo arenati al sole! Dal bivacco si scende un poco lungo il sentiero dell'andata fino a una sorgente; lo si abbandona poco dopo per traversare verso sinistra fino all'immensa pietraia che scende dal Col du Valsorey (3107).

La coda del Ghiacciaio di Valsorey
Non la si risale subito, ma si continua a traversare su terreno "pianeggiante" fino a un costone erboso: questo è la traccia di salita più logica e meno faticosa nella parte iniziale. Presto però l'erba lascia inesorabilmente il posto alle pietre, e i 500 metri di dislivello fino al colle si svolgono tutti su questo terreno ripido e infame. Per fortuna ora ci sono diversi ometti a segnare la traccia, più battuta di quanto ci aspettassimo.



Alba verso il Gran Combin
Appena sotto al piccolo nevaio agonizzante che scende sotto il colle, occorre mantenersi a sinistra e affrontare un traverso un po' delicato, specialmente nell'ultima parte. Le difficoltà non superano il primo grado ma la roccia è veramente marcia! Si può anche valutare di salire direttamente il nevaio coi ramponi.

Dal passo la vista si apre sul versante svizzero, con la lingua finale (nera!) del Glacier du Valsorey. Il Velan è ancora nascosto... La traccia sale a sinistra, guadagnando velocemente quota su un fondo sempre piuttosto instabile, e con tratti esposti. La prima vetta che si raggiunge è quella del mont Cordine (3323), e qui finalmente possiamo ammirare la grande calotta di ghiaccio del Velan, arrossata dal primo sole.

Mont Velan

Questione di secondi e la luce del giorno si posa anche su di noi... è un momento magico!

 
Cresta affacciata sulla val d'Aosta

Ora la progressione è più divertente, lungo una bellissima cresta affilata e panoramica: da una parte il ghiacciaio di Valsorey, dall'altra il baratro sulla val d'Aosta, ancora coperta dalla nebbia: il sole radente del primo mattino illumina le montagne tutto attorno, ma la sfilata dei Quattromila deve ancora iniziare.

Roccia bella e fragile!

Scendiamo su terreno ripido alla nostra destra fino a una corda fissa, che ci permette di raggiungere lo stretto intaglio del col du Chamois: qui si può scendere sul ghiacciaio intersecando la via normale svizzera, ma visto il gran numero di crepacci aperti oggi non è il caso di farlo. Proseguiamo quindi sulla cresta, ora più sottile, subito sfruttando una seconda corda fissa - meglio non fidarsene ciecamente! - e poi su facile sentiero fino ai piedi del Mont Capucin (3395).

Passaggi un po' esposti

Questo si supera mantenendosi sul filo di cresta (passaggi di II) oppure seguendo una bella cengia sul lato ghiacciaio (attenzione in questo caso al traverso finale   da fare tassativamente coi ramponi). Superato il Capucin ci troviamo finalmente sul ghiacciaio. La prima parte si affronta stando vicini alla cresta e cercando la traccia migliore fra i tanti massi affioranti. Un breve pendio di massimo 40 gradi ci dà un po' da pensare per il ghiaccio vivo... a ritorno lo faremo assicurandoci.

Alla fine del tratto ripido. Dietro svetta il Gran Combin

Dopo questo tratto delicato ci resta soltanto da attraversare la parte finale del ghiacciaio, in direzione della cupola sommitale del Velan. Qui alcuni piccoli crepacci suggeriscono di procedere in cordata. La quota e gli ormai 1000 metri comodi di salita sulle gambe si iniziano a fare sentire, ma sappiamo che la vetta è vicina. Un traverso a destra in salita (35 gradi circa) con la neve ormai marcia ci permette di raggiungere la enorme, piatta calotta che è la cima del Velan (3735).


Foto di vetta, monte Bianco sullo sfondo

Per me è la quota più alta raggiunta finora, e pensare di essere partito ieri da 1500 mi dà una certa soddisfazione! Il fatto di doverci invece tornare tra non molto e poi proseguire in auto fino a Parma è un po' rattristante, ma ora non ci si pensa: ora ci godiamo il meraviglioso scorcio su tutta la catena del monte Bianco, così vicino dietro al Gran San Bernardo, al Rosa più lontano tutto bianco, con davanti la schiera di mastodonti di Zermatt e Zinal, "pezzetti" di Mishabel, e l'enorme Gran Combin in primissimo piano.


In ultimo piano da sinistra: Weisshorn, Dent Blanche, Dom, Alphubel, Dent d'Herens, Cervino, Monte Rosa.
In primo piano il ghiacciaio di Otemma

Guardando verso la Francia sbucano ghiacciai lontani, probabilmente Vanoise ed Écrins, verso la Svizzera si intravvede il blu del Lago di Ginevra. Un alpinista solitario ha raggiunto la vetta poco prima di noi, salendo una cresta sul versante Valsorey; altri due, guida e cliente, arriveranno poco dopo. Facciamo una lunga pausa godendoci la giornata perfetta, ma non possiamo tergiversare troppo, sono quasi le 11, bisogna girare i tacchi...

Discesa sulla cupola sommitale

La discesa si dimostrerà lunga e faticosa, dal Capucin facciamo anche una micro-calata per superare il tratto più ostico. Arriviamo al bivacco quasi alle 15, mangiamo qualcosa, diamo una sistemata e ci ributtiamo sul lungo sentiero di rientro. Stavolta per fortuna il sole decide di rimanere nascosto tutto il tempo dietro una nuvoletta, risparmiandoci il caldo dell'andata.

Cowboys on snow

Al baretto di Glacier ci meritiamo una freschissima radler prima di ributtarci sul caldo dell'autostrada. Peccato non potere comprare i formaggi degli alpeggi locali siccome al banco non si è presentato nessuno per mezzora... forse sono così buoni che preferiscono tenerseli! Oppure semplicemente hanno meno voglia di vendere le loro montagne, come nella non lontana Valtournanche.


DATI ESCURSIONE
Data uscita: 25 - 26 agosto 2016
Punto di partenza: Glacier (1550)
Punto più elevato: Mont Velan (3727)
Dislivello in salita: 1100 il primo giorno, 1250 il secondo (e 2350 di discesa)
Tempo totale di percorrenza: 3 ore il primo giorno, 10/12 il secondo
Grado di difficoltà: PD
Punti d'appoggio: Bivacco Rosazza / Savoie (2651). Acqua lungo il sentiero per il bivacco
Periodo consigliato: Da luglio a ottobre
Note segnaletica: Frecce gialle e segnali CAI fino al bivacco, poi ometti e traccia su ghiacciaio
Accesso stradale: Uscire dall'A5 ad Aosta e seguire per il Gran San Bernardo. Dopo le gallerie svoltare per Valpelline, superare il paese capoluogo dunque girare a sinistra per Ollomont. Proseguire fino al paesino di Glacier, l'ultimo della valle. Parcheggio con fontana.

mercoledì 24 agosto 2016

Adamello, via normale lombarda dal Rifugio Prudenzini

In certe giornate limpide, le stradine della campagna parmense sembravano puntare dritto dritto verso una gigantesca nuvola bianca e grigia; bianca d'inverno, bianca anche d'estate, almeno fintanto che non avremo annichilito le migliaia e migliaia di tonnellate di ghiaccio che la formano: è l'Adamello, un'immensa pianura di neve affacciata sulla pianura padana.

Pian di Neve, sullo sfondo il monte Fumo

Quando ancora l'alpinismo era per me un concetto sconosciuto, salire l'Adamello era già un piccolo sogno: da bambino, l'immancabile gita col prete in val di Genova: tutte quelle cascate gonfie di potenza dovevano scaturire da una fonte inesauribile, chissà quanto lontana, quanto in alto! Cominciando ad andare in montagna via via più spesso, porzioni di Adamello sempre più grandi e più vicine mi si presentavano, allettanti: salire lassù non sembrava impossibile.

Vetta dell'Adamello, 3554 m

Finché un giorno di metà luglio l'occasione si presenta: dopo tante uscite su roccia, con Mario abbiamo voglia di un po' di alta quota; il meteo sulle Alpi è troppo incerto per affrontare salite impegnative, che pure avremmo in mente; meglio una bella via normale. Subito puntiamo alla Presanella, ma i rifugi sono pieni... così ripieghiamo qualche metro più in basso, a quel tanto a lungo sognato Adamello che si ritrova bellamente declassato a ripiego!

Alta val Salarno

Partiamo sabato mattina comodi: all'orizzonte, lungo le stradine della bassa, solo nuvole e pioggerella. L'Adamello sbuca soltanto dopo l'ennesima galleria del Lago d'Iseo, illuminato da un timidissimo sole. Risaliamo la val di Saviore ancora sotto la pioggia; ho la tentazione di acquistare un ombrello da un vucumprà nel mercato del paese, ma il prezzo non mi convince e proseguiamo confidando nella bontà delle nostre giacche a vento.

Adamello dal metano in val Camonica

La pioggia, per fortuna non fitta, ci accompagna per tutta la prima parte del sentiero 14, che da Fabrezza risale la lunga valle del Poia. Ci fermiamo a mangiare velocemente sotto la tettoia di una baita, occupata da un pastore evidentemente non troppo raffinato né amichevole viste le scritte incise sulla porta: per fortuna non è in zona!

Pioggia leggera sul sentiero 14

Passata la torbiera del lago di Macesso e i laghi artificiali di Salarno e Dosazzo, smette di piovere, e dalla nebbia cominciano a sbucare incombenti prue di granito. La carrozzabile si trasforma in una mulattiera dove è difficile destreggiarsi tra fango e merda: i miei scarponi nuovi di zecca sono piuttosto recalcitranti a lasciarsi pocciare in un tale intruglio biologico, ma li consolo all'idea che domani pesteranno finalmente un po' di neve.

Sterco pesante sul sentiero 14

Il tempo migliora
Arrivo al rifugio Prudenzini
Arriviamo al rifugio Prudenzini nel primo pomeriggio: qualche chiacchiera con il cordialissimo gestore (guida alpina) e gli altri rifugisti, un'occhiata al librone con le tante vie di roccia dei dintorni, poi ecco che dalla finestra comincia ad entrare il sole. Vale la pena andare a giocare un po' in una falesia attrezzata su un gruppo di enormi massi al centro della valle, nei pressi dell'ex rifugio.


Falesietta della val Salarno

Il granito ruvidissimo, con le sue forme grossolane e squadrate, propone linee di grande eleganza; il tutto in un contesto ambientale grandioso, con la lingua di ghiaccio del Pian di Neve che si affaccia 1000 metri più su e grandi cascate che piombano a valle. Peccato non avere le scarpette né i rinvii, ma forse è meglio così: ci siamo risparmiati un po' di bastonate!

Esteti in azione...

Rientriamo in rifugio in tempo per la cena, piuttosto affollata: al mattino sveglia per tutti - o quasi - alle 4: l'Adamello è facile ma lungo! Facciamo colazione velocemente, e siamo fra i primi a lasciare il rifugio. Appena iniziamo a salire verso il passo Salarno, nella piana al fondo della valle comincia  a dipanarsi un lungo serpente di lampade frontali.

 
Arrivo al passo Salarno

Il sentiero è ripido e faticoso, su sfasciumi, morene, zolle d'erba martoriate dal peso degli elementi. Dopo un po' compare la neve: aspettiamo a metterci i ramponi, e forse sbagliamo, siccome ci sono alcuni pendii un po' a rischio scivolata, anche se mai esposti. Siamo i primi fra quelli partiti dal Prudenzini ad affacciarci sul Pian di Neve dal balcone privilegiato del Passo Salarno.

Bivacco Giannantonj

Non avevo mai visto una superficie di neve perenne così ampia, così sfacciatamente piana: il monte Fumo a destra ci si siede sopracon i suoi grandi crepacci, mentre a sinistra l'Adamello si affaccia con una parete rocciosa un po' rotta. Verso sud, quasi alle nostre spalle, il Caré Alto se ne sta in disparte superbo, come un re in esilio: gli fa da contraltare, altissima in fondo alla pianura di neve, la Presanella, con tutto il suo seguito di ancelle di roccia e di ghiaccio. Non un'anima viva in tutto questo spazio.

Pian di Neve e Carè Alto

Per indossare piccozza e ramponi ci dirigiamo al piccolo bivacco Giannantoni, una goccia di colore giallo finita per caso in mezzo a questo immenso quadro bianco e grigio. Nel frattempo arrivano altre cordate, non c'è fretta, la giornata è grigia ma sembra tenere. Ci leghiamo in conserva per attraversare il ghiacciaio, dove comunque i crepacci sono ancora tutti ben coperti.

Si parte!

Seguiamo una linea diretta verso la parete dell'Ademello, muovendoci prevalentemente su terreno piano e sicuro. Nel frattempo altre cordate, partite dal rifugio Gnutti, sbucano dal Passo Adamello, mentre altri due puntini avanzano da nord, partiti forse dal Garibaldi: il pian di Neve comincia a popolarsi!

In conserva verso il Passo Adamello

Raggiungiamo finalmente le pendici dell'Adamello, più lontane di quanto sembrassero per via delle proporzioni, e con un breve traverso (35 gradi circa) ci portiamo sulla cresta, ricongiungendoci con la via normale dallo Gnutti. Qui, una gran quantità di ramponi appoggiati sulle rocce ci convince che è il caso di proseguire anche noi solo con gli scarponi.

Crestone sud-ovest dell'Adamello

La progressione è semplice, non si sfiora il primo grado, ma la fatica e la quota cominciano a farsi sentire... ma ormai la vetta è vicina e il panorama sui ghiacciai che ci circondano da ogni lato ci ripaga del fiatone! Tanta gente sulla vetta, e tanta altra si avvicina... le nuvole non sembrano concedere troppa tregua, così scendiamo, speranzosi di arrivare al rifugio in tempo per il pranzo.

Traffico sulla via normale

La discesa, specialmente dopo il passo Salarno, si rivelerà lunga e disagevole... del resto ce lo aspettavamo! Un bel piatto di pasta e polenta al Prudenzini, dove siamo i primi a rientrare dall'Adamello, e via che si riparte verso la pianura. Una sosta alla malga sopra il lago Salarno per comprare una "formaggina" locale, si rivela decisamente azzeccata!

E formaggio sia!

Data uscita: 23-24 Luglio 2016
Punto di partenza: Fabrezza, Saviore dell'Adamello (1456)
Punto più elevato: Adamello (3554)
Dislivello: +800 il primo giorno; +1350, -2050 il secondo giorno
Tempo totale di percorrenza: 2,30h il primo giorno, 10 h il secondo giorno
Grado di difficoltà: F+
Punti d'appoggio: Rifugio Prudenzini (2226), Bivacco Giannantonj (3169), recentemente risistemato (presenti coperte)
Periodo consigliato: Estate
Note segnaletica: Cai fino al rifugio Prudenzini, buona traccia con ometti fino al Passo Salarno, poi traccia su ghiacciaio. Ometti sulla cresta finale
Accesso stradale: Dalla strada statale 42 della val Camonica prendere l'uscita per Barzo / Demo, dopo un lungo tunnel. Da Demo seguire le indicazioni per Saviore dell'Adamello. Fare attenzione una volta entrati nel paese a un bivio sulla sinistra (indicazioni per rifugio Prudenzini), dunque ad un altra svolta secca a destra. Dopo circa 7 km di strada asfaltata (un solo guado verso la fine può risultare disagevole dopo forti piogge o a inizio stagione) si raggiunge il rifugio Stella Alpina in località Fabrezza, dove si parcheggia.

giovedì 23 giugno 2016

Per oggi niente via Carlesso: ritirata dal Baffelan!

Colorno, ventre della Bassa: sono da poco passate le 18, e nei cortili della Reggia farnesiana soffia un vento pungente, fresco, che sa di montagne lontane... ecco che arriva Mauro Corona, giacca verde e scarponi, appena uscito dal bar in piazza: e chissà cosa non avrà bevuto! Siamo al Festival della Lentezza e lo scrittore di Erto parlerà proprio di questo tema ad un pubblico attento e infreddolito.

Relazioni, sempre relazioni in mano
In mezzo ci sono anche io, arrivato in ritardo dopo una settimana di corse forsennate per lavoro: non riesco a sedermi in prima fila insieme agli amici di tante escursioni, e pur avendo un poco di esperienza di montagna, vengo tratto anche io in inganno dal microclima di Colorno: e così seguo buona parte della conferenza con le braccia infilate dentro le maniche (corte) della camicia, come un mutilato - o più semplicemente un idiota.

Corona parla per un'ora comoda, con calma e chiarezza: il fulcro è "non fare oggi ciò che potresti fare domani", affrontare l'esistenza senza farsi travolgere dalla frenesia della società contemporanea, anche a costo di rimandare i propri obiettivi. Ma io che sono apprendista falegname - e non posso permettermi di andare troppo piano nel lavoro artigianale - ormai da un orecchio non ci sento più, e di conseguenza ascolto poco.

Esco da Colorno, la serata è ancora limpida: sullo sfondo le sagome dell'Appennino illuminate dagli ultimi raggi del sole di giugno, duro a morire. Telefonata a Mario, ormai bisogna decidere cosa fare domani: sono io a spingere per la via Carlesso al Baffelan, una delle tappe irrinunciabili che mi ero posto per questa stagione.

Baffelan da sud

Abbiamo controllato entrambi le previsioni: sappiamo che in Appennino e sulle Alpi Apuane le probabilità che il tempo nel pomeriggio si guasti sono meno rispetto alle Piccole Dolomiti... ma sulla logica vince la voglia di cambiare zona, e soprattutto di cimentarci su una via alpinistica di V grado in piena parete.


La parete est dalla sua base
Vista verso il Pasubio dal camino
 del primo tiro
Lasciamo Parma prima dell'alba. La giornata è magnifica: già dall'autostrada, alle porte di Vicenza, fa capolino la parete est del Baffelan illuminata dal sole, che ci sorveglierà per tutta la risalita della lunga valle dell'Agno. Alle 8 ci incamminiamo dalla strada del Re, dove siamo fra i primi a parcheggiare, e dopo breve raggiungiamo la base della parete. Sembra che oggi non faremo la fila!

Saliamo slegati la facile rampa/canale che conduce all'attacco delle vie principali sulla est, e individuiamo subito quello della Carlesso. Parto io, e i primissimi metri mi mettono subito in difficoltà; sarà la sindrome del primo tiro, o l'approccio sempre problematico con questa roccia infida, o ancora il fatto che ultimamente riesco a scalare solo nei weekend... ma questo IV+ mi dà parecchio da fare!


Primo tiro, seconda parte
Dopo una traversata delicata, entro in un bel camino dove per fortuna le protezioni non mancano; dunque passo sotto a un caratteristico masso incastrato con cordone e mi ritrovo nel fondo di un canale dove la via da seguire non mi è chiara: estraggo dalla tasca le relazioni, informazioni discordanti: perdo un sacco di tempo, alla fine faccio di testa mia, e montato sopra al masso incastrato compio un giro alla tonda sulla sinistra del canale finché non trovo la sosta... alla fine bastava tirare dritto lungo il canale, era anche facile!

Nel frattempo, molto più svelta di me, è arrivata la nebbia a coprire la parte alta della parete; sono giunte anche diverse cordate, e hanno attaccato le vie vicine alla nostra. Mario mi raggiunge e intraprende il secondo tiro, la cui linea sembra più evidente. Dopo i primi due chiodi, il nulla... la logica porterebbe a seguire il canale/camino, dall'aria poco rassicurante, nessun chiodo in vista; e Mario decide di uscire a destra, procedendo su un pericoloso terreno misto erba con l'ultima protezione ormai lontana.

Salgo anche io; provo ad attaccare il camino sulla destra, con un passo strapiombante che non sembra proprio IV grado... quindi opto anche io per uscire sui prati a destra poco sopra a dove l'ha fatto Mario. Scendendo in doppia poco dopo vedremo il chiodo nel camino appena più su... eravamo fuori via!

Secondo tiro

Mi tocca il terzo tiro; le premesse su come si rivelerà il V grado si fanno grigie come il cielo sopra di noi! Salgo a sinistra della sosta per prati ripidissimi, fino a trovare un chiodo; qui traverso a destra rinviando un cordone su clessidra: sopra di me una placca nera con un chiodo. Con un po' di difficoltà raggiungo il chiodo, ma poi non so più come proseguire... le prese sono sporche di magnesite, ma a naso il passaggio che mi aspetta somiglia più a un VI grado; e più su non vedo chiodi né possibilità di proteggermi!
Terzo tiro

Il dubbio di essere finito su una variante è insinuato dalle relazioni discordanti: tutte parlano della placca nera di V, ma una dice di traversare a destra dal cordone e stando attenti a non uscire di via.

Prendendomi non pochi rischi, stacco il rinvio dal chiodo e scendo di nuovo alla cengia. Traverso a destra ma non vedo nulla, e nel frattempo cadono le prime gocce. Mario vorrebbe provare a darmi il cambio, ma l'andamento del meteo ci spinge a optare per una ritirata.

Il tempo doveva tenere fino al pomeriggio, non sono ancora le 11 e già spioviggina... la via è ancora lunga e la parte difficile ed esposta è appena iniziata... meglio andarsene, e alla svelta! Con un po' di fatica disarrampico fino alla sosta recuperando i due rinvii. Attrezziamo le doppie, la pioggia si fa più insistente, sassi cascano recuperando le mezze... tutte le cordate sulle vie vicine naturalmente hanno compiuto la nostra stessa scelta, e per una buona ora e mezza il Baffelan si trasforma in un galeone da cui la ciurma di pirati alpinisti si cala giù in fretta e furia!

Prima calata

Decidiamo di scendere in doppia anche la rampa canale di avvicinamento, che mi immagino insidiosa col bagnato... quest'ultima calata ne ha del ridicolo: tutta la prima parte di fatto è poco più che un sentiero, e le corde naturalmente vi si impicciano; l'unico punto ripido è verso la fine, e proprio qui, davanti alla targhetta, Mario trova un nodo rimanendo appeso come un salame mentre la pioggia diventa grandine!

Naturalmente il nodo aspetta lì pure me, e slegarlo rimanendo appesi appena sopra l'attacco non sarà esattamente una barzelletta... ce ne andiamo così dal Baffelan a testa bassa, bagnaticci e umiliati, mentre tirano i primi fulmini. Alla fine ci ridiamo su, e beviamo la nostra non meritata birra nel rifugio Campogrosso intasato di fuggiaschi, ognuno con la sua ritirata da raccontare.


Morale della favola: aveva ragione Corona, che è stato pure un forte alpinista. Meglio fare le cose lentamente, gradualmente, senza volersi buttare a tutti i costi sul difficile... a maggior ragione in una giornata dal meteo dubbio. Ma soprattutto, noi "alpinisti" cittadini del XXI secolo abbiamo imparato ad arrampicare seguendo sequenze di prese di resina dello stesso colore, o al più file di spit; quando invece davanti ti si presenta la montagna nuda e cruda, non è facile decidere dove salire.

Questo almeno vale per me, che pure in montagna ci vado a camminare da quando sono bambino e ho sempre avuto un buon senso dell'orientamento... almeno sulla dimensione orizzontale; quando invece si passa a quella verticale le cose cambiano, e la soluzione per migliorarsi è scalare, scalare tanto, e non certo in palestra.

martedì 14 giugno 2016

Di nuovo in montagna! Pizzo d'Uccello, Diedro sud e via Tiziana

Vinca è per me un luogo speciale: il suo incantesimo ti cattura già da lontano, nel fondo della valle del Lucido. Il Pizzo d'Uccello buca il cielo come il becco di un'aquila, lasciando in ombra ruderi fatiscenti e scheletri enormi di cemento: strade sopraelevate cominciate e mai portate a termine. Un ponticello di sasso ben più modesto e antico scavalca il torrente Lucido di Vinca, ai piedi di Monzone Alto, poco prima della confluenza nel ramo di Equi: è qui che ci addentriamo nel ventre della valle, stretti fra i fianchi ripidi della montagna e le acque cristalline del torrente; saliamo tortuosamente, nell'ansia di ritrovare presto il sole. E dopo l'ennesimo tornante eccola, Vinca, coronata dal profilo bizzarro della cresta di Garnerone

Finalmente si torna ad arrampicare in montagna!

Ma dopo due ore di curve, per noi Vinca significa soprattutto focaccia: la focaccia alta, unta, croccante, calda di forno dell'Andreina; principale (e penso unica) attività del paese. Posate vicino alla cassa, due guide sull'arrampicata sportiva in Toscana testimoniano richieste dei forestieri non limitate al cibo...
In vetta al Pizzo d'Uccello

Con la fragranza delle Apuane ancora sparsa sul palato, sfamati ed assetati al punto giusto, ci rimettiamo in auto per affrontare l'ultimo tratto di strada, accidentatissimo, che ci permette di guadagnare un po' di quota. Costruita anni fa con l'intento di collegare Vinca con Campo Cecina, anche questa strada è stata lasciata a metà, e ora nelle buche sempre più profonde crescono cespugli sempre più simili ad alberi.

Penultima sosta della via Tiziana

L'agonia termina nei pressi di un ponticello, dove imbocchiamo il sentiero per la Capanna Garnerone; lo abbandoniamo raggiunti i primi prati, prendendo una traccia a sinistra, in direzione del Pizzo d'Uccello che ora ci mostra la sua faccia meridionale, solare, a tratti erbosa ma comunque imponente. Al centro di un compatto avancorpo di parete sulla destra, distinguiamo subito la linea sinuosa del gran Diedro sud, la via che andremo a percorrere io Mario e Carlo, mentre Alberto (che l'ha già fatta) salirà insieme a Pietro la vicina via Dinko.

Verso la parete sud del Pizzo d'Uccello

Dopo un'ora e mezza di faticoso avvicinamento, eccoci alla base del diedro: attacco io, e subito devo scendere a compromessi con la natura classica della via: un unico chiodo in 40 metri di tiro! I primi passaggi sono umidi ma facili, e segnano l'inizio di un vero e proprio viaggio nella parete, il cui esito non dovette essere così scontato per i primi salitori... la linea è evidente da lontano, ma molto meno da dentro!

L'attacco del Gran diedro sud

Il secondo e il terzo tiro sono forse i più belli ed esposti di tutta la via. Prima il traverso sulla grande lama, facile da proteggere ma abbastanza psicologico, poi il fantastico diedro a tratti verticale, pura goduria su roccia ottima e ben appigliata: qui i chiodi non mancano! Superato un profondo camino, la via prosegue piegando decisamente a sinistra, seguendo una cengia ai piedi di imponenti strapiombi.

Secondo tiro


Terzo tiro
Quarto tiro

Raggiunta la comoda quarta sosta, mi faccio dare il cambio da Carlo per gli ultimi due tiri: prevalentemente di placca, su roccia meno buona rispetto ai primi tre. All'uscita troviamo Alberto e Pietro un po' abbattuti... hanno sbagliato via, finendo sulla più difficile Heidi, e si sono dovuti calare per poi salire alla cengia dove ci troviamo lungo un canale.

Quinto tiro
 
Li convinciamo a proseguire arrampicando fino in vetta, il pomeriggio è ancora lungo! Così con un tratto di "sentiero" loro raggiungono i tiri finali di Dinko, mentre noi ci portiamo alla base della via Tiziana, che parte con un evidentissimo camino. Tocca a Mario: l'attacco è bagnato, e nonostante gli appigli ottimi richiede attenzione. Dopo i primi due spit, un chiodo, poi il nulla... gli ultimi 10/15 metri, leggermente strapiombanti e molto esposti, sono totalmente da proteggere.

Attacco della via Tiziana

Gli appigli sono buoni, la roccia asciutta, ma Mario è davvero bravo a superare senza troppi patemi il suo primo V grado sostenuto alpinistico! Sosta scomodissima in mezzo al camino, il secondo tiro è tutt'altro che facile da trovare... Mario ci mette un po', aspettiamo ansiosi il "molla tutto" che ci alleggerisca... e alla fine arriva! Facile canale poi bel traverso a sinistra su roccia ruvidissima.

Primo tiro, via Tiziana

Terzo e quarto tiro sono all'insegna del puro piacere: placche incise da fessure taglienti, concrezioni, canne... il calcare dà spettacolo e lo scenario si fa sempre più aereo; dietro di noi il Cavallo con le ultime chiazze di neve, e dietro la costa della Versilia con le isole dell'arcipelago toscano, dove ormai è estate. Concentrati fino all'ultimo sull'arrampicata, sembra che ci accorgiamo solo ora dello splendido panorama che si fa sempre più ampio attorno a noi.

Ultimo tiro, Via Tiziana

Dopo il tratto di cresta dell'ultimo tiro, incontriamo di nuovo gli altri due nostri compagni, più allegri di prima anche se un po' annoiati... noi siamo stati molto più lenti! Insieme percorriamo l'ultimo tratto di cresta, per poi confluire sulla via normale ormai vicini alla vetta: e qui la tensione si scarica, come un fulmine sulla croce.

Verso la vetta del Pizzo d'Uccello

Ci stringiamo la mano, cerchiamo di indovinare i nomi di tutte le cime che si vedono, mandiamo messaggi e qualche foto ad amici e parenti... usciti dalla dimensione della scalata, si sente il bisogno di rimetterci a contatto con il mondo orizzontale. Poi stavolta il mio cellulare stranamente ha campo, così ne approfitto!

Pietro e Alberto curiosano

Sono le 18 passate, anche se il sole è ancora alto non vogliamo attardarci; la discesa è lunga e nella prima parte richiede attenzione costante; dopo tanta roccia torniamo a pestare l'erba sull'incantevole Foce di Giovo, il valico tra la val Serenaia - ormai in ombra - e quella di Vinca, i cui tetti rossastri invece sono ancora completamente al sole e spiccano nel verde dei boschi.

Foce di Giovo

Arriviamo all'auto stanchi ma felici; quel poco che resta dell'asfalto butta fuori un calore quasi insopportabile, anche se sono le 8 di sera e ci troviamo a circa 1000 metri! Dividiamo l'attrezzatura e ci ributtiamo per strada. Ormai a fondovalle, il Pizzo e i suoi vicini ci saluteranno dagli specchietti retrovisori prima accesi dagli ultimi raggi del sole, poi - ormai arrivati in autostrada - coronati da un'incredibile luna piena che purtroppo non abbiamo avuto modo di fermarci a fotografare in modo decente.

Plenilunio

PS: Le foto in cui ci sono io sono di Mario Brunelli. Per una relazione esaustiva del concatenamento Gran Diedro sud + Via Tiziana rimando al blog Red Climber: potrete stampare anche la versione relazione di viaggio, che noi avevamo in tasca!


Consultando la relazione del grande assente di oggi...